Serendipità e sincronicità, quando la Natura naturans si rivela…

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v81832472-ABED-411D-9105-0CA68D001251Il termine serendipità fu coniato da Horace Walpole, autore del primo romanzo gotico “Il castello di Otranto”, in una lettera ad un amico, nel 1754, dove indicava quella “qualità per cui si fanno, per incidente o per sagacia, continue scoperte di cose che non si cercavano”, estraendo il termine dalla favola di alcuni principi fortunati, dal titolo “The three princes of Serendip“, Serendip che a sua volta era l’antico nome dell’isola di Ceylon, l’odierno Srī Lanka. Alcuni esempi di serendipità sono ad esempio la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo che cercava le Indie, oppure la penicillina da parte di Alexander Fleming, a causa di una errata disinfezione di un provino, o ancora il ruolo del pancreas nel diabete mellito da parte di Joseph von Mering e Oscar Minkowsky che in realtà cercavano di individuare il compito dell’organo sulla digestione. Altri esempi di serendipità sono la scoperta dei riflessi condizionati dei cani di Pavlov, che stava conducendo ricerche sulla salivazione di questi animali come quella dei neuroni specchio, scoperti casualmente dal neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, mentre mangiava una banana davanti a una scimmia, osservando che i neuroni motori del macaco “sparavano” impulsi elettrici, senza che l’animale compiesse nessun gesto. O ancora I raggi X, scoperti da Wilhelm Conrad Röntgen, mentre eseguiva al buio esperimenti sulla produzione dei raggi catodici.

La sincronicità, invece, fu evidenziata da Carl Gustav Jung, che ne fece un vero e proprio piccolo trattato, per spiegarne l’evidenzia e le sue possibili interpretazioni, in particolare di quel fenomeno per cui eventi mentali e fisici erano correlati tra loro, senza rapporto di causa ed effetto (che sono legati sempre allo spazio fisico), in un breve lasso temporale quasi coincidenziale, per senso e significato. Quindi eventi associati apparentemente in maniera casuale tra loro, mai causali, ma correlati per significato: “Voglio dire per sincronicità le coincidenze, che non sono infrequenti, di stati soggettivi e fatti oggettivi che non si possono spiegare causalmente, almeno con le nostre risorse attuali. Il fenomeno della sincronicità è quindi la risultante di due fattori: 1) un’immagine inconscia si presenta direttamente (letteralmente) o indirettamente (simboleggiata o accennata) alla coscienza come sogno, idea improvvisa o presentimento; 2) un dato di fatto obiettivo coincide con questo contenuto”. Esempi sono quelli riportati dallo stesso Jung come il caso di una sua paziente e del sogno di quest’ultima riguardante una volpe, per cui si imbatté lo stesso psicoanalista realmente in una volpe, o ancora come corrispondenza tra uno stato d’animo interiore, ed un avvenimento esterno, come quello occorso a Jung in occasione della rottura con Freud, quando provò una rabbia crescente, dovuta al modo sprezzante con cui Freud irrideva le sue teorie, alla quale seguirono due terribili schianti nella libreria dove si trovavano. Un altro esempio fornito da Jung è una correlazione tra il sogno di un paziente di un coleottero d’oro, e la contemporanea presenza, reale, di uno scarabeo, che battè alla finestra durante la terapia. Terapia, tralaltro, che era stagnante, per cui l’archetipo eccitato era, secondo Jung, in relazione al tema della rinascita di cui era simbolo presso i Faraoni.

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Cosa accade in questi eventi casuali che non hanno causa diretta riconoscibile, almeno nei limiti della nostra conoscenza, sono soltanto coincidenze fortuite e fortunate (almeno nella serendipità) o sono “spinti” ad accadere dal nostro agire o intenzione? Oppure siamo noi ad essere “spinti” a nostra insaputa verso una direzione che non comprendiamo?

Immaginiamo di essere protagonisti di un racconto che qualcuno ha scritto per noi, gli imprevisti di cui siamo vittima sono determinati dall’autore in modo tale che la trama e gli intrecci si riveleranno al momento opportuno. L’autore sarebbe il fato, il destino o la provvidenza manzoniana. Quindi qualcosa “a priori” (le intenzioni dell’autore) determina le nostre scelte e quello che ci sorprende (sincronicità), le coincidenze significative forse sono soltanto sensazioni o intuizioni della trama ardita a nostre spese, quasi come se avessimo potuto sbirciare un attimo prima l’evoluzione del nostro racconto e colto i suoi segni rivelatori, che il fato sta scrivendo per noi. Nella serendipità invece la nostra intenzione è invece una messa in atto di un’azione per un fine, che attribuiamo ad una nostra scelta, essendo “mascherata” a noi stessi, ma diretta verso altro scopo (un po come le pedine di una scacchiera il cui obiettivo apparentemente per le stesse sembra essere quello finalizzato nella mossa, ma la stessa è soltanto propedeutica a quella successiva ed ancora l’altra, fino al vero scopo di vincere la partita).

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In ambito psicologico ad esempio nel nostro agire abbiamo una volontà diretta ad un fine ma spesso cogliamo il senso che la stessa è molto più complessa, che nasconde altro, come se altre forze in gioco vogliono farci sbagliare, misurare, manifestare, punire, e quant’altro, a nostra insaputa, ma che si riveleranno soltanto a posteriori, ad una nostra rivalutazione. Se non siamo padroni in casa nostra, come dice un motto analitico, questo in scala universale vale anche per tutti gli individui. E se queste forze di tutti “coincidono” allora sembrerà che il mondo si muoverà come una trama occulta alle volontà individuali ma che coinvolge tutti, verso una meta ignota che dovrebbe quanto meno avere un significato “collettivo”, benevolo o malevolo che si voglia. E questo ci introduce al termine magico di anima del mondo o del Unus Mundus di Dornaeus ripreso da Jung stesso. D’altronde se la conoscenza non è soltanto nella nostra mente ma insita nella materia stessa, per cui una cellula sa cosa fare, come nel suo modo di essere lo sa anche un vegetale o un minerale, questo è qualcosa di aprioristico e insito nella natura stessa, in tutte le sue forme.

Ed allora il libero arbitrio? Se esiste ma il disegno occulto ne è a monte possiamo fare accadere gli eventi, come in un rituale magico, renderli propizi, catalizzarli e queste corrispondenze tra pensiero e realtà possono aiutarci a modificare la trama della nostra vita e di quella degli altri? Zolla afferma che sapiente è colui che sa riconoscere l’agire della natura, in particolare delle forme formanti, che attraverso essa si manifestano. Chiama punti di germinazione quei luoghi di manifestazione dell’altro Mondo in questo, luoghi dove il tempo è immanente perché sono fuori dallo spazio stesso (come noi lo conosciamo) e chi vede le Forme in procinto d’incarnarsi, cessa di esercitare la volontà e si abbandona all’intreccio. Il metallo ucciso in certo modo dall’alchimista si può far rigerminare, poiché la sua forma sussiste ancora nel tempo delle materie che gli furono sepolcro. Molto simile all’idea della rigenerazione di Jung quando parla della rinascita (terapeutica) del Sé o ancora del nuovo ordine delle cose successivo all’azione del Caos negli esperimenti di Prigogine. La natura naturans è all’opera e l’uomo il suo adepto nel favorirla, permetterla, è questo il libero arbitrio, la partecipazione alla trama della vita. La serendipità è quella contingenza favorevole, che le nostre azioni favoriscono, quando sono mosse sempre dal moto Browniano della conoscenza come la sincronicità, segnali dell’agire sincronistico della natura, come se la stessa amasse celarsi e farsi riconoscere allo stesso tempo, o almeno da quelli che “osano” connettersi con la stessa. Ma infine risponde tutto ad un senso comune, quello della “partecipazione” e “simpateia” o corrispondenza divina. Ne parlava già Giordano Bruno, lo stesso Leibniz, un armonia tra le parti, come la fisica nell’entanglement, dove le distanze non contano in quanto questo mondo corrisponde ad un altro fuori dalle “mura” della materia. Gli orientali lo chiamano Tao, Jung ne svela l’azione nella sincronicità, gli alchimisti lo osservano nelle azioni della Natura all’opera (“naturans”) e le stesse parole di Jung ci tracciono un filo indicativo: “La causalità è solo un principio, e la psicologia non può venir esaurita soltanto con metodi causali, perché lo spirito (la psiche) vive ugualmente di fini” e come direbbe Benedetto Croce: “un unico Spirito eternamente individuantesi”. 

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La “magia” del Caos, dal Libro Rosso di Jung alle strutture dissipative di Ilya Prigogine…

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“Mi trovo davanti a una buia caverna immerso fino alle caviglie in un nero luridume. Intorno a me aleggiano delle ombre. Sono attanagliato dalla paura ma so che devo entrare. Striscio attraverso una stretta fenditura nella roccia e giungo in una caverna più interna col fondo ricoperto di acqua nera, ma dall’altra parte scorgo una pietra che emana una luce rossastra a cui devo arrivare” (Viaggio infernale nel futuro. Il Libro Rosso, C.G. Jung)

Jung nel suo lungo viaggio visionario del Libro Rosso, nato per incontrare la sua Anima, ad un certo punto abbandona l’Intelletto e lo Spirito del tempo e dopo 25 giorni nel deserto entra nell’Inferno (della follia), arriva a quanto pare all’ingresso del Caos o dello Spirito del Profondo (l’Inconscio collettivo).

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Il Caos nell’ermetismo e nella simbologia ermetica è rappresentato spesso dall’immagine del Drago o dalla stessa Caverna Oscura o Quercia cava (chēne, la cui radice è il greco chaino che significa aprirsi, essere spalancato e da cui si forma chaos, che designa non solo l’idea del caos e delle tenebre ma anche larga apertura ed abisso. Canseliet. L’Alchimia. Simbolismo ermetico e pratica filosofale).

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Ma perché il Caos, la follia divina, come la designa Jung, hanno così importanza nella cultura ermetica e nello stesso viaggio onirico di Jung? In fisica, in particolare in termodinamica il caos ha un suo nome ed è entropia. L’entropia come misura, indicatore, nasce con la termodinamica, in particolare quando i principi della meccanica (determinismo, causa ed effetto e reversibilità) si mostrarono inadeguati a dimostrare cosa avveniva nello scambio di energia e calore tra due corpi di differente temperatura (quando cioè una certa quantità di energia si disperdeva e non poteva essere ri-utilizzata). Inizialmente considerata una semplice conseguenza degli attriti e delle dispersioni, ci si rese conto che si trattava di un vero e proprio principio fisico, oggi noto come “secondo principio della termodinamica”. Infatti mentre il primo principio afferma che in tutti i processi di un sistema isolato si conserva l’energia totale,  il secondo principio ci dice invece che non tutti i processi conservativi sono possibili e che esistono infatti trasformazioni in cui non avviene la conversione di tutto il calore utilizzato in lavoro, il calore si disperde e in altre parole, l’energia impiegata sarà sempre maggiore di quella ricavata.  Fu Clausius a introdurre, nel 1865, la nozione di entropia, ed estese questo principio dei motori termici su scala cosmologica.  Dunque quest’ultima esprime l’irreversibilità dei fenomeni naturali in quanto indice della degradazione dell’energia (al crescere dell’entropia, diminuisce l’energia utilizzabile). Quindi a differenza dell’energia che, in un sistema isolato, si mantiene costante, l’entropia, al contrario, cresce nel corso delle trasformazioni, fino a raggiungere un massimo. Lo stato di massima entropia segna il raggiungimento dell’equilibrio, e l’impossibilità per il sistema di compiere ulteriori trasformazioni.

Con il concetto di entropia (dal greco entropé, traducibile  con “cambiamento interno”) si dimostra che i processi irreversibili scoperti da Fourier nella conduzione del calore, raggiungono portata cosmologica: “l’entropia diventa così un indicatore di evoluzione, esprime il fatto che in fisica esiste una freccia del tempo” (Prigogine). La scienza del calore immette un elemento nuovo rispetto alla meccanica: la freccia del tempo dei processi irreversibili. Boltzmann dimostrerà che, nel tempo, il sistema tende a raggiungere lo stato corrispondente alla massima probabilità, che coincide con il massimo disordine molecolare: la crescita dell’entropia viene così spiegata in base a considerazioni di tipo statistico. Per esemplificare: il fatto che il calore fluisca spontaneamente da un corpo freddo ad uno più caldo non è, in linea di principio, un evento impossibile, ma un evento altamente improbabile, con una probabilità vicina a zero, per questo non viene mai osservato.

Ma se l’universo, nel suo complesso, evolve verso stati di massimo disordine, come spiegare l’emergere di strutture altamente complesse ed organizzate, quali gli organismi viventi che, dal punto di vista di Boltzmann, corrispondono a stati altamente improbabili? Prigogine (scienziato russo di fama mondiale, padre dell’epistemologia della complessità, si occupò della termodinamica dei sistemi complessi, le cui ricerche lo portano a formulare, nel 1967, il concetto di struttura dissipativa, e nel 1977 il premio Nobel per la chimica) è convinto che il principio d’ordine di Boltzmann sia inadeguato per rendere conto non solo dell’esistenza dei sistemi viventi, uomo compreso, ma anche di una vasta classe di fenomeni, che avvengono nella materia inanimata, e a cui egli ha dato il nome di strutture dissipative. Le strutture dissipative sono state al centro della ricerca scientifica di Prigogine. In condizioni normali, come si è detto, un sistema termodinamico evolve verso una situazione di equilibrio, corrispondente ad un massimo di entropia, stato oltre il quale non sono più possibili ulteriori cambiamenti. In certe circostanze tuttavia, il sistema può stabilizzarsi in uno stato dinamico assai lontano dal punto di equilibrio. L’esempio forse più semplice di tali equilibri dinamici è rappresentato dalle cosiddette cellule di Bénard: queste strutture si formano in un fluido posto in mezzo a due superfici orizzontali, di cui la superiore è mantenuta a temperatura più bassa dell’altra. Se la differenza di temperatura tra queste due superfici supera un certo valore critico, si creano dei moti convettivi, che vanno a formare strutture esagonali (cellule di Bénard). È chiaro che lo stato di turbolenza che si viene ad instaurare non va inteso come puro caos, in quanto le molecole del fluido non si muovono in modo disordinato, ma secondo moti collettivi, che coinvolgono contemporaneamente milioni di elementi: siamo dunque di fronte ad una struttura organizzata, che si è creata spontaneamente a partire da uno stato omogeneo.

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In questo caso l’entropia del sistema diminuisce anziché aumentare, e si osserva con regolarità un fenomeno che nella teoria di Boltzmann sarebbe altamente improbabile. Avviene che, in certe condizioni di lontananza dall’equilibrio, una minima perturbazione nel sistema, anziché smorzarsi nel giro di poco tempo, viene amplificata, generando turbolenze che, in casi come le cellule di Bénard, danno luogo a strutture ordinate.

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“L’instabilità detta “di Bernard” è un esempio lampante di come l’instabilità di uno stato stazionario dia luogo a un fenomeno di autorganizzazione spontanea” (Prigogine)

Un altro esperimento conferma questa “tendenza” del sistema caotico a organizzarsi, evidenziato da Prigogine, quello degli orologi chimici. Ci sono due tipi di molecole nella soluzione, quelle “rosse” e “blu”. A causa del moto caotico delle molecole, ci aspetteremmo che il recipiente dovrebbe sembrarci “violetto” con lampi irregolari di rosso o di blu. Ma questo non succede il sistema è tutto blu, poi improvvisamente il suo colore diventa rosso, poi ancora blu […]. Per cambiare colore tutte in una volta le molecole hanno bisogno di “comunicare”. Il sistema deve agire come un tutto. Le strutture dissipative probabilmente ci aprono la porta di uno dei più semplici meccanismi di comunicazione. Fenomeni come questi, teoricamente previsti e sperimentalmente osservati, inducono a rimettere in discussione la visione riduzionista dei sistemi fisico-chimici, in quanto “il sistema deve agire come un tutto”. Inoltre viene riscoperto il concetto di “comunicazione” tra le parti del sistema, come interazione tra i singoli elementi (le molecole) e la forma complessiva dell’insieme (la soluzione)

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Un altra caratteristica osservata è quella della presenza di biforcazioni nei diagrammi della loro evoluzione. Si tratta di punti di instabilità, in corrispondenza dei quali il sistema può imboccare due strade diverse, in conseguenza di variazioni infinitesime nell’intorno del punto. Un esempio intuitivo in meccanica può essere dato dal pendolo rigido, cui è impressa una velocità iniziale tale da farlo giungere con velocità nulla sulla verticale: in corrispondenza di tale punto critico esso potrà o ricadere all’indietro instaurando il caratteristico moto oscillatorio, oppure procedere in avanti, cominciando a roteare intorno al suo perno. La differenza tra queste due possibilità sta in oscillazioni infinitesime intorno al punto di equilibrio instabile, e dunque in un elemento irriducibilmente casuale. Ma i sistemi chimici esaminati da Prigogine presentano un numero notevole di punti di biforcazione, che danno al diagramma di evoluzione una forma ramificata o “a cascata”: questo fa sì che il cammino del sistema sia irriducibilmente legato alla sua “storia”, ossia alle “scelte” fatte in corrispondenza delle biforcazioni, una situazione dunque molto diversa rispetto a quella della dinamica tradizionale.

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Lo spazio della materia vivente, come quello delle strutture dissipative, è uno spazio “aristotelico”, non isotropo, in cui si determinano direzioni, specializzazioni delle parti, gradienti di sistema, come è possibile vedere nei processi di embriogenesi. Possiamo dire dunque che i problemi della non-linearità e delle strutture dissipative costituisce un campo i cui sviluppi potranno dare un contributo decisivo nella spiegazione del fenomeno della vita, compensando alle insufficienze del paradigma riduzionista darwiniano: “Una volta che le condizioni per l’auto-organizzazione siano soddisfatte, la vita diventa altrettanto prevedibile quanto l’instabilità di Bénard o la caduta di un sasso”. Queste scoperte inducono a modificare profondamente l’immagine del mondo proposta dalla fisica classica: l’universo non si presenta più come una macchina, insieme eterno di traiettorie determinate, ma nemmeno come un motore termico, in cui tutto va verso il decadimento; nella natura è insita una sorta di imprevedibilità “creatrice”, una combinazione di caso e necessità, necessità delle leggi deterministiche lungo le traiettorie, ed elemento casuale nei “punti di biforcazione”, che, in determinate condizioni, può dare origine alla varietà delle strutture ordinate, di cui noi stessi siamo un esempio. Dunque si può parlare di “ordine dal caos”, come recita anche il titolo inglese dell’opera di Prigogine: Order out of Chaos. Tutto ciò impone una nuova caratterizzazione del tempo: il tempo della meccanica classica e relativistica è una semplice variabile nelle equazioni del moto, fluisce in modo uniforme, non è apportatore di novità, in quanto tutta l’informazione è contenuta nelle condizioni iniziali. Oggi invece si impone un nuovo concetto di tempo, poiché la maggioranza dei fenomeni fisici chimici e biologici non si spiegano in termini di “leggi” ma di “processi”, in cui il tempo è continuamente apportatore di nuove informazioni, poiché nel tempo si determinano le “scelte” del sistema, che vanno a costituire la sua “storia”, secondo una evoluzione non predicibile a partire dalle condizioni iniziali.

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L’osservazione dei fenomeni naturali ha permesso agli antichi alchimisti di conoscere in parallelo quello che accade nell’uomo, il rapporto tra ordine e disordine, di quanto la materia prima, un altra “metafora” del caos, sia necessaria in ogni “trasformazione”, di come nell’aumento del caos o entropia è implicita la nascita di un nuovo ordine. Ad esempio un altro simbolo è quello  della vergine Nera. Il colore del caos associato alla forma a cui è destinato, quella forma perfetta, immacolata (la vergine) che genera il suo figlio migliore (il lapis), proprio quell’ordine nuovo che dal caos prende forma.

Ma ritorniamo al Libro Rosso: “Dalla luce rossa del cristallo si sprigionò un riverbero di sangue, e quando sollevai la pietra per scoprirne il segreto si svelò davanti ai miei occhi questo orrendo spettacolo: nel profondo di quel che ha da venire c’era l’assassinio. Il biondo eroe giaceva ucciso. Il coleottero nero è la morte che è necessaria al rinnovamento, perciò dietro di lui ardeva un nuovo sole, il sole del profondo”

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Nel mito e nella simbologia alchimia l’Eroe in genere trafigge il drago o lo doma, per liberare ad esempio la principessa o la fanciulla imprigionata, nel racconto di Jung l’eroe viene ucciso nell’antro infernale del caos (Sigfrido come nei commenti di Jung o forse egli stesso). In pratica è il Drago a determinare il sacrificio dell’eroe. Per Jung è il senso, il significato che deve essere annientato davanti al non-potere. Nell’ottica di cui sopra è quel punto di biforcazione che, affinché il sistema si evolva, deve far emergere nuovi significati, nuovo ordine e per fare ciò occorre che quello precedente venga destituito, ad opera proprio di quel caos-disordine-drago che prima veniva domato. Questo mostra di come il Drago sia importante almeno quanto l’eroe, o se si vuole il principio femminile quanto quello maschile, o ancora l’eros quanto il logos, o la libido quanto la conoscenza.

Nella cultura orientale ad esempio il Drago è un simbolo positivo portatore di benessere e novità, ricchezza e vita. Nel Libro Rosso Jung fa emergere nuova vita e nuovo significato proprio dalla morte dell’Eroe (ordine precostituito o Spirito del tempo), mettendo bene in relazione l’agire del Caos come necessità di rinnovamento, trasformazione e creazione di nuovi significati.

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E’ il significato come energia informativa, entropia negativa, neghentropia o sintropia, come viene  definita oggi in fisica, che si oppone al disordine, come in una cellula fenomeni anabolici si accoppiano a quelli catabolici a spesa dell’ambiente o come direbbe Prigogine l’ordine che si alterna al disordine e che in esso trova la sua matrice. (C. Ferraro)

Immagini: Illustrazione di G. Dorè per l’Inferno di Dante; immagini tratte dal Libro Rosso di Jung; celle di Bénard; il Caos/orco del parco dei mostri di Bomarzo; Vergine Nera Incoronata di Rocamadour, in Francia; un Drago cinese; Medusa con la testa di Perseo in una scultura di Luciano Garbati, esempio d’inversione del simbolo o mitologia inversa, con la morte dell’Eroe come nel racconto del Libro Rosso di Jung.

 

La contrapposizione tra Natura e Cultura

“Benedetta sii Tu, universale Materia,
Durata senza fine, Etere senza sponde,
triplice abisso delle stelle, degli atomi e delle generazioni,
Tu che eccedendo e dissolvendo le nostre anguste misure
ci riveli le dimensioni di Dio”
(“Inno alla Materia” di Teilhard de Chardin)

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La contrapposizione tra Natura e Cultura potremmo dire che è il leitmotiv di tutto il pensiero occidentale, almeno di quello ufficiale; è una contrapposizione, infatti, che prende piede soprattutto con la “Logica” Aristotelica per rafforzarsi molti secoli dopo con “quella” Cartesiana prima e la nascita della scienza poi (paradossalmente è proprio con Newton che nasce il pensiero scientifico, quello stesso Newton che invece si occupò contemporaneamente di alchimia e tradizione ermetica, tanto da essere definito ‘l’ultimo alchimista’ ed il primo scienziato). Ma è proprio il pensiero scientifico a confutare se stesso oggi, con quello che possiamo definire il post-razionalismo e la moderna epistemologia evolutiva, in parte avallato anche dalla stessa fisica dei quanti, dove tale contrapposizione non ha più motivo essere, ma di questo ce ne occuperemo dopo.

Essenzialmente, nel pensiero occidentale la Cultura veniva vista come “prodotto” della Mente umana, là dove la Natura rappresentava quei “vincoli” biologici che in maniera trasversale sono alla base dei tre regni che costituiscono il mondo: minerale, vegetale e animale e che nell’uomo, appartenente a quest’ultimo, sono espressi soprattutto nel Corpo. Insomma, la contrapposizione tra Natura e Cultura viene riflessa nell’uomo in quella tra Mente e Corpo e viceversa. Questo, inoltre, potrebbe giustificare la natura “psicologica” di tale ostilità antitetica. Un processo “difensivo” che probabilmente aveva, attraverso i grandi pensatori occidentali, alcuni tra l’altro di chiara impronta cristiana, più la funzione di salvaguardare l’autostima dell’uomo e l’immagine di se stesso-figlio di Dio di fronte a tutto ciò che “stonava” con la sua presunta superiorità mentale, come il piacere, l’aggressività e, naturalmente, il male – tutti espressione della natura selvaggia legata al corpo stesso. Mentre accadeva ciò, nel mondo orientale il Corpo e la Natura avevano valenze tutt’altro che contrapposte alla Cultura o alla Mente, là dove quest’ultima, al contrario, spesso assumeva un connotato negativo e fuorviante, almeno nella sua funzione di razionalità, tanto da esser essa stessa oggetto di controllo, tra l’altro proprio attraverso il corpo (yoga, meditazione, arti marziali). Ma non necessariamente il pensiero dell’uomo occidentale ha sviluppato questa antitesi tra Natura e Cultura, anzi: nella lunga tradizione conoscitiva che nasce proprio dall’osservazione dei fenomeni naturali, che dalla civiltà egizia raggiungerà il suo culmine nella cultura alessandrina, matrice poi del pensiero filosofico greco prima e di quel complesso movimento filosofico-religioso, che è lo Gnosticismo, al contrario sono riportati al centro dell’osservazione il corpo, la materia e quindi la Natura dell’Uomo.

È un recupero della materia come simbolo del femminile che trova nell’ambivalenza dell’uomo, della natura e dello stesso Dio una coerenza rappresentativa dell’antitesi costitutiva e imprescindibile, che investe tra l’altro l’uomo di una funzione conciliatoria e redimente proprio attraverso la conoscenza delle sue leggi. Insomma, bene e male, spirito e materia, pensiero ed emozione, maschile e femminile, estremi opposti di una radice comune, tutti da conciliare oltre il contrasto. E una disciplina di studio di questa conciliazione degli opposti sarà quell’Alchimia, vera e proprio metafisica sperimentale, che si occuperà di questa redenzione della natura, nei suoi tre regni, minerale, vegetale ed animale, uomo compreso, proprio attraverso lo studio e la manipolazione della Materia.

Ma ritorniamo alla diatriba attuale, quale contrasto tra Natura e Cultura, tra tradizione ed evoluzione scientifica, uomo e ambiente troviamo adesso? Se l’uomo è il prodotto della Natura, la Cultura è il prodotto dell’uomo stesso e del suo processo di conoscenza della Natura, se stesso compreso. In questo senso “la Cultura è la Natura stessa vista con gli occhi dell’uomo, attraverso la sua azione su di essa”. Una azione resa possibile soltanto dalla coscienza di sé.

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La Materia era per gli alchimisti la Mater, la madre di tutto e pertanto la Natura, che rappresenta la Materia, era la Madre Natura. La Cultura è il prodotto dell’agire conoscitivo dell’uomo sulla Natura; rappresenta i significati, le informazioni, secondo il codice dell’uomo e la sua capacità astrattiva, quello che il figlio estrae dalla conoscenza della madre e porta a sviluppo, ma che a sua volta lo determina come fosse una Seconda Madre. Utilizzando una terminologia alchemica la cultura è quel prodotto, non presente in natura, il terzo non dato, il Sale, che nasce dall’interazione dell’azione dell’uomo e della sua volontà (solfo) sulla natura stessa e le sue informazioni (mercurio).

Paracelso afferma che è la Natura stessa che chiede all’uomo di farsi carico dell’opera artificiale: “Giacché la natura è così sottile e sagace nelle sue cose che non vuole essere adoperata senza una grande Arte, essa infatti non porta nulla alla luce che sia già di per se stesso compiuto, è l’uomo che invece deve portarlo alla perfezione. Questo perfezionamento si chiama Alchimia. Poiché l’alchimista è in ciò simile al fornaio che cuoce il pane, al vignaiolo che fa il vino, al tessitore che fa il panno. Colui che realizza in tutto quanto cresce nella natura a beneficio dell’uomo, la destinazione voluta dalla natura è un alchimista”.

Ma non sempre appunto l’azione dell’uomo è coerente con questa destinazione. In un’opera alchemica del primo secolo a.C. riportata nel “Codex Marcianus”, voluminoso manoscritto conservato nella Biblioteca Marciana di Venezia, Iside (che a sua volta è sia la Dea che un’omonima alchimista nella tradizione), rifiuta le offerte “erotiche” dell’angelo Amnael (in chiara contrapposizione al consenso di Maria di Nazareth all’angelo dell’Annunciazione) pur ottenendo da questi il segreto dell’acqua trasparente, da lui custodito, che trasmetterà al figlio Horus, con cui dialoga nello scritto. Questo brano è stato analizzato da Marie-Louise von Franz in “Alchimia” (Bollati Boringhieri, 1994).

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Iside ben rappresenta la resistenza del mondo naturale all’Homo Faber, all’Artefice, quando quest’ultimo “violenta” la Natura stessa, ma a cui questa si concede (come nella Maria di Nazareth) quando il tempo è giusto (Kairòs) quando è opportuno e quando il soggetto stesso si identifica con l’oggetto (Horus rappresenta il figlio ma anche la progenie dell’angelo stesso, l’uomo Prometeico).

Canseliet, adepto del secolo scorso, definiva l’arte alchemica come una Scienza con Coscienza. Nel suo “Philosophie de l’alchimie” Bonardel la definisce come «concreta assunzione di responsabilità per l’insieme del Mondo»; un «lavoro filosofale» in risposta a ciò che ci ha portato a distruggere e umiliare la sacralità della Materia, e dunque di noi stessi come parte senziente di essa.

Una responsabilità per la Terra: questo sentire diventa possibile soltanto quando il soggetto non è separato dall’oggetto della conoscenza. Hillman affermava che “nella scienza moderna la femminilità della materia non può mai essere realmente riconosciuta e la scienza attuale non può vedere le cose che l’alchimia vedeva”. Insomma l’Artefice è sia soggetto che oggetto della conoscenza, trasformatore e trasformato, e quando questo accade Natura e Cultura/conoscenza vanno a braccetto.
Dicevamo che la scienza moderna e la sua forma di approccio alla conoscenza, l’epistemologia evolutiva, a partire dalle intuizioni di Bateson, con la sua mente ecologica, a quelle di Maturana e Varela, ha evidenziato l’inesistenza dell’oggettività, attraverso quel paradigma “costruttivo” che sottolinea l’impossibilità di separazione dell’artefice dalla realtà che va ad indagare. Inoltre con l’equivalenza del “vivere con il conoscere” attribuisce questa capacita di “conoscenza” ad ogni forma di vita organica, mostrando come la Natura acquisisce e deposita informazioni, di come la materia è viva e si aut organizza (per gli alchimisti vale anche per quella inorganica) e di come l’uomo, figlio della Natura, risponde alla stesse necessità di un ameba, cambiando soltanto la sua complessità. Questo ricorda il detto alchemico di Ostane, alchimista del primo secolo dopo Cristo: “la natura gode della natura, la natura vince la natura”, una spinta evolutiva insita nella natura stessa.

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Un mondo oggettivo, un universo che diventa in questa ottica un multiverso mondo dove ogni uomo come in un sistema autopoietico, chiuso ma in relazione con un medium, rappresentato dagli altri uomini e dall’ambiente, si rapporta attraverso il suo pensiero discorsivo e la razionalità alla sua esperienza ed emotività (esperienza immediata), costruendo un mondo comune insieme ai suoi simili e condividendone i significati.

“Il sé, l’autocoscienza e la realtà esistono nel linguaggio come spiegazione dell’esperienza immediata dell’osservatore”, affermava Maturana avallando l’ipotesi di una realtà soggettiva ma condivisa, quale quella rappresentata dal nostro sistema sociale e culturale, in risposta comunque all’esperienza del vivere che è sempre primariamente emotiva e corporale (quindi naturale) e sempre conoscitiva (la razionalità appare “soltanto” come strumento sofisticato acquisito dall’evoluzione per dare ordine all’esperienza immediata).

Infine, in risposta a quel processo difensivo cui accennavamo sopra, che relegava la Natura (e il femminile che la rappresenta) a quella sottomissione alla superiorità della mente, prendo in prestito le parole di un uomo di scienza e fede, quale fu il gesuita e paleontologo Pierre Teilhard de Chardin del secolo scorso, in testa all’articolo, dove scorgiamo che la Natura mostra di essere “Imago Dei” almeno quanto l’uomo stesso se non di più.

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Osserviamo dunque Natura e Cultura come estremi di un corpo unico, rappresentato dalla vita e dalla conoscenza, una testa e una coda come quelle del serpente Uroborico, una realtà che feconda se stessa conoscendo se stessa.

L’emotività che alla prima appartiene (natura) come il pensiero alla seconda (cultura), figlia della capacità e necessità dell’uomo di spiegare e dare senso alla propria esperienza di vita, frutto dell’acquisita coscienza di sè, trovano infine senso nella “legge di complessità e coscienza”, come espressa ancora da De Chardin, ossia la tendenza che esiste all’interno della materia a diventare maggiormente complessa e allo stesso tempo ad accrescere la coscienza: “Più un essere è complesso, in base alla nostra Scala di Complessità, più esso è centrato su se stesso e per questo diventa più consapevole. In altre parole, più elevato è il grado di complessità in un essere vivente, maggiore è la sua coscienza; e viceversa”.

Ci auguriamo che quella conflittualità venga definitivamente superata, che appaia come un movimento unico, vita e conoscenza, natura e cultura, mente e corpo, senza più contrapposizione, preservando ed equiparando l’uno e l’altro, in sintesi la vera congiunzione degli opposti…(C. Ferraro)

Articolo pubblicato su: https://www.psiconline.it/articoli/discutiamone-insieme/natura-e-cultura-una-riflessione-ancora-attuale/la-contrapposizione-tra-natura-e-cultura.html

Musica, Emozioni e Coscienza

F7E1CB2F-4C49-42DA-A27A-2E7570A29A48Piuttosto complessa appare la relazione tra la musica e la psiche, in particolare tra la coscienza dell’uomo ed i suoi stati emotivi e le tonalità musicali che sicuramente su queste fanno leva. La musica è una forma di comunicazione sociale, sicuramente più primitiva di quella verbale, basta ad esempio ricordare quella tribale presso i primitivi e gli indigeni o precedente la scrittura come quella folk tradizionale (legata all’oralità) presso i diversi popoli indoeuropei e le loro diramazioni. Ma la musica è anche una forma di “comunicazione” interiore, cioè permette ad ognuno di “sintonizzarsi” con i propri nuclei profondi, dall’emotività fino ai sentimenti ad essi correlati, dal “sentire” musica al percepire sè e finanche i propri mostri interiori o le muse nascoste, così dal demonio all’anima, attraverso quell’effetto magico che hanno le note, le armonie complesse, le disarmonie, gli stessi riff delle chitarre rock,  le melodie sentimentali, tra cui le Arie della lirica, e naturalmente gli stessi ritmi che caratterizzano i diversi generi musicali. Ma cosa cambia dal sentire un pezzo di metal ad uno pop o finanche un brano di classica?

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(Led Zeppelin IV, capolavoro dell’Hard Rock del 1971)

Ho provato ad utilizzare un grafico con sull’ascissa il continuum emotivo che dagli istinti va alla sublimazione emotiva stessa e sempre sull’asse orizzontale ho utilizzato altre forme di “caratterizzazione” dell’energie dell’uomo come il desiderio/Eros e attrazione/separazione e finanche utilizzando figure divine del Mito per meglio caratterizzare i processi emotivi e gli archetipi che gli presiedono.

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(Tre capolavori del rock progressive: “Selling England by the Pound” dei Genesis (1973), “Aqualung” dei Jethro Tull (1971) e “In the Court of the Crimson King” dei King Crimson (1969)

Per quanto riguarda lo spettro emotivo se consideriamo le emozioni una acquisizione del mondo animale ed in particolare dei mammiferi, gli istinti sembrano avere un’origine più ancestrale (il cosiddetto cervello rettiliano) e soprattutto oltre a precedere la stessa coscienza di Sè (praticamente assente nel mondo animale) sono quasi automatici, indipendenti dalla volontà. La pulsione nel gergo analitico è già qualcosa che sa di più complesso, come una spinta su cui si può agire, e che sembra essere correlata sia con le emozioni ma anche con gli stessi istinti da cui deriva. Per motivazione entriamo sicuramente nel mondo umano, dove tale spinta si articola su aspetti più socialmente utili ma ancora riferiti all’Ego, che nella sublimazione trovano la piena trasformazione della Natura nel superamento di se stessa. Nello stesso verso possiamo vedere questo processo che va dall’indifferenzazione (Caos-Urano-Madre) verso una Nuova Congiunzione (degli opposti) passando dalla necessaria separazione (Ego-Saturno e nella veste sessuale del Diavolo) con spinta della Libido dalla tendenza autistica separativa verso la relazione oggettuale (mediata sempre dallo stesso Diavolo-Desiderio) fino al ritorno alla Seconda Madre, rappresentata dall’Anima/Sofia….Un processo che dalla Morte alla Vita chiamerei Conoscenza.

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(il Metal di Marilyn Manson nell’album “Holy Wood” del 2000)

Sull’ordinata a sinistra come a destra del grafico invece viene rappresentato quel movimento che dall’inconscio Collettivo e le sue inflazioni archetipiche si va verso la differenziazione dell’Io ed infine del Sè che comprende prima il lato Ombra (Sè individuale) ed infine il mondo Altro (comprensivo della Natura e delle sue determinanti, Archetipi formanti) in quel processo che chiamiamo Individuazione (nel gergo Junghiano) a cui corrisponde una visione delle cose e della coscienza comprensiva dell’inconscio che potremmo definire Superconscio (Consapevolezza del Sè).

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(Il primo album dei Pink Floyd, capolavoro del Rock Psichedelico, “The Piper at the Gates of Dawn” del 1967)

Naturalmente alcuni generi possono apparire “negativi” ma lo sono soltanto se sono fini a se stessi, quando sono interlocutori sono addirittura necessari. Ad esempio il rock, l’hard rock e finanche il metal, sono presenti nell’angolo basso del grafico ma lo stesso prog (progressive), che contempla gli stessi generi (vi è un rock-prog come un hard-rock Prog e finanche un Metal-Prog) ma commisti al blues (Pink Floyd) alla classica (Emerson, Lake e Palmer) finanche al folk (Jethro Tull) o a tutti e tre (Genesis) allora diventano altro, come esperienza emotiva-conoscitiva.

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(“Abbey Road” capolavoro Pop dei Beatles del 1969)

Quindi è possibile evidenziare ad esempio di come musica come il Metal sembra far leva su aspetti più istintivo-pulsionali a tratti quasi prossimi ad aspetti tanatologici (morte-caos-distruzione) o indifferenziativi (frequente questo genere ha aspetti simbolici gotici e dark) come deriva dall’hard rock e dal rock stesso dove invece (in quest’ultimi) cominciano a prevalere gli aspetti separativi ed ego-centrati e ci si proietta verso un ombra più individuale ed emotiva (rabbia e allontanamento mediata da desiderio separativo ma ancora associato ad ego-centrismo). Gli stili musicali dove prevale il ritmo sono tutti nella zona bassa del grafico con direzione verso destra, dove si evidenzia la maggiore affettività-emotività, ad esempio della musica latina rispetto al rap. Nella parte alta a sinistra ci sono quei generi musicali che allargano gli orizzonti esperenziali della percezione del Sè ma ancora su quei contenuti istintivo-pulsionali, non ancora sublimati o evoluti. Nella parte alta a destra invece queste stesse emozioni procedono verso la loro sublimazione favorendo quella consapevolezza del Sè proprio attraverso una ipotetica diagonale che dal metal fino al prog permette l’opportuna discesa negli inferi e la lenta risalita purgatoriale fino al paradiso emotivo del Superconscio. La Classica in questo sembra aver qualcosa d’inferiore al Prog pur avendo una maggiore sublimazione emotiva proprio per quella mancanza d’accesso istintuale-pulsionale del Prog in maniera non dissimile di come Jung definiva la “Sofia” uno stadio superiore alla “Maria” (nell’ambito del femminino) per quella componente sulfurea (passionale-rubedica) che la contraddistingueva.

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(Colonna sonora del film “L’ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese, l’album “Passion” di Peter Gabriel, del 1989, è considerato il capolavoro della World-Etno-Music)

Essenzialmente dunque sull’ordinata abbiamo la mente, lo spirito, la coscienza e sull’ascissa il corpo, l’anima, le emozioni.

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(Doppio live di “manolenta” Clapton, summa del blues-rock, del 1980)

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(Album eccezionale omnicomprensivo di pop, funky, blues, jazz, disco e black music, “Song in the Key of Life” di Stevie Wonder del 1976)

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(Il ritmo del cuore, il reggae di Bob Marley)

Naturalmente è un tentativo limitato e limitante come accade sempre nell’incasellare qualcosa di così complesso come la Musica e addirittura correlarlo ai processi psichici di esperienza e senso del Sè. Ma spero che serva da spunto di riflessione. (C. Ferraro)

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(Il recente album degli Opeth “Sorceress” con una interessante fenice, album metal-rock-progressive, ultima evoluzione del genere, il neo-prog)

La natura dell’Anima e l’anima della Natura

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“Pura, Inaccessibile, Avvolta in una Eterna Ombra solitaria, Oscurità Impenetrabile, Intensa, Impervia, Immensa…ha dato vita agli Dei, nessun uomo ha mai sollevato il suo Velo” (La polvere del branco. F. Battiato)

“Io sono tutto ciò che fu, ciò che è, ciò che sarà e nessun mortale ha ancora osato sollevare il mio velo”  (De Iside et Osiride, Plutarco, iscrizione riportata sotto la statua di Iside velata a Menfi)

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Descrivere la natura dell’anima o l’anima della natura è impresa ardua e complessa, ma proviamo a dare spunti di riflessione per coglierne qualche indizio. Innanzitutto dal titolo si comprende che anima e natura potrebbero coincidere e la scelta dell’immagine e dei testi dell’incipit danno l’idea che la natura appare velata cioè l’apparenza nasconde altro che ad un occhio attento può trasparire dal suo velo. Trasparire ma non sollevare, in quanto non è concesso all’uomo o meglio non dipende dalle sue capacità e come direbbero gli alchimisti è solo una concessione divina. L’anima della natura è quindi visibile soltanto indirettamente, attraverso il suo riflesso, le sue proiezioni, ma quest’ultime non sono solo frutto dell’immagine che l’uomo può avere della stessa, nel senso che la stessa immagine non è creazione svincolata dall’oggetto ma quest’ultimo ne è a monte, nel senso che la stessa materia non è proiezione dell’uomo nella misura in cui è l’uomo stesso che ne è a sua volta “proiettato”.

“Alla proiezione aderisce sempre qualcosa dell’oggetto che se ne fa carico, e se noi cerchiamo di inserire nella nostra coscienza ciò che abbiamo riconosciuto come psichico- e vi riusciamo in una certa misura- pure inseriremo con ciò qualcosa dell’universo e della sua materialità, o piuttosto saremo noi assimilati dall’inanimato, tanto il cosmo è infinitamente più grande di noi” (Lo spirito Mercurio, p.265, C. G. Jung)

“Questa Pietra è sotto di te, quanto a obbedienza; sopra di te, quanto a dominio; dipendente da te, per la scienza; attorno a te, per ciò che ti è uguale” (Artis auriferae, Liber primus de lapidis interpretationibus)

Da ciò ne deriva che la Materia stessa (la Natura) e la nostra Anima non differiscono in quanto la prima appare come Matrix della nostra psiche che attraverso le sue proiezioni a sua volta si rivela come Anima che riflette la stessa (Natura), in quel indissolubile connubio che sono la Materia e la Psiche.

Queste considerazioni mettono in evidenza quei principi ermetici per cui il macrocosmo materiale non è dissimile dal microcosmo della psiche dell’uomo, questo passaggio che in Jung, almeno in questo caso, gli permette di ridare valore al materiale alchemico, che lungi da essere soltanto un processo proiettivo inconscio sulla materia ne rappresenta lo strumento “consapevole” della conoscenza della Natura (e di conseguenza della natura dell’uomo).

Ma quali sono i contenuti di questa anima della Natura? Sono quelli che vengono assimilati alla figura di Mercurio…

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Sappiamo che Mercurio è caratterizzato dai seguenti aspetti: è duplice in quanto rappresenta gli opposti, bene e male, infero e divino, sessualità e spiritualità, madre e figlio, padre e figlio, fratello e sorella, maschio e femmina, fuoco e acqua, etc., inoltre è materia e spirito ma anche il processo che dalla prima va al secondo e viceversa, è il diavolo tentatore come lo spirito redentore, è inganno e saggezza, è grezzo come cloaca ma anche filosofale nell’omonima pietra, rappresenta il Sè come nel processo d’individuazione ma anche l’inconscio collettivo, il singolo come l’universale, è giovane e vecchio, puer e senex, etc. etc..

Tra le sue figure abbiamo il Drago, l’ermafrodito ma anche la Grande Madre, come Iside, la stessa Venere finanche la Vergine Immacolata, passando da Diana, Athena, Sofia, ma anche Lucifero, lo stesso Saturno, Cupido, la Melusina, la femme aux serpents, Priamo, Dioniso, Pan, finanche il Bafometto, l’Anticristo come lo stesso Cristo, il Lapis Philosophorum, la Remora, lo Spirito Santo e la stessa Trinità (Uno e Trino) etc.

Tutte figure dell’Anima della Natura che rappresentano la natura della nostra Anima.

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Eppure attraverso quel velo si riesce ad intravedere forme sinuose, aggraziate, piene di vita come di eros e soprattutto Conoscenza. Ed è forse questa la qualità più grande della natura, è insito nella stessa tutta la potenzialità per ritornare al Caos come quella di trasformarsi e migliorarsi, ma nessun cambiamento è possibile se non comprende gli aspetti opposti che la natura comprende, per evitare quanto già accaduto con la razionalità che si è nutrita di odio, superbia e violenza verso ciò che gli è contrario o opposto. Ed è per questo che è insito nei meandri oscuri della Natura, nel lato oscuro quella stessa luce della conoscenza, la stessa forza biologica come quella psicologica che risiede nel “dialogo” tra gli opposti, nell’anima appunto mercuriale che la contraddistingue….(C.Ferraro)

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Immag.: Particolare della Pudicizia di A. Corradini, 1752, Cappella di San Severo, Napoli; statua di Iside velata; statua di Mercurio; Educazione di Cupido del Correggio; il Risveglio di Psiche di Guillaume Seignac; Bartholomeus Spranger, Hermes and Athena, 1585, Praga.

 

 

 

 

Ciclicità, rinnovo e congiunzione, la danza del cerchio e la nascita del Bambino Divino…

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“Egli comandò ai suoi apostoli di prendersi per mano e di formare un cerchio nel centro del quale stava Egli stesso. Gli apostoli si muovevano in cerchio mentre Cristo cantava il canto di lode: Voglio essere salvato, e voglio salvare, Amen. Voglio essere liberato, e voglio liberare, Amen. Voglio essere ferito, e voglio ferire, Amen. Voglio essere generato, e voglio generare, Amen. Voglio mangiare, ed essere mangiato. Amen. Voglio essere pensato, io che son interamente pensiero. Amen. Voglio essere lavato, e voglio lavare. Amen. Il solo numero otto inneggia con noi. Amen. Il numero dodici danza al di sopra della danza. Amen. Chi non danza non conosce quello che accade. Amen Voglio essere unificato ed unificare. Una lampada sono per te che mi vedi. Amen. Uno specchio sono per te mi riconosci. Amen. Una porta sono per te che mi bussi. Amen. Una via sono per te che sei il viandante. Ma se tu segui la mia danza, guardati in me che sono colui che parla…” (Atti di Giovanni, Vangeli Apocrifi estratto da Psicologia della Messa di C.G.Jung)

In questa bella “immagine” che questo testo evoca, come un mandala fatto di parole e significati, si coglie la perfetta simmetria dei contrari in una totalità fatta di azioni e paradossi che intorno ad un fulcro appaiono come raggi di un cerchio dal luminoso e  vitale Centro. L’incorporazione del Signore in mezzo agli apostoli, dodici come i segni zodiacali, all’interno di un otto archetipico che come doppio quattro rafforza l’idea del cerchio sovraceleste, mostra una partecipazione mistica del cosmo intero alla danza della vita, alla nascita di quell’ Anthropos del Dio fatto Uomo e dell’Uomo fatto Dio. Un’immagine che naturalmente vede l’Uno partecipare del Tutto e il Tutto confluire nell’Uno, come nel processo d’Individuazione del Sè o in quella che viene chiamata partecipation mystique….

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Insomma una Circumambulazione che riflette il Movimento del Mondo intorno al suo Centro, sempre pronto a rinnovarsi attraverso il Figlio dell’Uomo, prodotto e origine del suo stesso movimento, dove la coscienza soggettiva di ognuno si riflette e si collega ad un centro oggettivo, per dare forma a quell’Unità di umano e divino rappresentato da Cristo.

“Soltanto la coscienza soggettiva è isolata, ma quando è collegata al suo centro è integrata all’intero. Chi prende parte alla danza vede sé nel centro che riflette, non vede più sé come isolato, ma come l’uno e il dolore del singolo è quel che “vuole soffrire” colui che sta nel centro.” (Psicologia della Messa di C.G.Jung)

Senza l’oggettivazione del Sè, l’Io rimarrebbe preso in una soggettivazione senza speranza e potrebbe girare soltanto intorno a se stesso…

“Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto” (Giovanni 15.5)

Ed è per questo che la Natura si rinnova ciclicamente affinché il suo frutto sia sempre riflesso di una speranza nuova, quel centro che muove il tutto e che ne rappresenta l’origine e che prova a rendersi manifesto nei suoi rami e quando ciò non accade vi è sempre una nuova possibilità, una nuova nascita, un nuovo Bambino Divino, un nuovo Sè….(C. Ferraro)

“Il denaro striscia come il serpente, nelle città d’occidente così si celebra, ma da qualche parte un uomo nuovo sta nascendo” (Il serpente. F. Battiato)

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Immagini: Danzatori Sufi; disegno artistico di danzatore Sufi; Natività di Carlo Maratta,  1650,Roma.

Il Maschile e l’illusione “maldestra” del possesso

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Spesso gli eventi recenti di cronaca hanno messo in risalto il “gioco” del maschile con il femminile (un po’ come accade tra il gatto ed il topo), che ha assunto forme sempre più “aggressive”, dal ricatto del cyberbullismo attraverso il “materiale” videopornografico fino al femminicidio reale e non più virtuale. Eppure queste manifestazioni attuali hanno un’origine ben più antica nella storia della coscienza dell’uomo, in particolare nel suo desiderio di possesso del femminile come della sua negazione. Infatti i due termini (negazione e possesso) spesso sono intrecciati ed il possedere una donna, modo di dire molto in uso in ambito sessuale, tradisce anche la negazione della stessa come soggetto di relazione (e ne fa l’oggetto della relazione sessuale). Eppure l’atto sessuale dell’uomo adulto è proprio il riconoscimento del femminile (a differenza di quanto accade nel mondo animale dove l’accoppiamento avviene da tergo) la consapevolezza “vis a vis” quindi da parte del maschio della matrice femminile e nello stesso tempo il confronto con il suo potere trasformatore/anima (e qui tanto significato ha la Venere allo specchio tanto raffigurata nel mondo dell’arte). Potremmo dire che nel passaggio dalla posizione da tergo a quella frontale dell’accoppiamento l’uomo pone le basi per l’acquisizione della consapevolezza di sè (la Coscienza versus l’Inconscio) non meno di quanto sia stato fondamentale il bipedismo e l’opposizione del pollice per lo sviluppo delle capacità cognitive. Ma questa “opportunità” evolutiva diventa da subito anche una rivalsa del maschile (rivalsa che eredita le paure del mondo fisico, della natura ed in ambito psicologico della parte “terribile” della Grande Madre) ed una manifestazione di una presunta superiorità del raziocinio sull’emotivo (o dello spirito sul corpo bypassando l’anima).

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Ma facendo un passo indietro nel tempo, nell’epoca matriarcale, il possedere (sessualmente parlando) aveva altri significati. Intanto il termine esprime un concetto differente rimandando l’etimo della parola al pos-sedere, quindi all’azione di sedersi. Ed infatti nella storia dell’archetipo femminile (come ci illumina Neumann) le prime Dee Madri risaltavano per la steatopigia dei fianchi e del sedere, che avvicinano le stesse alla terra che simbolizzano. Questo è ancora più evidente nelle successive rappresentazioni della Dea Madre che appare seduta (inoltre come nel simbolismo della stessa dea della montagna, una base che sostiene il tutto, per cui oggi diremmo una base sicura) o ancora con un bambino sulle gambe o in grembo: “La steatopigia, l’accentuazione del sedere nelle rappresentazioni artistiche delle culture primitive della Dea Madre,  va compresa dal punto di vista del simbolismo corporeo. Questa sedentarietà, in cui il sedere è in antitesi con i piedi (movimento) rappresenta un legame particolarmente stretto con la terra ed il carattere dell’atto di sedere diviene chiaro a paragone con i termini possedere, prendere possesso, sede, etc. Nel rituale e negli usi e costumi, sedersi su qualcosa significa prendere possesso”(E. Neumann-La Grande Madre)

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Questa evoluzione figurativa nella raffigurazione della Grande Madre seduta è la forma originaria della dea troneggiante e quindi del trono stesso.
Basta osservare le Madonne con bambino e la loro origine dall’Iside con Horus e Iside con il Re che diventa comprensibile la derivazione successiva del trono ed il Re. Quindi  il trono con la Dea è l’immagine archetipica che darà spunto al Trono stesso (lo stesso nome Iside, tramite il greco Ισις (Isis) e il latino Isis, deriva dall’egizio Ist o Iset, Ast o Ueset significa “colei del trono”). Lo schienale, i braccioli, la seduta con cui indichiamo il trono sono già indicativi della raffigurazione delle parti anatomiche della Dea assisa. Dea assisa che richiama la terra, la montagna, che accoglie il Sole o che ne fa da sostegno. Ma è il trono/regno a fare il Re e non viceversa ed il Re che prende possesso della terra, la Dea Madre, lo fa sedendosi letteralmente nel suo grembo come il bambino/figlio.

” Il re giunge al potere salendo sul trono e prende posto in grembo alla Grande Dea, la terra, quando diviene suo figlio” (E. Neumann, la dea primordiale in La Grande Madre)

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Lo stesso possesso (sessuale) del maschile verso il femminile dovrebbe essere esattamente l’accoglienza, il sostegno del femminile verso il maschile (nelle rappresentazioni della Dea della montagna è la stessa che accoglie il Sole che cala sulla montagna, il Numinoso, lo Spirito). Lo spirito eleva l’uomo, si astrae dalla materia ma dalla stessa è determinato, e non può farlo se la rifiuta o la riduce ad oggetto rinnegando la “sua stessa anima”. L’illusorio fine dell’uomo, l’evoluzione della sua coscienza e conoscenza si trasforma così soltanto in un puerile ed inutile gioco di possesso fisico e frustrazione. Frustazione dell’impossibità di autonomia della coscienza dal corpo, dalle emozioni e dall’amore stesso, da cui sarà sempre agito, perché questi uomini dediti all’esercizio del possesso saranno comunque sempre “figli” e dipendenti dalla Dea Madre, su cui non regneranno mai, una Dea Madre spesso nelle vesti della madre stessa (ma questo è un altro capitolo)….

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Immagini:  Iside con Horus rappresentata nei sotterranei di Roma, Venere di Willendorf, Iside con Horus a confronto con Madonna con bambino, Iside velata e trono, Iside con il Re sulle ginocchia, nel portico del tempio di Seti I (destra dell’immagine)

Natura ambivalente, mater terribilis e figlicidio, dal mito di Medea al disturbo borderline di personalità…

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Medea: “O maledetti figli di madre odiosa, possiate morire con il padre, e tutta la casa vada in malora”. La nutrice: “Terribili sono le volontà dei potenti poiché di rado,  come che sia, sottostanno,  spesso spadroneggiano, e difficilmente elaborano le ire” (Medea di Euripide)

Il mito di Medea naturalmente rappresenta l’immagine archetipica fondamentale nel rappresentare l’omicidio più cruente della storia dell’uomo: il figlicidio o l’infanticidio (quando l’età del figlio è inferiore ad un anno o al massimo due). Come ogni funzione mitopoietica la creazione di un mito riflette aspetti della natura dell’uomo e della sua manifestazione reale (la realtà supera spesso l’immaginazione) e la “virgo cuenta” come Medea veniva chiamata da Draconzio è una forma possibile dell’essere donna. I recenti fatti di cronaca, fino all’ormai famoso caso di Cogne, ci confermano questa possibilità.

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Ma dove vi è una donna c’è sempre un uomo, nel mito di Medea infatti abbiamo Giasone. Il mito narra in breve che Medea, il cui nome rimanda ad astuzia, figlia del Re della Colchide Eeta, a sua volta figlio del Sole, Eolo e della madre Idia, ninfa di provenienza titanica o, nella variante di Diodoro Siculo, della figlia del fratello di Eeta, la maga Ecate, che sposerà lo zio Eeta, dopo aver ucciso il padre Perse. Comunque sarà nipote o sorella della maga Circe a seconda delle varianti, sottolineando comunque l’aspetto magico-terribile del femminile, che impersonerà la stessa Medea, maga egli stessa. Innamorata di Giasone che verrà nella Colchide per impossessarsi del Vello d’Oro, facilitato, dalla stessa, e con cui scapperà non prima di aver ucciso il fratello e fatto a pezzi per rallentare l’inseguimento del padre Eeta. Al ritorno in patria Giasone non otterrà quanto promesso dallo zio (il trono in cambio dell Vello dal grande potere terapeutico) ma la stessa Medea con l’inganno spingerà i figli di Pella (lo zio di Giasone) a uccidere lo stesso e insieme a Giasone scapperanno a Corinto. Qui Giasone proverà a sposare Glauce, figlia del re Creonte, per salire al suo trono. Ma Medea medita una tremenda vendetta. Fingendosi rassegnata, manda come dono nuziale un mantello alla giovane Glauce, la quale, non sapendo che il dono è intriso di veleno, lo indossa per poi morire fra dolori strazianti. Il padre Creonte, corso in aiuto, tocca anch’egli il mantello, e muore. Ma la vendetta di Medea non finisce qui. Secondo Euripide, per assicurarsi che Giasone soffra e non abbia discendenza, dopo un’angosciosa incertezza vince la sua natura di madre e uccide i loro figli (Mermero e Fere) avuti da lui. Secondo Diodoro Siculo i figli che Medea aveva avuto da Giasone erano addirittura tre. Fuggita ad Atene, a bordo del carro del Sole trainato da draghi alati, Medea sposa Egeo, dal quale ha un figlio, Medo; Egeo aveva precedentemente concepito con Etra un figlio, Teseo. Medea vuole lasciare il trono di Atene a Medo, ma Teseo giunge in città. Egeo ignora che Teseo sia suo figlio, e Medea, che vede ostacolati i suoi piani per Medo, suggerisce al marito di uccidere il nuovo venuto durante un banchetto. Ma all’ultimo istante Egeo riconosce Teseo come suo figlio e Medea è costretta a fuggire di nuovo. Torna nella Colchide, dove si ricongiunge e si riappacifica con il padre Eeta.

Jason and Medea, 1759 (oil on canvas)

Appare evidente che il Mito evidenzia più la Femmina tradita che la Madre disonorevole, i figli uccisi sono più un attacco al marito che a se stessa, non è la maternità che viene rinnegata, o meglio questo sempre più un effetto secondario rispetto all’abbandono subito dalla donna, vero movente. Sta di fatto che l’abbandono è primario rispetto alla maternità. Ma una donna può essere madre se prima non è sposa o ancor prima figlia? Proviamo ad usare il linguaggio del mito per rispondere…

Innanzitutto nel mondo mitico ci s’imbatte in padri che uccidono figli, madri figlie, figli che uccidono padri, o mariti spose e viceversa. E’ tutto possibile perché la Natura esprime la sua totipotenzialità, non emergono morali, leggi, leggi del logos quindi la civiltà. Ci troviamo nel mondo delle pulsioni, l’emotività, l’istinto, nel mondo naturale dove forze contrapposte si attraggono, respingono, formano miscele esplosive non meno pericolose di quelle di un vulcano in eruzione o di una tempesta nel mese di agosto. Questa è la terra di mezzo, dove regna la Materia, l’Inconscio, l’Inconscio collettivo (che aspetta di essere trasformato-decodificato…)

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Ed in effetti quello che vediamo in questi casi di cronaca sono manifestazioni di comportamenti atavici, ancestrali, che possiedono le vittime umane, fragili Io che sono posseduti da demoni naturali dell’ inconscio collettivo, che trovano spazio nel loro inconscio individuale…ma lo stesso inconscio collettivo della somma di tanti “storici” inconsci individuali ne è madre e figlia (perché l’inconscio è femmina). La Natura nel Mito dunque mostra tutta la sua ambivalenza, bene e male sembrano solo etichette superficiali di significati che etica non hanno, ma quali sono questi significati?? Sono riconducibili a due moti essenziali attrazione e repulsione, legame e contrasto,  Eros ed Eris, utilizzando le stesse figure del Mito, in ultima analisi amore e potere.

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Ma spesso il potere di un mare in piena che travalica gli scogli o di un leone che ferocemente assale uno gnu risponde a dinamiche di armonie che sfuggono all’osservazione dell’evento in sé, ma sono per quanto occulte presenti lo stesso. In questo gioco delle parti comunque ci sono delle vittime, che rendono inevitabilmente la Natura terribile e ambivalente. E vittime ci sono in questi fatti di cronaca, dove gli eventi crudeli tralaltro non sono tanto “naturali” come quelli succitati ma appartengono comunque alla natura dell’uomo. E la Natura dell’uomo non è solo amore filiale, istinto materno, ma anche potere sull’altro, inganno, gelosia, ira e vendetta. Provando a rispondere alla domanda di cui sopra è possibile la maternità senza che sia preceduta dalla felice coniugalità o ancor prima dall’essere stati amabili figli? Sembrerebbe di no, il Mito stesso traduce queste genealogie fatte da tradimenti, rinnegamenti, amori disillusi, gelosie tra padri e figli, madre e figlie, senza scomodare l’Edipo Freudiano. E’ il lato Oscuro delle Forza diremmo utilizzando il gergo di un famoso film di fantascienza e utilizzando lo stesso diremmo che occorre portare equilibrio tra i due lati, per non incorrere nell’enantiodromia (Junghianamente parlando). Riprendiamo un linguaggio più moderno, psicologico, sappiamo di come figli abusati saranno essi stessi agenti di abuso o figli non amati incapaci di amare. La teoria dell’attaccamento ci mostra forme disorganizzate, insicure ed evitanti come risposta a prime relazioni genitoriali non efficienti che si ripetono nel tempo da adulti, come vere trasmissioni transgenerazionali di codici comportamentali. Spesso questo bagaglio maldestro affettivo può trovare risposte funzionali in relazioni adulte d’amore efficaci, ma spesso accade il contrario e si perpetua e soprattutto rende irrisolto un’amabilità così precaria come così dipendente dall’altro, a volte con modalità anche aggressive. E torniamo alla nostra Medea, l’immagine del Mito ci dà la forma di una donna magica quindi persuasiva, manipolatoria, mistificatrice ma alla ricerca dell’amore perduto (e qui il padre ha la sua valenza). Ma incapace di tollerare l’abbandono che la trasforma in una furia vendicativa, dove non vi può essere spazio nemmeno per i suoi figli, in quanto figli dell’Altro. Oggi diremmo che rivediamo in Medea un profilo di Disturbo Borderline, ed infatti spesso le madri infanticide hanno questo profilo, ma esistono anche altre forme di personalità da non escludere (narcisistiche, antisociale e istrioniche), ma non è la nosografia che c’interessa.

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Sono quasi sempre le madri che commettono l’Infanticidio perché sono le madri che hanno potere sui figli piccoli ed è il potere la causa del loro male, perché dove vi è il potere non vi può essere l’amore (cito Jung). Eppure il Mito può insegnarci anche altro, a volte bisogna saper attendere, aspettare che la stessa maternità trasformi una pietra grezza e piena di difetti in oro, perché l’amore qualunque esso sia (materno, coniugale, filiale) risponde ad un fine soltanto, l’evoluzione dell’uomo e la sublimazione della sua stessa natura e come l’Aurora dell’ultimo Maleficient della Disney anche la donna tradita (dal padre, dal marito, dall’uomo in genere) può trasformarsi grazie all’amore della figlia, da strega cattiva, mater terribilis a Mater Venerabilis. Quindi non tutto è perduto, la risposta alla domanda se esiste adeguata maternità non preceduta da una buona filialità e coniugalità: è possibile! (C.Ferraro)

Maria Callas in Pier Paolo Pasolini 'Medea'

 

Medea, un dipinto di Henri Klagmann, Nancy, Musée des Beaux-Arts; Giasone e Medea, opera di John William Waterhouse, 1907; Charles André van Loo – Jason and Medea, 1759; Medea, opera di Anthony Frederick Augustus Sandys, 1866-68; Medea di George Romney; la Medea di Lars Von Trier (1988); Maria Callas nella Medea di Pier Paolo Pasolini (1969).

Perché il Caos è femmina…e l’ordine pure? Medusa e Atena, simboli dell’Anima, insegnano…

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Due immagini mitologiche così diverse eppure affini le troviamo in quelle di Athena e Medusa, un affinità che si evince nella funzione primaria che le caratterizza, seppure nei due versi opposti, l’intelletto e la sua perversione….tra l’altro la prima ha pure la testa della seconda sul suo scudo fatto di pelle di capra (l’Egida). Infatti se Medusa è una delle tre Gorgoni che vivono ai margini del Caos (le Esperidi) nella fattispecie quella che rappresenta la perversione dell’intelletto, Athena rappresenta all’inverso la Dea guerriera della conoscenza. Se Medusa si associa al Caos e con il suo aspetto “rettiliano” riconduce inevitabilmente al Drago, Athena nella sua esaltante ed austera bellezza richiama naturalmente la Grazia “vincente” della Natura stessa. Ma perché sono femmina entrambi?? Un esempio di questo accostamento lo troviamo nell’iconografia medioevale e rinascimentale dove spesso al Drago (rappresentante del Caos) si associa la fanciulla “graziosa” prigioniera che aspetta di essere liberata dal prode Cavaliere, qui però abbiamo una situazione inversa (il Drago “trattiene” la Grazia) a quella precedente dove la Dea guerriera ha invece sul suo scudo la testa del “Drago” vinto.

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Ma ritorniamo alla domanda, perchè sono femmina il Caos e la stessa Grazia. La tradizione Alchemica ribadisce che nulla puoi senza il Mercurio pur se lo stesso non “entra” nella costruzione della Pietra. Sappiamo che il Mercurio è femmina e se la Materia Prima è quello stesso Mercurio/Caos che poi diverrà filosofale, ma non è la Pietra, allora la Pietra è il soggetto dell’opera, non il suo prodotto, il Cavaliere. Cosa accade dunque all’Alchimista/Cavaliere, si trasforma egli stesso??

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Un esempio interessante e calzante è quello dell’Artista o dell’Architetto (non a caso le cattedrali gotiche sono dei veri testi in pietra ideati dagli stessi). L’Architetto, l’Artista opera sulla Materia Prima, che in senso concreto può essere tutto ciò di cui abbisogna, dalla calce ai mattoni, finanche ai fogli di carta su cui svilupperà il suo disegno, o ad esempio all’argilla di una statua o le sue stesse idee, cercando di costruire ora un edificio armonioso, utile e ben inquadrato nell’ambiente in cui va ad inserirsi o un opera d’arte di indubbia armonia. Al termine della sua Opera comunque si vedrà alla luce qualcosa di totalmente diverso, utile, necessario, significativo e/o visibilmente armonioso, frutto della perfetta sintonia tra le sue parti, ben diverso dalla materia “caotica” presente in origine. E’ questa la Pietra Filosofale?? No questa è la fanciulla del quadro, la Grazia delle sue parti, l’Opera ma anche l’Anima proiettata dell’Artista nella sua stessa Opera, il riflesso del suo agire. La Pietra è dunque il Cavaliere, il suo mutamento ottenuto attraverso il suo agire, il costruire quell’Opera che mentre viene fuori “modella” il suo stesso autore. Athena rappresenta il riflesso di quest’azione perfetta, vincente, figlia di quell’armonia (Venere?) che la determina ed è insito nella stessa Natura, il mercurio reso filosofale.  Allora il caos è femmina come l’ordine e la grazia in quanto materia prima, strumento, contesto dell’azione, nonché il riflesso del suo agire (il suo stesso significato), agire che naturalmente è maschile. E quando l’Azione è perfetta, l’Agens ( il maschile) attraverso il suo Patients (il femminile) ha reso se stesso quella Pietra filosofale, che è strumento di redenzione del mondo stesso.

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Per avvalorare la tesi invertiamo gli “addendi”, utilizziamo la proprietà commutativa. Nella cultura orientale abbiamo un’inversione di questi significati, ad esempio il Drago è maschile, associato alla luce, allo Yang ma pur associato all’acqua, elemento femminile per eccellenza, questo perché mentre nel mondo occidentale si ha il primato dell’azione sul pensiero, in quell’orientale accade il contrario. Se l’uomo è ordinatore, la sua azione è attiva, quindi maschile, coagulante e agisce sul mondo, l’ambiente, la materia, che è invece di natura femminile, dissolvente. Nel mondo orientale cambia solo la polarità del verso per cui è l’ambiente, il Drago ad agire sull’uomo. Ne deriva che l’uomo è agito dall’ordine quando riesce a “sintonizzarsi” con esso (primato del pensiero sull’azione, della meditazione consapevole, dell’attenzione sull’impulso). Traslato in ambito psicologico questo determina nel mondo occidentale il rafforzamento della Coscienza nei confronti dell’Inconscio (che ben rappresenta il nostro Drago del Caos, il femminile ed il mare magnum delle tenebre) dove nel mondo Orientale al contrario un Ego poco definito e poco volitivo (apparentemente) trova senso e forza in un ordine che lo sovrasta e lo determina e di cui si sente appendice (il maschile?). Che poi ciò abbia determinato nel mondo Occidentale il progresso scientifico e tecnologico che sappiamo, ma a spese spesso dello spirito/pensiero e attraverso la violenza sulla Natura stessa, dove il progresso spirituale del mondo Orientale ha avuto la meglio, ma senza quella concretezza e utilità del primo, questo è deducibile.

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L’alchimista dunque redime la Materia compiendo l’Opera ma è quest’ultima che alla fine redime lo stesso (Pietra Filosofale), l’operatore che (ri)trova la sua Anima attraverso la sua azione, che tra l’altro non può prescindere appunto da quel femminile (Caos-Grazia) da cui si separa per poi ricongiungersi, che sia la sua Opera, il suo Inconscio, la sua donna questo è relativo, perché è il processo che conta ed è questo che alfine lo rende filosofale (il nostro Cavaliere). (C.Ferraro)

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Immagini: Scudo di Atena con Medusa; San Giorgio e il drago di Paolo Uccello (1456); Cadmo uccide il drago di Hendrick Goltzius (1617); Drago cinese; Atena di Rembrandt (1655); Pallade Atena (Pallas Athene) di Gustav Klimt (1898) da notare l’immagine della Medusa sull’armatura a scaglie e una piccola Nike nella mano destra.