“Consummatum est”, tutto è compiuto…tra redenzione e resurrezione

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“Ma come né l’oro filosofico, né il Lapis Philosophorum sono mai stati fabbricati nella realtà, così mai nessuno è riuscito a raccontare fino in fondo la storia di un tale processo, perché non tanto il narratore quanto la morte pronuncia il consummatum est” (C. G. Jung, Empiria del processo d’individuazione)

Perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore!”(Cantico dei Cantici 8,6).

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Nel parallelo tra il Lapis e Cristo, tra l’individuazione del Sé e il percorso dell’agire del Cristo, è possibile intravedere una comparazione tutt’altro che veicolata da metafora, ma da segni equivalenti e processi ben delineati. Soffermandoci su quelli finali, la morte dell’Io e la rinascita del Sé, un ruolo fondamentale è quello della Redenzione. Redimere equivale alla necessità di “prendere” il Male (che non è soltanto privazione di bene ma ha il suo motivo di essere) e trasformarlo in Bene. Questo processo prevede una morte ed una resurrezione.  Nel caso del Cristo è egli che compie questo processo per noi ed il Cristiano ne beneficia, nel processo alchemico-psicologico è l’alchimista. Ma egli non sostituisce il Cristo ma lo fa la sua opera o meglio il suo prodotto (il Lapis). Un moto insito nella Natura, dove l’esempio del Cristo è rivelazione dello stesso, atto a indicare la “scintilla divina” che presiede alla sua costituzione (della Natura). L’alchimista lavora alla imperfezione di questa realtà permettendone la sua rivelazione e realizzandola completa la sua funzione, liberando il Dio la redime, e redimendola la fa risorgere. In questo processo di morte e rinascita trova spazio il movimento ed il tempo (essendo appunto un processo), un processo di eternità.

La redenzione quindi dell’uomo da parte del Cristo trova nell’azione dell’alchimista e la sua “redenzione” della materia (la Pietra Filosofale) la sua equivalenza, come sottolinea lo stesso Jung. Ma l’azione dello stesso, benché sia un agire consapevole, avviene per ispirazione divina (e non ad opera del divino). La sua opera di salvazione cosmica non sarebbe possibile però senza l’esempio del Cristo. Allora le ultime parole di Gesù sulla croce assumono un significato più ampio: Τετέλεσται – Consummatum est– Tutto è compiuto.

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La locuzione latina consummatum est, tradotta letteralmente, significa tutto è finito, compiuto (vangelo di Giovanni, XIX, 30), ed è la traduzione latina della Vulgata, dall’originale greco Τετέλεσται, delle ultime parole del Redentore sulla croce. Ma nel greco neotestamentario, “tetelestai” è al tempo perfetto. Questo è importante perché il tempo perfetto si usa per esprimere un’azione che è stata completata in passato con risultati che continuano a manifestarsi nel presente e nel futuro. Se il tempo passato denota un evento già accaduto, il tempo perfetto reca in sé l’idea di “ciò che è avvenuto ed è ancora oggi in vigore.” Gesù gridando “Tutto è compiuto”, intendeva dire “è compiuto in passato, è ancora compiuto nel presente, e continuerà ad essere compiuto nel futuro”, come conferma John R. W. Stott, noto studioso e commentatore evangelico. “Tetelestai” è dunque il finale grido di vittoria del Salvatore.


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Il rinnovamento della Natura dunque (INRI, Igne Natura Renovatur Integra) è esso stesso un processo di morte e rinascita, un processo che avviene attraverso il Fuoco, in alchimia viene chiamato “Rincrudazione”, rendere crudo ciò che era maturo, portarlo ad uno stato precedente, dove si “uccide il vivo per rianimare il morto”. Ciò’ che si ottiene è il Mercurio filosofico, il Rebis, l’umido radicale, il sale dei saggi. Il Re si ringiovanisce, perde la sua corona ma ne acquista una infinitamente più nobile della prima: “e quando quest’oro, perfettamente calcinato ed esaltato sino alla nettezza e al biancore della neve, ha acquisito col magistero una simpatia naturale con l’oro astrale di cui è visibilmente diventato il vero magnete, attira e concentra in se stesso una quantità così grande di oro astrale e di particelle solari…da trovarsi nella disposizione prossima ad essere l’Oro vivo dei Filosofi, infinitamente più nobile e prezioso dell’oro metallico, che è un corpo senza anima” (Trionfo Ermetico di Limojon de Saint-Didier)

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Lo stesso “Rosarium Philosophorum” si conclude con l’immagine di Cristo che mostra le tre dita nel segno di aver concluso la Grande opera di passione, morte e trasformazione. Una trasformazione di quel fuoco vitale (libido) destinato apparentemente alla sua estinzione (morte) in consapevolezza, comprensione e conoscenza (del Sè) per permettere alla Materia stessa di ascendere dal mondo finito, purificata, al luogo della sua origine (Assunzione di Maria).

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Con la Pasqua quindi il ciclo si chiude, lo Spirito risorge e l’Opera è compiuta. La frase del Cristo è pronunciata sulla Croce, all’atto della sua morte, non alla sua resurrezione, ma si sa, con la Passione il grosso è fatto, il resto è gioco da bambini (ludus puerorum).

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Immagini: “Resurrezione di Cristo” di Pieter Paul Rubens – scena centrale del trittico dipinto dal grande pittore fiammingo Rubens tra 1611 e 1612, nella Cattedrale di Nostra Signora di Anversa; “Resurrezione”scena centrale del “Polittico Averoldi”, dipinto da Tiziano attorno al 1520-1522 e collocato nella Collegiata dei Santi Nazaro e Celso a Brescia; la “Resurrezione” di Matthias Grünewald, Altare di Issenheim, seconda faccia, 1512-1516 (notare il prevalere del rosso e dell’oro nell’immagine del Cristo); Carl Heinrich Bloch, La Resurrezione, XIX sec., Cappella, Palazzo di Frederiksborg, Copenhagen; “Resurrezione e Noli me tangere” di Giotto, due temi associati, con la Maddalena in rosso, quasi ad indicare il desiderio della Materia di afferrare la luce della Vita. Una passione innocente o una libido sublimata, come strada e viatico di accesso allo Spirito ed all’Immortalità. L’affresco fa parte della Cappella degli Scrovegni a Padova realizzato tra 1303 e 1305; in basso la Resurrezione di Chagall.

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“Noi siamo qui attraverso quelli che ci hanno preceduti e per quelli che verranno, per condurci (chi ci precede, chi ci segue e noi stessi) dove siamo partiti, che coincide a dove siamo destinati. In questo tragitto cercheremo quello di cui abbiamo bisogno dove lo abbiamo smarrito e dove lo abbiamo smarrito è il luogo da cui siamo partiti e dove saremo quando lo abbiamo ritrovato. Un’indizio? Il riflesso, con un solo strumento, l’altro, una sola azione, la conoscenza, un solo contesto, la realtà, un solo obiettivo, vincere la morte, un solo motto, l’amore ed un tempo infinito.” (Ciro Ferraro)

Riflessioni sull’Anoressia, in un ottica psicoalchemica….

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“C’è una quantita’ di persone che non sono ancora nate. Sembra che siano qui e che camminano ma, di fatto, non sono ancora nate perché si trovano al di la di un muro di vetro, sono ancora nell’utero. Non hanno ancora creato un collegamento con questo mondo… sono sospesi per aria” (C.G. Jung. La psicologia del kundalini yoga)

I disturbi del comportamento alimentare sono la patologia psichiatrica dove il confine mente-corpo è più indistinto e paradossalmente dove la loro contrapposizione è più feroce. Nella maggior parte dei disturbi psichici il corpo rappresenta un’appendice del soggetto, dove lo spazio maggiore è occupato dal pensiero ed al massimo dal correlato fisico dell’emozioni stesse. Nei disturbi a spettro ansioso-fobico il corpo assume però già una valenza maggiore sia come espressione dell’ansia stessa (ansia somatizzata, attacchi di panico) che come correlato “immaginativo” della sicurezza e protezione del paziente (ipocondria, disturbi somatoformi), quindi diventa rappresentativo della sua stessa presunta vulnerabilità. Nei disturbi da conversione (isteria) naturalmente è il corpo il vero teatro d’azione della psiche, il pensiero e le emozioni sono soltanto il correlato occulto  di questa “rappresentazione”. Nei disturbi del comportamento alimentare invece il corpo non rappresenta la salute e la vulnerabilità individuale (anzi paradossalmente il corpo emaciato e fragile dell’anoressica contrasta con la forza ed energia soggettiva che la stessa ne ricava dalla sua immagine)  ma lo “strumento” privilegiato di relazione ed accettazione nel mondo.

Il corpo in effetti è la nostra presenza nel mondo, ed è essenzialmente un mondo fisico fatto di relazioni soprattutto in ambito adolescenziale, e che permette alla nostra psiche di interagire con l’altro. In queste ragazze quindi il corpo e la sua immagine sono misura e metro dell’autostima personale e quindi della possibilità di confronto con l’Altro.

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Cosa può dirci di più la tradizione alchemica a riguardo?

Mente e corpo riprendono una conflittualità antica che risale a quella dualità della visione dell’uomo (bene e male) e del contrasto tra Psiche/Spirito e Materia che è spesso oggetto delle nostre osservazioni. Naturalmente il corpo/materia è quel luogo privilegiato, in senso anche simbolico, dove il desiderio, il piacere, la dipendenza che ne deriva e l’attaccamento che ne consegue hanno il loro massimo trionfo (anche se sappiamo bene che biologicamente questo avviene innanzitutto nel cervello, e poi attraverso gli organi di senso, ed in particolare attraverso il mediatore per eccellenza del piacere che è la Dopamina). Quindi è la sede del trionfo del “Male”. Diremmo oggi un male necessario, necessario alla concretezza dello Spirito in questo mondo, quello spazio d’interazione tra due mondi così lontani, di cui uno nobile (il pensiero, con le sue possibili astrazioni e capacità di logica) ed un altro meno (il corpo, con i suoi bisogni e necessità), uniti da quella forza vitale che si chiama Anima.

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Ma cosa accade all’Anima di queste ragazze? Perché lo Spirito va in contrasto con il corpo, fino a “torturarlo” contrastando le sue stesse biologiche necessità (fame, desiderio, sensorialità)?

Il corpo paga il prezzo di essere il vero “mediatore” tra l’Io e l’Altro, rappresenta quindi il “simulacro” concreto della propria identità (o semplicemente usando una metafora più semplice il proprio biglietto da visita). Questa funzione sembra essere preminente rispetto ad altre del corpo stesso, come veicolo di contatto, informazione, sensazione ed emozione (e naturalmente desiderio sessuale) oltre che reale luogo fisico dove agisce la stessa mente. In breve il corpo diventa il proprio “logo”, quello che “rappresenta” la paziente stessa. Un investimento di significati che negano o contrastano le funzioni stesse che ne determinano la sua necessaria presenza. Come se di un automobile più che la sua funzione di trasporto-movimento, le sue prestazioni e capacità, interessasse più il suo status-symbol legato al prestigio dell’auto in questione (cosa che oggi accade traltro spesso)…ma un automobile, per quanto prestigiosa e di valore, se non circola serve a poco. E’ queste ragazze non circolano, si lustrano l’auto fino a rovinarne la superficie, ma non la utilizzano, non scendono in campo (in strada è più appropriato)…

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Questa sospensione, questo preservarsi all’affrontare le strade impervie della vita, sostenuto da un accanimento perfezionistico all’immagine di esposizione del proprio mezzo (tralaltro fino a danneggiarlo) nasconde un inevitabile timore di non essere in grado di confrontarsi con l’altro, proprio evitando quella necessità di conoscenza di tale capacità ed accrescerla, che avviene proprio attraverso quello strumento (il corpo esperenziale) “amputato” di tale funzione. Sappiamo che l’emotività è il nostro modo di essere al mondo, l’emotività non esisterebbe se non avessimo bisogno di nutrirci, di attenzioni, di desiderare e quant’altro, che sono la misura del nostro rapporto con l’ambiente. La negazione dell’emotività è naturalmente contro natura e tralaltro impossibile, ma è possibile controllarla, fare in modo che non ci determini o condizioni, il controllo dell’emotività è il controllo delle relazioni tra noi ed il mondo, tra lo spirito ed il corpo, è il controllo di quello spazio “transizionale” che in alchimia è occupato dall’ anima o se preferite dal nostro Mercurio.

L’anima spinge in verso opposto, vuole arricchirsi, vuole, utilizzando un termine caro a queste ragazze, “riempirsi”. Ma ci si oppone a questa necessità, si coltiva il vuoto, o nella variante bulimiche, un vuoto ad intermittenza, dopo aver assaggiato (o simulato) il senso della vita. L’importante comunque è “arricchire il vuoto sentendosi pieni”, illudere l’anima di sentirsi appagati. Queste ragazze paradossalmente sono ai margini di una “nigredo” (vuoto reale per un vero inizio) che non avverrà mai, nell’illusione di una “albedo” percepità ma mai realizzata, sono in un “limbo” Dantesco mentre sono convinti di essere in paradiso, sono “sante” che non hanno conosciuto la santità perché non “comprendono” il peccato. Sono anime sospese, parafrasando Jung….

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Ma l”Antagonista”, il Diavolo, il male trova sempre come raggirare i tentativi di eluderlo. Loro coltivano la “sospensione”, il vuoto “affettivo”, la rinuncia e la stessa le incatena in una necessità ossessiva, “dipendente”, di perseguire questa stessa condizione, una immagine di sé narcisisticamente legata ad una magrezza utopica. Il piacere che nasce dal rifiuto del piacere, dal controllo sulla perdita di controllo, è pur sempre piacere… e dove c’è piacere c’è dipendenza e dove c’è dipendenza c’è il male, l’Antagonista, il Diavolo…

Come in ogni processo alchemico anche in questo caso occorre conciliare gli opposti, occorre separare per ricongiungere, occorre conoscenza. Il paradosso in questa visione è che il vuoto coltivato non è tale ma è lo spazio occupato dalla compulsione, quella coazione a ripetere (digiuno eventualmente abbuffate ed eliminazione) sostenuto da quell’idea ossessiva prima effetto poi causa di quei meccanismi prima evidenziati. Quando si parla di queste ragazze molti psicopatologi evidenziano il senso di vuoto che le caratterizza, la necessità di amore che le sostiene, il desiderio di approvazione che fa da trama e soprattutto quel concetto di anima fragile, insicurezza e ipersensibilità al giudizio altrui. Tutto esatto ma a monte c’è una mente disincarnata o quantomeno che tenta di esserlo, c’è una sospensione dell’affettività, c’è un’anima che non vuole individualizzarsi, diremmo oggi un Solfo che non brucia (o se preferite una libido anestetizzata).

Ma il Solfo brucia comunque (non potrebbe essere diversamente) ma brucia proprio quello che dovrebbe alimentarlo, il desiderio. In una specie di cortocircuito, come accade in molte compulsioni e dipendenze, si nutre dell’effimero per non alimentarsi, surrogati di desiderio che non hanno mete necessarie, se non il ritiro dalla vita. Ma l’uomo senza colpa  (i sensi di colpa così presenti in queste pazienti sono artefizi di deviazioni da colpe necessarie) non va da nessuna parte. Jung nell’analizzare la crocifissione del Cristo tra i due ladroni intravede la conoscenza dell’Ombra, poiché chiunque vede la luce e l’ombra simultaneamente vede se stesso fra due lati e si situa così nel mezzo, sperimenta il Sè. Uno dei due ladri è destinato al cielo, l’altro all’inferno, la stessa Ombra è reprimibile ma anche prerequisito di una maggiore consapevolezza: “l’uomo colpevole è adatto a divenire la sede dell’incarnazione progressiva, ed è perciò che non viene scelto l’uomo innocente che si rifiuta di pagare alla vita il suo giusto tributo; in quest’ultimo, il Dio oscuro non troverebbe lo spazio di cui ha bisogno” (Jung, 1925, p.441)

Una “coniunctio” così difficile quanto necessaria, una mancata separazione che determina una impossibile “riconciliazione” tra mente e corpo, che necessita invece di attraversare le strade dell’emotività, dell’affettività…nei teatri dell’Anima. (C.F.)

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“E io vi dico, padre mio, e dicovelo nel cospetto di Dio, che in tutti quanti e’ modi ch’io ò potuti tenere, sempre mi son sforzata, una volta o due al dì di prendere el cibo; e o pregato continovamente e prego Dio e pregarò che mi dia graita, che in questo atto del mangiare io viva come l’altre creature, s’egli è sua volontà….”
(Santa Caterina da Siena quando Raimondo da Capua la esortava ad assumere quel cibo che lei, invece, rifiutava; in alto Santa Chiara, le sante anoressiche, nel mezzo scultura di Alberto Giacometti)

“Innoxia floret”, fiorire senza nuocere

M0012405 The Twelfth Key of Basil Valentine.

“Tutte le cose si muovono verso il loro fine”

“Innoxia floret” è il motto latino riportato da Canseliet nelle spiegazioni e traduzioni delle dodici figure de “Le dodici chiavi della filosofia” di Basilio Valentino, in particolare della dodicesima figura, in merito ad un emblema di un convento raffigurante una rosa sbocciata, che associa all’immagine della chiave suddetta. Il tema dell’immagine, le due rose sbocciate, simboli delle due pietre, bianca e rossa sono “prodotte” senza danno alcuno attraverso il nutrimento del Solfo da parte del suo stesso Mercurio (nell’immagine del leone che divora il serpente), l’immagine della bilancia “rafforza” il senso e sottolinea le virtù dell’alchimista, fede, coraggio, pazienza e soprattutto coscienza.

Il tema che viene rappresentato, al di là del riferimento o meno ad una Pietra fisica o spirituale, ci riporta al senso comune che, qualsiasi processo di crescita è inevitabilmente passionale (nel senso Cristiano del termine), doloroso e comporta spesso un sacrificio (parte di sé, dell’altro in sè, rinuncia, etc) dove il termine frustrazione viene sostituito con pazienza, la paura con coraggio, la volontà egoriferita (ambizione) con coscienza. Ogni movimento conosce strade brevi e altre lunghe, che attraversano quei valori che sono ben rappresentati dalle virtù suddette. Ma visti i recenti fatti di cronaca, la difficoltà di maturazione di questi processi finiscono per “deviare” gli stessi verso fini distruttivi, che si palesano nel momento stesso che l’azione diventa nociva per l’Altro. Infatti qualsiasi azione nociva preclude quello stesso fiorire, a cui allude la scienza ermetica. Il Male, nelle sue dimostrazioni e nelle sue moltiplicazioni, ben rappresenta il “peso” della Materia, di cui è anche composto l’Uomo e nessun peso grave può permette il volo (lo spirito ne è ben consapevole). Ma il movimento del tutto non rinuncia al suo fine, le varie fasi di sviluppo dell’uomo, infanzia, adolescenza, gioventù e età matura necessitano delle loro rispettive difficoltà, figlie della propria biologia e dei tempi che si vivono, purtroppo mai facili, come quelli contemporanei. Ma ciononostante come ogni germoglio affronta le varie stagioni, che possono non essere sempre identiche a se stesse, così l’uomo attraversa le varie fasi storiche della sua presenza su questa terra, con queste attuali che mettono a dura prova il suo percorso.

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“Nel ventre tuo si raccese l’amore per lo cui caldo ne l’etterna pace così è germinato questo fiore” (Dante; Paradiso, canto XXXIII, 7-9)

Sappiamo che il prodotto agisce sulla causa in maniera non differente di come quest’ultima lo determina. E allora si resta perplessi di come gli eventi prodotti sono diventati così “iperfagici” da divorare le stesse premesse che ne sono all’origine, di come gli equilibri pendono sul lato oscuro, di come il buio è diventato più grande della luce che può determinarlo. Quindi per quanto dei genitori possano essere fallimentari questo non spiega la loro fine truculenta da parte di un figlio, ma si dimentica che esiste l’amplificazione, la moltiplicazione e la complessità. La sovrapposizioni di tante realtà hanno inevitabilmente un effetto moltiplicante ed amplificante per cui le azioni non sono mai singole e lineari ancor di più gli effetti delle stesse. L’agire di una coppia genitoriale non è mai sola e pura ma viene sovrapposta da tante determinanti socio-culturali, che figlie di questi tempi, appaiono piuttosto complesse, oscure ed articolate. I significati che investono il nostro vivere, mossi da interessi più svariati (ma alla fine sintetizzabili in uno solo: l’ego) sono multiformi e ambivalenti, dove lo spazio “ecologico”, che è sempre lo spazio dell’Altro,  non è più contemplato e tantomeno  quell’attesa e desiderio, che rappresentava la forza motrice della vita, trova più spazio. Il costrutto di cui sopra, tutte le cose si muovono verso il loro fine, però resta comunque valido perché è insito nella forza della natura, e quando si assiste a questi tristi epiloghi narrativi di episodi di vita dell’uomo, è facile comprendere che il fine di questo movimento è la sua stessa Fine.

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E’ tempo di provare a far sbocciare nuove Rose, è tempo di trovare terra vergine, è tempo di cercare l’Uno. Ma questo simbolo dell’Unità, simbolo dei simboli, come riferisce Eliade, o come Cristo, figlio della Vergine, non potrà mai fiorire se si continuerà a nuocere….(C.F.)

“Flos est filius Virginis” (Il fiore è figlio della Vergine, Bernardo di Chiaravalle, Sermone “De Adventu Domini”)

“Quando la convergenza degli archetipi all’Unità è offuscata, la mente fantastica, quando è chiara, viceversa, l’immaginazione si attiene all’ordine immaginale, che assume in Occidente la forma suprema di una rosa palpitante, mentre in Oriente appare come l’anelito d’un loto sulle acque” (M. Eliade, Archetipi)

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Immagini: Dodicesima figura delle “Dodici chiavi della filosofia” di B. valentino;  “lo Spirito della Rosa” di John William Waterhouse (1903); Rosa canina bianca e rossa, a cinque petali.

 

 

 

Eros ed Eris, il potere del desiderio ed il desiderio del potere…

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“Totus mundus in maligno positus est” ma “Transit Eros in Eris” (Le dimore filosofali. Fulcanelli)

L’antica conoscenza ermetica ci trasmette una paradossale informazione, quando si parla di energia vitale, di Fuoco, dello stesso Solfo, come di quello che causa movimento, di ciò che fa fiorire un fiore o ancora come quello che causa un terremoto, oppure di ciò che spinge un uomo a vivere come quello che ne causa la sua stessa distruzione, la stessa conoscenza non fa particolare differenza. Ossia la causa di un “movimento” prescinde dalla sua finalità o meglio la sua finalità prescinde dalla sua causalità (per rafforzare il significato di due aspetti slegati tra loro) ma questo almeno ad un esame apparente. Il fiore fiorisce perché è nella sua natura ma non certo per mostrarsi bello alla nostra osservazione né tantomeno per nutrire api o altri insetti, ma questo accade comunque. La terra trema non certo per danneggiare i suoi abitanti, ma perché è nella sua natura e tantomeno l’uomo cresce e vive per costruire una famiglia o compiere grandi imprese ma semplicemente perché è mosso da una spinta o energia che ne determina il movimento, che aiuta le cellule a collaborare tra loro, a costruire un “macroorganismo” complesso ed articolato, che desidera vivere. La terra gira intorno al Sole per lo stesso motivo, non certo per noi, perché lo stesso fanno anche Giove, Saturno e Marte ed il Sole brucia finché gli sarà possibile, perché è nella loro natura. In ambito psicologico ed umano questo “impulso” a vivere è stato chiamato anche libido, kundalini, spirito vitale, etere, energia orgonica fino alla “forza” della nota serie cinematografica di Star Wars. Eppure una differenziazione intelligente questa forza sembra averla, sembra mossa da un principio “attrattivo” più che etico, un movimento che la natura ricerca, dettato da una mancanza, una necessità. Questa è sempre dettato dalla presenza dell’Altro, almeno come appare ai nostri occhi, un Altro che spinge ad essere cercato. Che sia l’energia gravitazionale o l’elettromagnetismo, la polarità di un legame ionico come la complementarietà di un legame covalente, come l’attaccamento di un piccolo verso un genitore o di un uomo verso una donna. Mancanza diventa desiderio. Questo “movimento vitale”, che dandogli un connotato psichico definiremo conoscenza oppure fisico chiamandolo Eros, è quella potenza del desiderio che sembra muovere tutto dal mondo inanimato fino a quello organico o umano. Tutto ciò che ne consegue sembra essere più un effetto “collaterale” anche se nel caso dell’uomo prende il nome di evoluzione. Ma cosa accade quando i desideri si contrastano tra loro? Nasce l’altra faccia di questo potere, la conflittualità tra desideri.

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Ed allora il desiderio ambisce al potere sull’altro ed Eros diventa Eris, discordia e conflitto. Non vi è più mancanza ma necessità d’impedire la necessità dell’Altro a vantaggio della propria, diventa prioritario l’ostacolare il movimento dell’altro più che favorire il proprio. Questo è frutto della competizione, sempre presente nel mondo naturale non solo in quello umano. Una variante ed un effetto di questa conflittualità è il disordine o il Caos. Ma il potere, anche il potere del caos, è al servizio della necessità, nel mondo naturale e non viceversa. Eris è al servizio di Eros, a dir il vero di Ares, di cui è sorella, ma Ares serve a sua volta Eros, di cui è padre e questo è quello che un buon psicoterapeuta può trasmettere ad un suo paziente, cioè utilizzare la forza dell’Io per trovare il giusto spazio nel mondo del Sè, d’altronde anche il leone, perfetto esempio del potere, contribuisce all’omeostasi dell’ambiente. Ma quando accade il contrario, ossia quando l’ambiente è al servizio dell’Io, la natura si rivolta, in tutte le sue forme, individuali, collettive e persino all’interno dello stesso Io, Eros distrugge se stesso…..Quindi il movimento, per essere tale, è mosso da un fine, certo attrattivo, ma un attrazione che contempla la compartecipazione di tutti i suoi stessi componenti, in quel fine comune che si chiama Mondo, il suo equilibrio e la sua stessa evoluzione, che in ultima analisi è la sua stessa conoscenza…..
Quando vi è un conflitto, uno scontro di interessi, dentro o fuori di se stessi “transit Eros in Eris” e le cose appariranno più chiare e nel loro giusto verso naturale. (C.F.)

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Immagini: Notte o Nix, madre di Eris, di Michelangelo, 1524 circa; Albero genealogico di Eris figlia di Nix e Eris ed i suoi figli; Eris ed Eros, con una certa somiglianza…

I sette principi ermetici ed il ruolo dell’Uomo

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Ripley Scroll, Beinecke Library, Yale University, Mellon MS 41I sette principi ermetici sono in effetti “distribuiti”nelle diverse opere di Alchimia ed Ermetismo, spesso sottintesi,  e comunque trasmessi anche attraverso una tradizione orale, senza tuttavia essere mai stati “riuniti” in un solo scritto, almeno prima del “Kybalion”, opera anonima del 1908.

Qui i sette principi vengono raccolti, in questa sequenza:

  1. Il principio del mentalismo: “Tutto è mente – L’Universo è mentale”
    Tutto è mente, il tutto è espressione di una mente universale, uno spirito universale, per cui il tutto è Uno e Uno è il tutto, ma soprattutto se l’Uno si esprime attraverso la Mente, l’universo è mentale, quindi crea, sviluppa e distrugge attraverso la mente, come l’uomo dotato di mente, fatto ad immagine di Dio….da cui è la mente che crea la materia.
  2. Il principio della corrispondenza: “Com’è al di sopra, così è al di sotto; com’è sotto, così è sopra” Ciò che è in alto quindi corrisponde a ciò che è in basso, per fare il miracolo della cosa unica, (questo estratto dalla Tavola di Smeraldo di Ermete Trismegisto), questo principio rafforza il precedente, l’uomo crea come Dio ha creato il cosmo, il microcosmo umano corrisponde al macrocosmo cosmico, sia nella potenza costruttiva che nella similitudine tra i due mondi, materiale e spirituale, il primo a somiglianza del secondo.
  3. Il principio della vibrazione: “Tutto si muove, tutto vibra; niente è in quiete”
    Ogni cosa vibra, nulla è in quiete, ogni cosa si muove; è il principio della vitalità, tutto è in moto, cambia solo la quantità della vibrazione a cui corrisponde la qualità dell’oggetto, la materia vibra poco (rispetto allo spirito) e all’interno della stessa, cambiando e aumentando la vibrazione abbiamo materie diverse (piombo-oro).
  4. Il principio della polarità: “Tutto è duale; tutto è polare: per ogni cosa c’è la sua coppia di opposti. Come simile e dissimile sono uguali, gli opposti sono identici per natura e differiscono solo di grado. Così gli estremi si toccano; tutte le verità non sono che mezze verità e ogni paradosso può essere conciliato”
    Ogni cosa è per sua natura doppia, duale, da cui la natura ne risulta ambivalente. Non vi è bene senza male e viceversa, amore e odio convivono. Non vi è una sola verità ma sempre duplicità. L’immagine dello Yin e Yang in questo caso è emblematica.
  5. Il principio del ritmo: “Ogni cosa fluisce e rifluisce, ogni cosa ha fasi diverse; tutto s’alza e cade; in ogni cosa è manifesto il principio del pendolo: l’oscillazione di destra è pari a quella di sinistra: tutto si compensa nel ritmo”
    In effetti sembra una conseguenza del precedente, l’esistenza di due poli determina un movimento tra essi, da destra a sinistra o dall’alto in basso. Uno spazio di movimento, tra andare e tornare, che come una oscillazione appunto ritmica, rende esplicita l’esistenza della polarità. Il passaggio tra notte e giorno, la ciclicità delle stagioni, le oscillazioni del suono e finanche il ritmo del cuore e del respiro ne sono un esempio.
  6. Il principio di causa ed effetto: “Ogni effetto ha la sua causa, ogni causa il suo effetto; tutto avviene in conformità di una legge, il caso è il nome dato ad una legge che non si conosce; pur se esistono diversi piani di causalità, niente sfugge alla legge”
    Nulla accade per caso e non è una semplice applicazione del principio di causalità meccanica, perché i piani di causalità non sono lineari, ma sovrapposti e complessi. La conoscenza di queste “leggi” della natura esclude la casualità e la sostituisce con una causalità complessa ed articolata, non sempre alla nostra portata.
  7. Il principio del genere: “Il genere si manifesta in ogni cosa e su tutti i piani; ogni cosa ha il suo principio maschile e femminile”. Questo è evidente ad esempio nella sessualità animale, ma il principio si estende ad una concezione più ampia per cui aspetto attivo e passivo, desiderio ed oggetto, agente e paziente, sono necessari in tutte le manifestazioni della natura e l’uno non può prescindere dall’altro ed ha uguale valore, in ambito alchemico gli interpreti di questi ruoli sessuali sono il Solfo ed il Mercurio. Nell’uomo questi aspetti dialoganti tra loro tendono ad incontrarsi, o meglio a volersi incontrare, in quella “coniunctio” tanto ambita dal percorso d’individuazione Junghiano.

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Proviamo a dare un senso unificato a questi sette principi. Innanzitutto appare chiaro che la realtà quindi è subordinata ad un principio universale, un principio “intelligente”, da cui l’asserzione che tutto è Mente. Non solo energia quindi ma energia “pensante, creativa”, energia che conosce, che sembra avere un fine, e qui si rimanda alle leggi di una causalità complessa che risponde a questo fine. La materia è mente, quindi risponde a queste stesse leggi e si muove in maniera “intelligente”. Poi perché corrisponde il sotto al sopra, anche l’energia creativa e conoscitiva della mente dell’uomo, corrisponde in piccolo, nel suo agire, ad una Mente altamente più potente ma questa mente si esprime anche nella natura minerale, vegetale ed animale. Ma la potenzialità dell’uomo di trarre conoscenza dal suo conoscere (non è un gioco di parole) lo mette in una posizione privilegiata di accesso a questo Uno/Mente oltre alla similitudine nell’agire come la stessa (creare la realtà, quantomeno immaginaria). La complessità della natura ha poi delle regole, la polarità e i due generi sono una espressione semplificata di questa complessità a cui la stessa è in parte riconducibile. Come l’esistenza di una spazio “temporale” tra i poli ed una tensione tra i generi (lo spazio temporale è un termine poco felice, per indicare un contesto d’azione, che prevede un ritmo e quindi un tempo). La vita, come espressione di questo “movimento”, vibrazione e la materia stessa, come una delle manifestazioni di questa vibrazione, segue una sua intrinseca necessità, quella di manifestazione di un gioco “relazionale”, tra poli opposti e generi maschili e femminili, necessari alla realizzazione di questa “realtà” di cui la Mente è principio. Il ritmo, il tempo è appunto quello “spazio”, soggetto alle leggi “causali” della Natura, dove tale gioco si esplica, si realizza. Allora l’uomo quale funzione svolge in questo apparente multiverso complesso, dove Tutto è Mente, la Mente è Uno e quindi Tutto è Uno?

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Il ruolo dell’Uomo non appare centrale ma nemmeno marginale, se dotato di Mente consapevole, benché la stessa sia una piccola immagine riflessa corrispondente di quella Grande Universale, ne condivide comunque alcune proprietà e fini. L’uomo non è fuori dalla Natura quindi è sottoposto alle sue stessi Leggi, ma le stesse possono essere espresse in tanti modi. L’uomo potrebbe contribuire ad esempio alla loro migliore esecuzione, visto che si parla di ritmo e tempo, come un Direttore d’orchestra dirige i suoi diversi musicisti, senza potersi sostituire o rinunciare agli stessi, ma provando a farli suonare nel miglior modo tutt’insieme. Il fine è comunque rendere una esecuzione la migliore possibile. Non dovrebbe essere un tornaconto personale ma un benessere collettivo che passa dall’azione personale e dal personale contributo all’espressione di quella musica, una musica che non ha creato, ma crea all’atto della sua esecuzione.

“Ogni malattia è un problema musicale, ogni guarigione una risoluzione musicale. Quanto più breve e tuttavia completa la soluzione, tanto maggiore il talento musicale del medico”
(Novalis, da Introduzione a “Atalanta Fugiens” di M.Maier a cura di B. Cerchio)

Immagini tratte dal “The Ripley Scroll” attribuito a George Ripley (1415-1490)

The Walking Dead, nel “dialogo” tra la Vita e la Morte emerge…l’Amore

  “In queste tenebre dove tu affermi di essere, dove noi presumibilmente siamo… in queste tenebre non troverai nessuno che ascolti le tue grida o si commuova della tua sofferenza. Asciuga le t…

Sorgente: The Walking Dead, nel “dialogo” tra la Vita e la Morte emerge…l’Amore

Il Maschile e l’illusione “maldestra” del possesso

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Spesso gli eventi recenti di cronaca hanno messo in risalto il “gioco” del maschile con il femminile (un po’ come accade tra il gatto ed il topo), che ha assunto forme sempre più “aggressive”, dal ricatto del cyberbullismo attraverso il “materiale” videopornografico fino al femminicidio reale e non più virtuale. Eppure queste manifestazioni attuali hanno un’origine ben più antica nella storia della coscienza dell’uomo, in particolare nel suo desiderio di possesso del femminile come della sua negazione. Infatti i due termini (negazione e possesso) spesso sono intrecciati ed il possedere una donna, modo di dire molto in uso in ambito sessuale, tradisce anche la negazione della stessa come soggetto di relazione (e ne fa l’oggetto della relazione sessuale). Eppure l’atto sessuale dell’uomo adulto è proprio il riconoscimento del femminile (a differenza di quanto accade nel mondo animale dove l’accoppiamento avviene da tergo) la consapevolezza “vis a vis” quindi da parte del maschio della matrice femminile e nello stesso tempo il confronto con il suo potere trasformatore/anima (e qui tanto significato ha la Venere allo specchio tanto raffigurata nel mondo dell’arte). Potremmo dire che nel passaggio dalla posizione da tergo a quella frontale dell’accoppiamento l’uomo pone le basi per l’acquisizione della consapevolezza di sè (la Coscienza versus l’Inconscio) non meno di quanto sia stato fondamentale il bipedismo e l’opposizione del pollice per lo sviluppo delle capacità cognitive. Ma questa “opportunità” evolutiva diventa da subito anche una rivalsa del maschile (rivalsa che eredita le paure del mondo fisico, della natura ed in ambito psicologico della parte “terribile” della Grande Madre) ed una manifestazione di una presunta superiorità del raziocinio sull’emotivo (o dello spirito sul corpo bypassando l’anima).

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Ma facendo un passo indietro nel tempo, nell’epoca matriarcale, il possedere (sessualmente parlando) aveva altri significati. Intanto il termine esprime un concetto differente rimandando l’etimo della parola al pos-sedere, quindi all’azione di sedersi. Ed infatti nella storia dell’archetipo femminile (come ci illumina Neumann) le prime Dee Madri risaltavano per la steatopigia dei fianchi e del sedere, che avvicinano le stesse alla terra che simbolizzano. Questo è ancora più evidente nelle successive rappresentazioni della Dea Madre che appare seduta (inoltre come nel simbolismo della stessa dea della montagna, una base che sostiene il tutto, per cui oggi diremmo una base sicura) o ancora con un bambino sulle gambe o in grembo: “La steatopigia, l’accentuazione del sedere nelle rappresentazioni artistiche delle culture primitive della Dea Madre,  va compresa dal punto di vista del simbolismo corporeo. Questa sedentarietà, in cui il sedere è in antitesi con i piedi (movimento) rappresenta un legame particolarmente stretto con la terra ed il carattere dell’atto di sedere diviene chiaro a paragone con i termini possedere, prendere possesso, sede, etc. Nel rituale e negli usi e costumi, sedersi su qualcosa significa prendere possesso”(E. Neumann-La Grande Madre)

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Questa evoluzione figurativa nella raffigurazione della Grande Madre seduta è la forma originaria della dea troneggiante e quindi del trono stesso.
Basta osservare le Madonne con bambino e la loro origine dall’Iside con Horus e Iside con il Re che diventa comprensibile la derivazione successiva del trono ed il Re. Quindi  il trono con la Dea è l’immagine archetipica che darà spunto al Trono stesso (lo stesso nome Iside, tramite il greco Ισις (Isis) e il latino Isis, deriva dall’egizio Ist o Iset, Ast o Ueset significa “colei del trono”). Lo schienale, i braccioli, la seduta con cui indichiamo il trono sono già indicativi della raffigurazione delle parti anatomiche della Dea assisa. Dea assisa che richiama la terra, la montagna, che accoglie il Sole o che ne fa da sostegno. Ma è il trono/regno a fare il Re e non viceversa ed il Re che prende possesso della terra, la Dea Madre, lo fa sedendosi letteralmente nel suo grembo come il bambino/figlio.

” Il re giunge al potere salendo sul trono e prende posto in grembo alla Grande Dea, la terra, quando diviene suo figlio” (E. Neumann, la dea primordiale in La Grande Madre)

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Lo stesso possesso (sessuale) del maschile verso il femminile dovrebbe essere esattamente l’accoglienza, il sostegno del femminile verso il maschile (nelle rappresentazioni della Dea della montagna è la stessa che accoglie il Sole che cala sulla montagna, il Numinoso, lo Spirito). Lo spirito eleva l’uomo, si astrae dalla materia ma dalla stessa è determinato, e non può farlo se la rifiuta o la riduce ad oggetto rinnegando la “sua stessa anima”. L’illusorio fine dell’uomo, l’evoluzione della sua coscienza e conoscenza si trasforma così soltanto in un puerile ed inutile gioco di possesso fisico e frustrazione. Frustazione dell’impossibità di autonomia della coscienza dal corpo, dalle emozioni e dall’amore stesso, da cui sarà sempre agito, perché questi uomini dediti all’esercizio del possesso saranno comunque sempre “figli” e dipendenti dalla Dea Madre, su cui non regneranno mai, una Dea Madre spesso nelle vesti della madre stessa (ma questo è un altro capitolo)….

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Immagini:  Iside con Horus rappresentata nei sotterranei di Roma, Venere di Willendorf, Iside con Horus a confronto con Madonna con bambino, Iside velata e trono, Iside con il Re sulle ginocchia, nel portico del tempio di Seti I (destra dell’immagine)

La bellezza delle radici, le radici della bellezza…

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“Una causa evidente per cui molti non sentono il sentimento giusto della Bellezza è la mancanza di quella delicatezza dell’immaginazione che è necessaria per poter essere sensibili a quelle emozioni più sottili” (D. Hume. Saggi di estetica)

Armonia e proporzione, simmetria e perfezione. I canoni estetici della bellezza trovano la migliore rappresentazione nelle “cose” della Natura, come il bel viso di una giovane donna, i movimenti eleganti di un felino, il sole giallo-purpureo che “affonda” nel mare al tramonto. Eppure la perfetta “sintonia” di forme, linee, colori che si sposano con la dimensione circostante, il contesto “ambientale”, gli elementi di fondo: aria, acqua, fuoco e terra “tradiscono” un gioco relazionale, antico come l’alba dei tempi, dove singolo e collettivo, uomo e mondo “scambiano” in un’atavico dialogo e comunicano come padre e figlio, per una intesa sempre più perfettibile, un dialogo tra microcosmo e macrocosmo come direbbero gli antichi….

Questa rappresentazione estetica di armonia e piacevole contrasto non sono condizioni statiche ma frutto di storia e conoscenza, spesso contrastante, dove il terreno di questo scambio, la Materia, ne mostra il suo riflesso, appunto in quella bellezza che non è soltanto forma ma la ricchezza del suo contenuto.

Questa saggezza, spesso bistrattata da chi non ne coglie il senso, non sempre può mostrarsi nella sua forma fisica, ma nella “forma” del cuore di chi la osserva…

“In verità non c’è bellezza più autentica della saggezza che troviamo ed amiamo in qualche individuo, prescindendo dal suo volto che può essere brutto e, non guardando affatto alla sua apparenza, ricerchiamo la sua bellezza interiore. Ma se essa non ti commuove al punto da chiamare bello un tale uomo, nemmeno guardando al tuo intimo potrai percepirti come cosa bella. In questo atteggiamento invano la cercherai, poiché la cercheresti in cosa brutta e non pura. Perciò questi nostri discorsi non sono rivolti a tutti, ma se anche tu ti vedessi bello, ricordatene” (Enneadi, V, 8. Plotino)

Una bellezza ricca di saggezza non può non comprendere anche la sofferenza, il declino, la tristezza e finanche la Morte, espressioni di quel dialogo sopra riferito, dove il sensibile si scontra con la finitezza, il limite con l’illimitato, l’uomo con la Natura e la Natura con Dio. Ma non spaventi questo contrasto tra la vita e la morte, tra la luce ed il buio. Entrambi sono l’unico contesto possibile dove la Bellezza possa confinare con la Verità. (C.F.)

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“La Morte e la Bellezza son due cose profonde che contengono tanto d’azzurro e tanto nero, che paion due sorelle terribili e feconde con uno stesso enigma e uno stesso mistero” (V. Hugo, Ave Dea)

“Bellezza è verità, verità è Bellezza, che è tutto quanto sappiamo e dobbiamo sapere, sulla terra” (J. Keats, Ode su un’urna greca V)

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(Dall’alto: una bellezza classica, particolare di “Flora” di Francesco Melzi, San Pietroburgo, Ermitage, 1520 ca;   la bellezza della rovina “Abbazia nel bosco di querce” di Caspar David Friedrich, Berlino, 1810; una bellezza comprensiva del buio “Saffo” di Charles-Auguste Mengin, Manchester Art Gallery, 1867)

Il “nobile” pianto dell’atleta

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In questi giorni assistiamo alle imprese sportive degli atleti olimpionici, e più o meno siamo coinvolti dai loro gesti tecnici, dalla competizione e tutto il mondo emotivo che li accompagna. Sorrisi, pianti, gioie e quant’altro mentre il tifo per la propria bandiera ci rende inoltre partecipi della gara stessa. Ma c’è dell’altro….Certo vi è anche la bellezza estetica del gesto tecnico che suscita la nostra ammirazione, ma quello che ci tocca dentro sono i pianti dei vincitori (e non solo quelli che vincono la medaglia “aurea”, d’altronde ognuno ha il suo obiettivo…). Qualcuno dirà che quelli sono pianti di gioia, ma la gioia fa solo sorridere. C’è qualcosa di più profondo in quelle lacrime, certo la storia dei protagonisti, le proprie sofferenze, motivazioni, sacrifici e fallimenti, illusioni e aspettative dei propri cari e tutti i significati, più o meno espliciti, che attribuiscono a quei trionfi.

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Ma ancora altro si può scorgere. Lo spirito e la sua sagacia, la forza dell’uomo, l’abnegazione e la sua stessa sublimazione. Attraverso i limiti della Materia (corpo) la mente prova a migliorarsi, ad elevarsi, a superare le difficoltà delle leggi fisiche per compiere il gesto più difficile e soprattutto a ricongiungersi con la sua matrice, a toccare soltanto per un attimo la sua nobile origine. Come un rituale esoterico l’atleta sublima il suo spirito, affinché il suo Solfo si ricongiungi con la sua sposa e quando ciò avviene, gioisce, con le lacrime, per un nostalgico sentimento di ritorno alle origini, giusto un attimo di ricongiunzione tra gli opposti, un attimo di eternità (e di commozione) che merita il suo pianto …(C.F.)

“Poichè ricordate, sono stata con voi fin dal principio, e sono ciò che si ottiene alla fine del desiderio” (Nag Hammadi, II-III sec.d.c.)

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