Perché il Caos è femmina…e l’ordine pure? Medusa e Atena, simboli dell’Anima, insegnano…

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Due immagini mitologiche così diverse eppure affini le troviamo in quelle di Athena e Medusa, un affinità che si evince nella funzione primaria che le caratterizza, seppure nei due versi opposti, l’intelletto e la sua perversione….tra l’altro la prima ha pure la testa della seconda sul suo scudo fatto di pelle di capra (l’Egida). Infatti se Medusa è una delle tre Gorgoni che vivono ai margini del Caos (le Esperidi) nella fattispecie quella che rappresenta la perversione dell’intelletto, Athena rappresenta all’inverso la Dea guerriera della conoscenza. Se Medusa si associa al Caos e con il suo aspetto “rettiliano” riconduce inevitabilmente al Drago, Athena nella sua esaltante ed austera bellezza richiama naturalmente la Grazia “vincente” della Natura stessa. Ma perché sono femmina entrambi?? Un esempio di questo accostamento lo troviamo nell’iconografia medioevale e rinascimentale dove spesso al Drago (rappresentante del Caos) si associa la fanciulla “graziosa” prigioniera che aspetta di essere liberata dal prode Cavaliere, qui però abbiamo una situazione inversa (il Drago “trattiene” la Grazia) a quella precedente dove la Dea guerriera ha invece sul suo scudo la testa del “Drago” vinto.

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Ma ritorniamo alla domanda, perchè sono femmina il Caos e la stessa Grazia. La tradizione Alchemica ribadisce che nulla puoi senza il Mercurio pur se lo stesso non “entra” nella costruzione della Pietra. Sappiamo che il Mercurio è femmina e se la Materia Prima è quello stesso Mercurio/Caos che poi diverrà filosofale, ma non è la Pietra, allora la Pietra è il soggetto dell’opera, non il suo prodotto, il Cavaliere. Cosa accade dunque all’Alchimista/Cavaliere, si trasforma egli stesso??

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Un esempio interessante e calzante è quello dell’Artista o dell’Architetto (non a caso le cattedrali gotiche sono dei veri testi in pietra ideati dagli stessi). L’Architetto, l’Artista opera sulla Materia Prima, che in senso concreto può essere tutto ciò di cui abbisogna, dalla calce ai mattoni, finanche ai fogli di carta su cui svilupperà il suo disegno, o ad esempio all’argilla di una statua o le sue stesse idee, cercando di costruire ora un edificio armonioso, utile e ben inquadrato nell’ambiente in cui va ad inserirsi o un opera d’arte di indubbia armonia. Al termine della sua Opera comunque si vedrà alla luce qualcosa di totalmente diverso, utile, necessario, significativo e/o visibilmente armonioso, frutto della perfetta sintonia tra le sue parti, ben diverso dalla materia “caotica” presente in origine. E’ questa la Pietra Filosofale?? No questa è la fanciulla del quadro, la Grazia delle sue parti, l’Opera ma anche l’Anima proiettata dell’Artista nella sua stessa Opera, il riflesso del suo agire. La Pietra è dunque il Cavaliere, il suo mutamento ottenuto attraverso il suo agire, il costruire quell’Opera che mentre viene fuori “modella” il suo stesso autore. Athena rappresenta il riflesso di quest’azione perfetta, vincente, figlia di quell’armonia (Venere?) che la determina ed è insito nella stessa Natura, il mercurio reso filosofale.  Allora il caos è femmina come l’ordine e la grazia in quanto materia prima, strumento, contesto dell’azione, nonché il riflesso del suo agire (il suo stesso significato), agire che naturalmente è maschile. E quando l’Azione è perfetta, l’Agens ( il maschile) attraverso il suo Patients (il femminile) ha reso se stesso quella Pietra filosofale, che è strumento di redenzione del mondo stesso.

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Per avvalorare la tesi invertiamo gli “addendi”, utilizziamo la proprietà commutativa. Nella cultura orientale abbiamo un’inversione di questi significati, ad esempio il Drago è maschile, associato alla luce, allo Yang ma pur associato all’acqua, elemento femminile per eccellenza, questo perché mentre nel mondo occidentale si ha il primato dell’azione sul pensiero, in quell’orientale accade il contrario. Se l’uomo è ordinatore, la sua azione è attiva, quindi maschile, coagulante e agisce sul mondo, l’ambiente, la materia, che è invece di natura femminile, dissolvente. Nel mondo orientale cambia solo la polarità del verso per cui è l’ambiente, il Drago ad agire sull’uomo. Ne deriva che l’uomo è agito dall’ordine quando riesce a “sintonizzarsi” con esso (primato del pensiero sull’azione, della meditazione consapevole, dell’attenzione sull’impulso). Traslato in ambito psicologico questo determina nel mondo occidentale il rafforzamento della Coscienza nei confronti dell’Inconscio (che ben rappresenta il nostro Drago del Caos, il femminile ed il mare magnum delle tenebre) dove nel mondo Orientale al contrario un Ego poco definito e poco volitivo (apparentemente) trova senso e forza in un ordine che lo sovrasta e lo determina e di cui si sente appendice (il maschile?). Che poi ciò abbia determinato nel mondo Occidentale il progresso scientifico e tecnologico che sappiamo, ma a spese spesso dello spirito/pensiero e attraverso la violenza sulla Natura stessa, dove il progresso spirituale del mondo Orientale ha avuto la meglio, ma senza quella concretezza e utilità del primo, questo è deducibile.

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L’alchimista dunque redime la Materia compiendo l’Opera ma è quest’ultima che alla fine redime lo stesso (Pietra Filosofale), l’operatore che (ri)trova la sua Anima attraverso la sua azione, che tra l’altro non può prescindere appunto da quel femminile (Caos-Grazia) da cui si separa per poi ricongiungersi, che sia la sua Opera, il suo Inconscio, la sua donna questo è relativo, perché è il processo che conta ed è questo che alfine lo rende filosofale (il nostro Cavaliere). (C.Ferraro)

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Immagini: Scudo di Atena con Medusa; San Giorgio e il drago di Paolo Uccello (1456); Cadmo uccide il drago di Hendrick Goltzius (1617); Drago cinese; Atena di Rembrandt (1655); Pallade Atena (Pallas Athene) di Gustav Klimt (1898) da notare l’immagine della Medusa sull’armatura a scaglie e una piccola Nike nella mano destra.

 

 

 

 

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Il recupero del femminino e del mondo emotivo

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“Quando farete dei due uno, e quando farete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l’uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno.”  (Vangelo di Tommaso)

La lunga tradizione esoterica-alchemica inevitabilmente ha sempre sottolineato la necessità della rivalutazione di quella Materia Prima, deplorevole e apparentemente di poco conto, presente dovunque ma dovunque mal considerata, che ha spinto tutti a ricercarla. Ma tralasciando considerazioni tra la metafora e la realtà fisica della stessa, è facile trovare parallelismo tra queste affermazioni ed il percorso religioso di quelle correnti spirituali che si insediarono tra le terre del Nilo ed il mondo ebraico. In particolare senza affondare in ricerche storiche di queste radici religiose, è con l’avvento del Cristianesimo che tale diramazioni si fanno più consistenti. In particolare si assiste a tutte quelle correnti parallele che troviamo riscontro nel cosiddetto Gnosticismo, dove la figura femminile e le correlazioni con la Materia (Maria Maddalena, Serpente, Sofia Oscura, etc.) acquistano un valore conoscitivo-esperenziale che verrà totalmente “amputato” nel percorso ufficiale Cristiano. Un movimento che riapparirà nell’Alto medioevo, con le figure dei Catari, Bogomili ed il culto del Femminino Sacro.

Ma le Cattedrali medioevali continuavano ad essere innalzate a suo nome e mantenere quelle conoscenze “simboliche” che a tale movimento si riferivano, sotto gli occhi della Chiesa stessa. Un “apparente” movimento pagano che conservava però segreti “orfici” e “dionisiaci” che a quella Materia deplorevole si riferiva. Le figure che si affacciano in quel periodo, come il Bafometto o il Diavolo stesso, assumono per coloro che “sanno” ben altri significati, sono il riscatto di quel mondo emotivo che racchiude il “tesoro” di ogni cercatore, la conoscenza o la pietra filosofale.

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La nostra conoscenza psicologica d’altronde conferma la validità di queste intuizioni religiosi, traslato infatti nel nostro linguaggio psicologico, la psicologia analitica prima e finanche il cognitivismo post-razionalista ha dimostrato che è il mondo emotivo a determinare il pensiero e sempre attraverso questo stesso mondo emotivo che l’uomo può migliorarsi e finanche curare i suoi disturbi, fisici o psichici. Il primato della razionalità si è estinto e l’inconscio sembra essere anche l’unica vera risorsa di miglioramento psicologico e spirituale dell’uomo. Non è l’Es Freudiano ma la Matrice di ogni contenuto, quelle forme formanti archetipiche che possono essere veicolo di trasformazione e benessere e non solo energia pulsionale incontrollata.

Un percorso può unire due punti opposti, ma un uomo non può andare verso entrambi allo stesso tempo. Questo significa che l’uso della razionalità esclude necessariamente quello dell’emotività e viceversa, l’unico modo per farli “coincidere” è accorciare il percorso che li unisce, avvicinarli e lo strumento adatto sembra essere l’immaginazione, un’immaginazione consapevole, attiva e finalizzata e la tecnica il “Solve et Coagula” degli alchimisti. I due poli possono provare a coincidere come è possibile cogliere la simultaneità di bene e male o spirito e materia nella stessa ambivalenza del mondo naturale, ma un dialogo resta sempre comunque necessario, per quella tensione benevola che permette il movimento vitale e l’energia, che gli analisti chiamano libido ed i cognitivisti conoscenza.

Ma dove troviamo questo “materiale” di accrescimento da congiungere alla nostra azione consapevole e logica? Le nostre reazioni emotive, il nostro sentire, il sentire che non gradiamo e attribuiamo all’altro, le nostre fantasie, i nostri sogni, finanche i nostri istinti,                                        la nostra immaginazione, tutte quelle forme di “conoscenza tacita” che rappresentano informazioni ed energia vitale su di noi, l’altro ed il mondo stesso in cui abitiamo e ci abita:

“La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la maestra pietra d’angolo su cui poggia tutta la struttura dell’edificio” (Amyraut in “Il Mistero delle cattedrali” di Fulcanelli)

“…andate, segretamente e minuziosamente in gran silenzio e avvicinatevi alla parte posteriore del mondo e udrete rimbombare il tuono, sentirete soffiare vento e vedrete la grandine e la pioggia cadere sulla terra. Quella è la cosa che voi cercate, la cui fine è la coltura e la fertilità della terra, nella quale il nostro escremento, per azione della natura, muovendo ogni cosa circolarmente, riappare nel nostro nutrimento e da questo viene l’accrescimento del nostro corpo. O quanto questo è ammirevole e salutare per l’uomo che sa” (Theatrum chemicum, 1661)

Nella “Psicologia della traslazione” Jung ci mostra di come il rapporto con il mondo emotivo predilige soprattutto l’Eros e quindi l’Altro/a, in un complesso di relazioni (quaternio) conscio-conscio, conscio-proprio inconscio, conscio-inconscio dell’altro ed inconscio-inconscio che permette il perfetto coincidere di libido e conoscenza, intrapsichica ed interpsichica, trama di vita dell’essere uomo e della necessità dell’altro per la sua individuazione, vedi schema:

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Insomma è la Materia, il rapporto dell’uomo con la sua Natura, ed il suo stesso “dominio” emotivo a rappresentarlo, il luogo di trasmutazione d’elezione ed è solo in questa “casa”, la casa dell’Anima, che gli attori possono cambiare copione…(C. Ferraro)

“Benedetta sia la dea dell’Aurora scintillante
Freyja, la Bellissima,
La piu Appassionata delle Regine.

Insegnami i misteri dell’autentica passione del cuore.
Mostrami i segreti del wyrd.
Cammina con me nella luce delle stelle.
Io accendo questa candela
in una ardente offerta a Te,
Freyja, dea del fuoco etereo”

Immagine in alto: “Le lacrime di Freyja”, dea della fertilità, della guerra, della seduzione e dell’amore, divinità della mitologia nordica, la religione tradizionale pre-cristiana dei popoli della Scandinavia. L’opera erroneamente attribuita a Gustav Klimt, è invece di Anne Marie Zilberman, pittrice contemporanea francese. Al centro la possibile Maria Maddalena nel disegno di Leonardo, ufficialmente la testa di S. Giovanni Evangelista al museo di Strasburgo.

 

Karma, Materia, redenzione ed evoluzione…

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“Come un orefice prende la materia di un gioiello e con essa foggia un disegno nuovo e più bello, allo stesso modo questo ātman scrollandosi via il corpo e rendendolo insensibile, ne foggia una forma nuova e più bella, quella di uno dei padri (piṭr) o di un gandharva o di un deva o di Prajāpati o di Brahmā o di altri esseri”  (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad)

Si sente parlare spesso di Karma, Karma familiare e costellazioni varie, ma vi è un destino legato non necessariamente a chi ci ha preceduto ma agli elementi che ci compongono (che tralaltro lo costituiscono comunque) paradossalmente un Karma molto più antico dei nostri stessi avi. Ad esempio quell’insieme di “coordinate” astrali che costellano la nostra nascita o forse anche il concepimento. Non è un tempo longitudinale, quello di chi ci ha preceduto ma ciclico e trasversale, ma non per questo meno antico, anzi. A dir il vero esiste già una “scienza” o presunta tale che si occupa di ciò, si chiama astrologia, anche Jung se ne interessò. Ma questo Karma “prenatale” lo troviamo anche nei meandri non solo del tempo trasversale, ma dell’effetto dello stesso con quello longitudinale, se presupponiamo che la materia di cui siamo composti interagisca nel tempo con tutto ciò che la costella (nel caso umano si chiama selezione ed adattamento). Quindi i diversi aspetti biologici che ci costituiscono, che variano nel tempo trasmettendosi per generazioni a generazioni, effetti di queste stesse interazioni “tra la Materia stessa”. Un esempio, in ambito psichico, sono i cosiddetti temperamenti (ha il carattere del Nonno, è irritabile, da quando è nato…) mai riconosciuti dalla scienza ma sempre ipotizzati (quest’ultimi poi essendo ereditari, come sembra, sono inevitabilmente compresi anche nelle vicissitudini dei nostri avi, rafforzando il peso di una eredità biologica e psicologica, tra loro intricati). E’ comunque il Karma dell’uomo e del suo rapporto filiale con Madre Natura, è il peso della Materia e del suo rapporto con tutto ciò che ci circonda, un disegno biologico che comprende dal codice genetico all’influsso degli astri, dall’istinto finanche ai movimenti rotatori del globo terrestre. Di questo “debito” biologico che ci costituisce, l’uomo cosa ne deve fare? L’Alchimia dice di provarlo a riscattarlo, e di trasformare questo piombo “Saturnino” in oro filosofale, dare al nostro Karma “naturale” una direzione migliore, fare della nostra natura quindi una Natura migliore. Pagare il nostro debito biologico affinché possa diventare un credito per le future generazioni….

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Lo strumento è la conciliazione degli Opposti, il fine la Redenzione della Materia…

“Il mysterium coniunctionis simboleggiato in svariate maniere, ma in particolare come «matrimonio alchemico», si esprime fondamentalmente per mezzo di paradossi, cosicché è la massima contraddizione a garantire la conciliazione degli opposti” (B. Nante, Guida alla lettura del LR, Cap.6)

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“Ora, tutte queste immagini mitiche rappresentano un dramma dell’anima umana al di là della nostra coscienza, in cui l’uomo è o colui che dev’esser redento o colui che redime. La prima for­mulazione è cristiana, la seconda alchimistica. Nel primo caso l’uomo attribuisce a sé stesso il bisogno di esser redento, e trasferisce sulla figura divina autonoma l’opera di redenzione, il vero e proprio “opus”; nel secondo caso egli si assume il dovere di com­piere l’“opus” liberatore, attribuendo lo stato di sofferenza, e dun­que il bisogno di redenzione, all’anima mundi imprigionata nella materia (Psicologia e alchimia, cap. 3, L’opera di redenzione. C.G. Jung)

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La redenzione assimila la Materia/il Male/il Femminile/l’Inconscio dunque e ne permette l’evoluzione….

“L’alchimista lavora alla imperfezione di questa realtà permettendone la sua rivelazione e realizzandola completa la sua funzione, liberando il Dio la redime, e redimendola la fa risorgere” (estratto da Jung in Mysterium Coniunctionis).

Ed appunto in questo processo di morte e rinascita trova spazio il movimento ed il tempo (essendo appunto un processo), un processo di eternità, fatto di errori, conoscenza, redenzione,  ed evoluzione, la Natura vince sempre la Natura….(C. Ferraro)

Immag.: Particolare vetrata Duomo di Siena con Assunzione della Vergine; Durante Alberti (Sansepolcro, 1556 – Roma, 1613) Assunzione della Vergine; il vertiginoso e mandalico “L’Assunzione della Vergine”, di Correggio, databile al 1524-1530 circa e situato nella cupola sopra l’altare maggiore del Duomo di Parma; immagine del Libro Rosso di Jung

L’Incoscienza dell’eroe e la Coscienza del suo agire sociale

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 A pochi giorni dal venticinquesimo anniversario della strage di Capaci….il 23 maggio del 1992, con un attentato spettacolare, la macchina di Falcone viene fatta esplodere sull’autostrada che collega Palermo e Trapani con 500 chili di tritolo, che gli tolgono la vita a lui, a sua moglie e a tre agenti di scorta. Il 19 luglio dello stesso anno un autobomba esplode sotto casa della madre di Paolo Borsellino, che era andato a fargli visita. Morirà lui e tutti gli uomini della scorta. Ricordiamoli, incoscienti eroi dalla profonda coscienza civile…

FALCONE, ITALIA RICORDA STRAGI MAFIA A PALERMO E IN 6 CITTÀ

“In questo mondo c’è bisogno di eroi.
Gli eroi sono quelli che dimostrano che gli uomini sanno essere sempre migliori delle avversità e delle circostanze in cui sono costretti ad agire” (C.F.)


“L’eroe è un uomo straordinario nel quale alberga un daimon ed è questo demone a fare di lui un eroe.”
(C.G.Jung – Simboli della Trasformazione, Edizioni Bollati Boringhieri,p.337)

“I vincitori delle tenebre risalgono fino ai tempi preistorici, e questo fatto (insieme con molti altri miti) dimostra che esiste anche una primordiale indigenza psichica: lo stato d’incoscienza.” (C.G.Jung – Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, 1941, con K.Kerényi)

“Il “fanciullo” esce dal grembo dell’inconscio, come una sua creatura, generata dal fondo stesso della natura umana, o meglio, dalla natura viva in generale. Egli personifica le forze vitali di là dei limiti della coscienza, vi è possibilità di cui la coscienza, nella sua unilateralità, non ha sentore, e una totalità che abbraccia le profondità della natura. Egli rappresenta la tendenza più forte e più irriducibile di ogni esistente: quella di realizzare se stesso. Egli è un “non poter essere diversamente”, armato di tutte le forze istintive naturali, mentre la coscienza si trova sempre imbrogliata in un supposto “poter essere anche diversamente”. La tendenza e il bisogno dell’auto-realizzazione è una legge di natura ed è quindi di una forza invincibile, anche se la sua azione, all’inizio, possa sembrare insignificante e inverosimile. Questa forza si manifesta nelle gesta prodigiose dell’eroe fanciullo (…).” (C.G.Jung – Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, 1941, con K.Kerényi)

“Quando sei totalmente “spirito” gli altri diventano inevitabilmente la tua anima” (C.F.)

Kenosis, enantiodromia e luna nuova…tra essere e divenire la congiunzione degli opposti.

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“La luna decresce per poi ricolmare gli elementi, e questo è un gran mistero. Le ha fatto questo dono Colui che a tutti ha donato la grazia. Egli l’annientò perché ricolmasse, perché anch’egli si annientò per colmare ogni cosa: si annientò infatti per discendere fino a noi, e discese fino a noi per ascendere in favore di tutte le cose. Quindi la luna ha proclamato il mistero di Cristo” (Sant’Ambrogio, Exameron, IV. 8, 32)

La Kenosis è una parola greca, che significa letteralmente “svuotamento” o “svuotarsi”, ed è storicamente utilizzata quasi esclusivamente per indicare un concetto legato alle teologie e alle mistiche delle religioni cristiane. Essa corrisponde all’antica parola greca κένωσις, kénōsis, in italiano “kenosi” o “chenosi”, che deriva dal sostantivo κενός, kenós, che significa “vuoto”.
Nella sua Lettera ai Filippesi, Paolo di Tarso scrisse: «Cristo svuotò se stesso (ἐκένωσε, ekénōse)» (Flp 2, 7, Bibbia di Gerusalemme), facendo uso del verbo κενόω, kenóō, che, appunto, significa “svuotare”.

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Jung nel suo “Mysterium Coniunctionis” (p.38 e seguenti)” evidenzia di come la mutevolezza della luna è messa in parallelo con la trasformazione del Cristo, che da figura divina diventa umana, con lo svuotamento della sua divinità (Kenosis) in favore dell’umana sorte (a cui si asserve), e che si compie all’atto della sua Morte in croce. Quindi la Luna (e la Chiesa stessa) riproduce la stessa Kenosis dello sposo attraverso il suo crescersi e spegnersi nel Sole. In particolare Jung osserva che quanto più la Luna si avvicina al Sole tanto più si oscura (in quanto si colloca tra lo stesso e la terra) cosicchè nella congiunzione di luna nuova è totalmente oscurata, quindi la sua luce è totalmente svuotata nel Sole (Cristo). Questa apparente aporia della luna per cui più si avvicina al Sole e più si oscura trova correlazione con la morte dell’uomo esteriore e la crescita di quello interiore, in quanto più l’uomo si approssima al sole più si annienta l’uomo esteriore.

Ma la Kenosi ci parla del Vuoto, o quantomeno della sua necessità, in un ottica di movimento e vita. A dir il vero oltre alla Kenosi esistono altre modalità di realizzare il Vuoto, come ad esempio ritirando la propria presenza dalla Materia, da parte del Dio. Nello Tzimtzum (antica parola ebraica (צמצום) che significa letteralmente “ritrazione” o “contrazione” ed utilizzata originariamente dai cabalisti in riferimento all’idea di una “autolimitazione” di Dio che si “ritrae” nell’atto della creazione del mondo), si indica il processo della Creazione “attraverso la contrazione” della sua Luce infinita per permettere che si producesse uno “spazio concettuale” dove reami finiti e apparentemente indipendenti potessero esistere: ” Solo in futuro sarà possibile comprendere lo Tzimtzum che ha portato in essere lo ‘Spazio Vuoto’, poiché di ciò dobbiamo dire due cose contraddittorie. Lo Spazio Vuoto è avvenuto mediante lo Tzimtzum, in cui, per così dire, Egli ha ‘limitato’ la Sua Divinità e l’ha ritirata da lì, ed è come se in quel luogo non vi sia il Divino…ma la verità assoluta è che il Divino deve tuttavia esservi presente, perché certamente nulla può esistere senza il Suo dargli vita”.
(Likkutei Moharan I, 64:1)

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Prima della Creazione Dio “riempiva” ogni spazio con la propria presenza e con la propria luce; in seguito, secondo questa concezione, Dio dispose un “vuoto” in rapporto a Sé, atto che, definito tzimtzum, sembra indicare metaforicamente una sua autolimitazione, argomento che concerne anche la coesistenza, già discussa nella Guida dei perplessi di Maimonide, tra cambiamento nella materia, nello spazio e nel tempo della Creazione e la Perfezione e l’Immutabilità nell’Unità di Dio: l’immagine dello tzimtzum va quindi sempre intesa come metafora di quanto avvenne ai primordi della Creazione. Quindi il Divenire necessità del Vuoto come dell’Essere che comunque in quel vuoto non è mai assente: “La Divina forza vitale che porta all’esistenza tutte le creature deve essere costantemente presente dentro di loro … se questa forza vitale abbandonasse qualsiasi essere creato anche per un solo istante, esso tornerebbe ad uno stato di nulla assoluto, come prima della creazione…” (Yosef Wineberg, “Commentario del Tanya”)

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Nell’Atalanta fugiens di M. Maier abbiamo due immagini che si collegano al nostro discorso, quella dell’Emblema V, dove un Rospo viene posto sul petto della donna, la cui chiave è quella di nutrire il rospo fino alla morte della donna (e del rospo) che gli cede il suo latte, quindi fino a “svuotarsi” per lo stesso e l’Emblema L dove è il Drago che si avvinghia alla donna nel tumulo funebre fino alla morte di entrambi. In entrambi abbiamo un rappresentante maschile, il rospo ed il drago (il drago in questo caso ha valenza maschile a differenza di altre immagini alchemiche), ed uno femminile, la donna, che sembra sacrificarsi nel nutrire o farsi divorare dal maschile, in un idillio funebre. Infatti nel primo emblema la morte della donna viene indicata come fine necessario (“Poni un rospo sul seno della donna perché lo allatti, e muoia la donna e sia gonfio di latte il rospo”) nell’altro viene suggerito dall’immagine ma anche riportato nella chiave dell’emblema (“Il drago uccide la donna e la donna il drago, e insieme sono cosparsi di sangue”). La morte comunque dell’uno determina quello dell’altro, affinché nessuno possa prevalere, come nel processo enantiodromico….

“Questo fenomeno caratteristico [l’enantiodromia] si verifica quasi universalmente là dove una direttiva completamente unilaterale domina la vita cosciente, così che col tempo si forma una contrapposizione inconscia altrettanto forte, che dapprima si manifesta con un’inibizione delle prestazioni della coscienza e in seguito con un’interruzione dell’indirizzo cosciente”
(Carl Gustav Jung, Dizionario di Psicologia Analitica)

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Siamo difronte al più grande mistero della Vita, queste immagini risaltano la congiunzione degli opposti (maschile e femminile, terra ed acqua e aria e fuoco) non in un idilliaco matrimonio mistico ma nel processo di vita e morte (Nigredo) e dell’essere e divenire, dove lo Spirito immutabile (a dir il vero con modalità aggressiva, un solfo nero, diabolico, Saturnino) imprigionato nella Materia stessa crea quel vuoto necessario al movimento della vita ma che vuoto non è mai realmente. Il fisso (terra) con il suo volatile insito (fuoco, rospo, drago: diavolo, desiderio) trattiene il volatile (aria) con il suo fisso nascosto (acqua). Ed è quest”ultima che dispensa vita….Un “Aqua permanens” che ben risalta questo processo enantriodomico, dove i due poli si riversano l’uno nell’altro, in un immagine che richiama alla mente lo Yin e lo Yang, come lo stesso Uroboro, o ancora il processo chimico distillatorio dei laboratori alchemici come quello di diluizione dei tenaci omeopati. Quello che noi chiamiamo più semplicemente il nostro Mercurio, l’Anima Mundi….(C.F.)

Immagine in alto tratta da “Il libro rosso” di Jung

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“Consummatum est”, tutto è compiuto…tra redenzione e resurrezione

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“Ma come né l’oro filosofico, né il Lapis Philosophorum sono mai stati fabbricati nella realtà, così mai nessuno è riuscito a raccontare fino in fondo la storia di un tale processo, perché non tanto il narratore quanto la morte pronuncia il consummatum est” (C. G. Jung, Empiria del processo d’individuazione)

Perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore!”(Cantico dei Cantici 8,6).

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Nel parallelo tra il Lapis e Cristo, tra l’individuazione del Sé e il percorso dell’agire del Cristo, è possibile intravedere una comparazione tutt’altro che veicolata da metafora, ma da segni equivalenti e processi ben delineati. Soffermandoci su quelli finali, la morte dell’Io e la rinascita del Sé, un ruolo fondamentale è quello della Redenzione. Redimere equivale alla necessità di “prendere” il Male (che non è soltanto privazione di bene ma ha il suo motivo di essere) e trasformarlo in Bene. Questo processo prevede una morte ed una resurrezione.  Nel caso del Cristo è egli che compie questo processo per noi ed il Cristiano ne beneficia, nel processo alchemico-psicologico è l’alchimista. Ma egli non sostituisce il Cristo ma lo fa la sua opera o meglio il suo prodotto (il Lapis). Un moto insito nella Natura, dove l’esempio del Cristo è rivelazione dello stesso, atto a indicare la “scintilla divina” che presiede alla sua costituzione (della Natura). L’alchimista lavora alla imperfezione di questa realtà permettendone la sua rivelazione e realizzandola completa la sua funzione, liberando il Dio la redime, e redimendola la fa risorgere. In questo processo di morte e rinascita trova spazio il movimento ed il tempo (essendo appunto un processo), un processo di eternità.

La redenzione quindi dell’uomo da parte del Cristo trova nell’azione dell’alchimista e la sua “redenzione” della materia (la Pietra Filosofale) la sua equivalenza, come sottolinea lo stesso Jung. Ma l’azione dello stesso, benché sia un agire consapevole, avviene per ispirazione divina (e non ad opera del divino). La sua opera di salvazione cosmica non sarebbe possibile però senza l’esempio del Cristo. Allora le ultime parole di Gesù sulla croce assumono un significato più ampio: Τετέλεσται – Consummatum est– Tutto è compiuto.

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La locuzione latina consummatum est, tradotta letteralmente, significa tutto è finito, compiuto (vangelo di Giovanni, XIX, 30), ed è la traduzione latina della Vulgata, dall’originale greco Τετέλεσται, delle ultime parole del Redentore sulla croce. Ma nel greco neotestamentario, “tetelestai” è al tempo perfetto. Questo è importante perché il tempo perfetto si usa per esprimere un’azione che è stata completata in passato con risultati che continuano a manifestarsi nel presente e nel futuro. Se il tempo passato denota un evento già accaduto, il tempo perfetto reca in sé l’idea di “ciò che è avvenuto ed è ancora oggi in vigore.” Gesù gridando “Tutto è compiuto”, intendeva dire “è compiuto in passato, è ancora compiuto nel presente, e continuerà ad essere compiuto nel futuro”, come conferma John R. W. Stott, noto studioso e commentatore evangelico. “Tetelestai” è dunque il finale grido di vittoria del Salvatore.


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Il rinnovamento della Natura dunque (INRI, Igne Natura Renovatur Integra) è esso stesso un processo di morte e rinascita, un processo che avviene attraverso il Fuoco, in alchimia viene chiamato “Rincrudazione”, rendere crudo ciò che era maturo, portarlo ad uno stato precedente, dove si “uccide il vivo per rianimare il morto”. Ciò’ che si ottiene è il Mercurio filosofico, il Rebis, l’umido radicale, il sale dei saggi. Il Re si ringiovanisce, perde la sua corona ma ne acquista una infinitamente più nobile della prima: “e quando quest’oro, perfettamente calcinato ed esaltato sino alla nettezza e al biancore della neve, ha acquisito col magistero una simpatia naturale con l’oro astrale di cui è visibilmente diventato il vero magnete, attira e concentra in se stesso una quantità così grande di oro astrale e di particelle solari…da trovarsi nella disposizione prossima ad essere l’Oro vivo dei Filosofi, infinitamente più nobile e prezioso dell’oro metallico, che è un corpo senza anima” (Trionfo Ermetico di Limojon de Saint-Didier)

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Lo stesso “Rosarium Philosophorum” si conclude con l’immagine di Cristo che mostra le tre dita nel segno di aver concluso la Grande opera di passione, morte e trasformazione. Una trasformazione di quel fuoco vitale (libido) destinato apparentemente alla sua estinzione (morte) in consapevolezza, comprensione e conoscenza (del Sè) per permettere alla Materia stessa di ascendere dal mondo finito, purificata, al luogo della sua origine (Assunzione di Maria).

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Con la Pasqua quindi il ciclo si chiude, lo Spirito risorge e l’Opera è compiuta. La frase del Cristo è pronunciata sulla Croce, all’atto della sua morte, non alla sua resurrezione, ma si sa, con la Passione il grosso è fatto, il resto è gioco da bambini (ludus puerorum).

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Immagini: “Resurrezione di Cristo” di Pieter Paul Rubens – scena centrale del trittico dipinto dal grande pittore fiammingo Rubens tra 1611 e 1612, nella Cattedrale di Nostra Signora di Anversa; “Resurrezione”scena centrale del “Polittico Averoldi”, dipinto da Tiziano attorno al 1520-1522 e collocato nella Collegiata dei Santi Nazaro e Celso a Brescia; la “Resurrezione” di Matthias Grünewald, Altare di Issenheim, seconda faccia, 1512-1516 (notare il prevalere del rosso e dell’oro nell’immagine del Cristo); Carl Heinrich Bloch, La Resurrezione, XIX sec., Cappella, Palazzo di Frederiksborg, Copenhagen; “Resurrezione e Noli me tangere” di Giotto, due temi associati, con la Maddalena in rosso, quasi ad indicare il desiderio della Materia di afferrare la luce della Vita. Una passione innocente o una libido sublimata, come strada e viatico di accesso allo Spirito ed all’Immortalità. L’affresco fa parte della Cappella degli Scrovegni a Padova realizzato tra 1303 e 1305; in basso la Resurrezione di Chagall.

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“Noi siamo qui attraverso quelli che ci hanno preceduti e per quelli che verranno, per condurci (chi ci precede, chi ci segue e noi stessi) dove siamo partiti, che coincide a dove siamo destinati. In questo tragitto cercheremo quello di cui abbiamo bisogno dove lo abbiamo smarrito e dove lo abbiamo smarrito è il luogo da cui siamo partiti e dove saremo quando lo abbiamo ritrovato. Un’indizio? Il riflesso, con un solo strumento, l’altro, una sola azione, la conoscenza, un solo contesto, la realtà, un solo obiettivo, vincere la morte, un solo motto, l’amore ed un tempo infinito.” (Ciro Ferraro)

Riflessioni sull’Anoressia, in un ottica psicoalchemica….

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“C’è una quantita’ di persone che non sono ancora nate. Sembra che siano qui e che camminano ma, di fatto, non sono ancora nate perché si trovano al di la di un muro di vetro, sono ancora nell’utero. Non hanno ancora creato un collegamento con questo mondo… sono sospesi per aria” (C.G. Jung. La psicologia del kundalini yoga)

I disturbi del comportamento alimentare sono la patologia psichiatrica dove il confine mente-corpo è più indistinto e paradossalmente dove la loro contrapposizione è più feroce. Nella maggior parte dei disturbi psichici il corpo rappresenta un’appendice del soggetto, dove lo spazio maggiore è occupato dal pensiero ed al massimo dal correlato fisico dell’emozioni stesse. Nei disturbi a spettro ansioso-fobico il corpo assume però già una valenza maggiore sia come espressione dell’ansia stessa (ansia somatizzata, attacchi di panico) che come correlato “immaginativo” della sicurezza e protezione del paziente (ipocondria, disturbi somatoformi), quindi diventa rappresentativo della sua stessa presunta vulnerabilità. Nei disturbi da conversione (isteria) naturalmente è il corpo il vero teatro d’azione della psiche, il pensiero e le emozioni sono soltanto il correlato occulto  di questa “rappresentazione”. Nei disturbi del comportamento alimentare invece il corpo non rappresenta la salute e la vulnerabilità individuale (anzi paradossalmente il corpo emaciato e fragile dell’anoressica contrasta con la forza ed energia soggettiva che la stessa ne ricava dalla sua immagine)  ma lo “strumento” privilegiato di relazione ed accettazione nel mondo.

Il corpo in effetti è la nostra presenza nel mondo, ed è essenzialmente un mondo fisico fatto di relazioni soprattutto in ambito adolescenziale, e che permette alla nostra psiche di interagire con l’altro. In queste ragazze quindi il corpo e la sua immagine sono misura e metro dell’autostima personale e quindi della possibilità di confronto con l’Altro.

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Cosa può dirci di più la tradizione alchemica a riguardo?

Mente e corpo riprendono una conflittualità antica che risale a quella dualità della visione dell’uomo (bene e male) e del contrasto tra Psiche/Spirito e Materia che è spesso oggetto delle nostre osservazioni. Naturalmente il corpo/materia è quel luogo privilegiato, in senso anche simbolico, dove il desiderio, il piacere, la dipendenza che ne deriva e l’attaccamento che ne consegue hanno il loro massimo trionfo (anche se sappiamo bene che biologicamente questo avviene innanzitutto nel cervello, e poi attraverso gli organi di senso, ed in particolare attraverso il mediatore per eccellenza del piacere che è la Dopamina). Quindi è la sede del trionfo del “Male”. Diremmo oggi un male necessario, necessario alla concretezza dello Spirito in questo mondo, quello spazio d’interazione tra due mondi così lontani, di cui uno nobile (il pensiero, con le sue possibili astrazioni e capacità di logica) ed un altro meno (il corpo, con i suoi bisogni e necessità), uniti da quella forza vitale che si chiama Anima.

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Ma cosa accade all’Anima di queste ragazze? Perché lo Spirito va in contrasto con il corpo, fino a “torturarlo” contrastando le sue stesse biologiche necessità (fame, desiderio, sensorialità)?

Il corpo paga il prezzo di essere il vero “mediatore” tra l’Io e l’Altro, rappresenta quindi il “simulacro” concreto della propria identità (o semplicemente usando una metafora più semplice il proprio biglietto da visita). Questa funzione sembra essere preminente rispetto ad altre del corpo stesso, come veicolo di contatto, informazione, sensazione ed emozione (e naturalmente desiderio sessuale) oltre che reale luogo fisico dove agisce la stessa mente. In breve il corpo diventa il proprio “logo”, quello che “rappresenta” la paziente stessa. Un investimento di significati che negano o contrastano le funzioni stesse che ne determinano la sua necessaria presenza. Come se di un automobile più che la sua funzione di trasporto-movimento, le sue prestazioni e capacità, interessasse più il suo status-symbol legato al prestigio dell’auto in questione (cosa che oggi accade traltro spesso)…ma un automobile, per quanto prestigiosa e di valore, se non circola serve a poco. E’ queste ragazze non circolano, si lustrano l’auto fino a rovinarne la superficie, ma non la utilizzano, non scendono in campo (in strada è più appropriato)…

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Questa sospensione, questo preservarsi all’affrontare le strade impervie della vita, sostenuto da un accanimento perfezionistico all’immagine di esposizione del proprio mezzo (tralaltro fino a danneggiarlo) nasconde un inevitabile timore di non essere in grado di confrontarsi con l’altro, proprio evitando quella necessità di conoscenza di tale capacità ed accrescerla, che avviene proprio attraverso quello strumento (il corpo esperenziale) “amputato” di tale funzione. Sappiamo che l’emotività è il nostro modo di essere al mondo, l’emotività non esisterebbe se non avessimo bisogno di nutrirci, di attenzioni, di desiderare e quant’altro, che sono la misura del nostro rapporto con l’ambiente. La negazione dell’emotività è naturalmente contro natura e tralaltro impossibile, ma è possibile controllarla, fare in modo che non ci determini o condizioni, il controllo dell’emotività è il controllo delle relazioni tra noi ed il mondo, tra lo spirito ed il corpo, è il controllo di quello spazio “transizionale” che in alchimia è occupato dall’ anima o se preferite dal nostro Mercurio.

L’anima spinge in verso opposto, vuole arricchirsi, vuole, utilizzando un termine caro a queste ragazze, “riempirsi”. Ma ci si oppone a questa necessità, si coltiva il vuoto, o nella variante bulimiche, un vuoto ad intermittenza, dopo aver assaggiato (o simulato) il senso della vita. L’importante comunque è “arricchire il vuoto sentendosi pieni”, illudere l’anima di sentirsi appagati. Queste ragazze paradossalmente sono ai margini di una “nigredo” (vuoto reale per un vero inizio) che non avverrà mai, nell’illusione di una “albedo” percepità ma mai realizzata, sono in un “limbo” Dantesco mentre sono convinti di essere in paradiso, sono “sante” che non hanno conosciuto la santità perché non “comprendono” il peccato. Sono anime sospese, parafrasando Jung….

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Ma l”Antagonista”, il Diavolo, il male trova sempre come raggirare i tentativi di eluderlo. Loro coltivano la “sospensione”, il vuoto “affettivo”, la rinuncia e la stessa le incatena in una necessità ossessiva, “dipendente”, di perseguire questa stessa condizione, una immagine di sé narcisisticamente legata ad una magrezza utopica. Il piacere che nasce dal rifiuto del piacere, dal controllo sulla perdita di controllo, è pur sempre piacere… e dove c’è piacere c’è dipendenza e dove c’è dipendenza c’è il male, l’Antagonista, il Diavolo…

Come in ogni processo alchemico anche in questo caso occorre conciliare gli opposti, occorre separare per ricongiungere, occorre conoscenza. Il paradosso in questa visione è che il vuoto coltivato non è tale ma è lo spazio occupato dalla compulsione, quella coazione a ripetere (digiuno eventualmente abbuffate ed eliminazione) sostenuto da quell’idea ossessiva prima effetto poi causa di quei meccanismi prima evidenziati. Quando si parla di queste ragazze molti psicopatologi evidenziano il senso di vuoto che le caratterizza, la necessità di amore che le sostiene, il desiderio di approvazione che fa da trama e soprattutto quel concetto di anima fragile, insicurezza e ipersensibilità al giudizio altrui. Tutto esatto ma a monte c’è una mente disincarnata o quantomeno che tenta di esserlo, c’è una sospensione dell’affettività, c’è un’anima che non vuole individualizzarsi, diremmo oggi un Solfo che non brucia (o se preferite una libido anestetizzata).

Ma il Solfo brucia comunque (non potrebbe essere diversamente) ma brucia proprio quello che dovrebbe alimentarlo, il desiderio. In una specie di cortocircuito, come accade in molte compulsioni e dipendenze, si nutre dell’effimero per non alimentarsi, surrogati di desiderio che non hanno mete necessarie, se non il ritiro dalla vita. Ma l’uomo senza colpa  (i sensi di colpa così presenti in queste pazienti sono artefizi di deviazioni da colpe necessarie) non va da nessuna parte. Jung nell’analizzare la crocifissione del Cristo tra i due ladroni intravede la conoscenza dell’Ombra, poiché chiunque vede la luce e l’ombra simultaneamente vede se stesso fra due lati e si situa così nel mezzo, sperimenta il Sè. Uno dei due ladri è destinato al cielo, l’altro all’inferno, la stessa Ombra è reprimibile ma anche prerequisito di una maggiore consapevolezza: “l’uomo colpevole è adatto a divenire la sede dell’incarnazione progressiva, ed è perciò che non viene scelto l’uomo innocente che si rifiuta di pagare alla vita il suo giusto tributo; in quest’ultimo, il Dio oscuro non troverebbe lo spazio di cui ha bisogno” (Jung, 1925, p.441)

Una “coniunctio” così difficile quanto necessaria, una mancata separazione che determina una impossibile “riconciliazione” tra mente e corpo, che necessita invece di attraversare le strade dell’emotività, dell’affettività…nei teatri dell’Anima. (C.F.)

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“E io vi dico, padre mio, e dicovelo nel cospetto di Dio, che in tutti quanti e’ modi ch’io ò potuti tenere, sempre mi son sforzata, una volta o due al dì di prendere el cibo; e o pregato continovamente e prego Dio e pregarò che mi dia graita, che in questo atto del mangiare io viva come l’altre creature, s’egli è sua volontà….”
(Santa Caterina da Siena quando Raimondo da Capua la esortava ad assumere quel cibo che lei, invece, rifiutava; in alto Santa Chiara, le sante anoressiche, nel mezzo scultura di Alberto Giacometti)

“Innoxia floret”, fiorire senza nuocere

M0012405 The Twelfth Key of Basil Valentine.

“Tutte le cose si muovono verso il loro fine”

“Innoxia floret” è il motto latino riportato da Canseliet nelle spiegazioni e traduzioni delle dodici figure de “Le dodici chiavi della filosofia” di Basilio Valentino, in particolare della dodicesima figura, in merito ad un emblema di un convento raffigurante una rosa sbocciata, che associa all’immagine della chiave suddetta. Il tema dell’immagine, le due rose sbocciate, simboli delle due pietre, bianca e rossa sono “prodotte” senza danno alcuno attraverso il nutrimento del Solfo da parte del suo stesso Mercurio (nell’immagine del leone che divora il serpente), l’immagine della bilancia “rafforza” il senso e sottolinea le virtù dell’alchimista, fede, coraggio, pazienza e soprattutto coscienza.

Il tema che viene rappresentato, al di là del riferimento o meno ad una Pietra fisica o spirituale, ci riporta al senso comune che, qualsiasi processo di crescita è inevitabilmente passionale (nel senso Cristiano del termine), doloroso e comporta spesso un sacrificio (parte di sé, dell’altro in sè, rinuncia, etc) dove il termine frustrazione viene sostituito con pazienza, la paura con coraggio, la volontà egoriferita (ambizione) con coscienza. Ogni movimento conosce strade brevi e altre lunghe, che attraversano quei valori che sono ben rappresentati dalle virtù suddette. Ma visti i recenti fatti di cronaca, la difficoltà di maturazione di questi processi finiscono per “deviare” gli stessi verso fini distruttivi, che si palesano nel momento stesso che l’azione diventa nociva per l’Altro. Infatti qualsiasi azione nociva preclude quello stesso fiorire, a cui allude la scienza ermetica. Il Male, nelle sue dimostrazioni e nelle sue moltiplicazioni, ben rappresenta il “peso” della Materia, di cui è anche composto l’Uomo e nessun peso grave può permette il volo (lo spirito ne è ben consapevole). Ma il movimento del tutto non rinuncia al suo fine, le varie fasi di sviluppo dell’uomo, infanzia, adolescenza, gioventù e età matura necessitano delle loro rispettive difficoltà, figlie della propria biologia e dei tempi che si vivono, purtroppo mai facili, come quelli contemporanei. Ma ciononostante come ogni germoglio affronta le varie stagioni, che possono non essere sempre identiche a se stesse, così l’uomo attraversa le varie fasi storiche della sua presenza su questa terra, con queste attuali che mettono a dura prova il suo percorso.

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“Nel ventre tuo si raccese l’amore per lo cui caldo ne l’etterna pace così è germinato questo fiore” (Dante; Paradiso, canto XXXIII, 7-9)

Sappiamo che il prodotto agisce sulla causa in maniera non differente di come quest’ultima lo determina. E allora si resta perplessi di come gli eventi prodotti sono diventati così “iperfagici” da divorare le stesse premesse che ne sono all’origine, di come gli equilibri pendono sul lato oscuro, di come il buio è diventato più grande della luce che può determinarlo. Quindi per quanto dei genitori possano essere fallimentari questo non spiega la loro fine truculenta da parte di un figlio, ma si dimentica che esiste l’amplificazione, la moltiplicazione e la complessità. La sovrapposizioni di tante realtà hanno inevitabilmente un effetto moltiplicante ed amplificante per cui le azioni non sono mai singole e lineari ancor di più gli effetti delle stesse. L’agire di una coppia genitoriale non è mai sola e pura ma viene sovrapposta da tante determinanti socio-culturali, che figlie di questi tempi, appaiono piuttosto complesse, oscure ed articolate. I significati che investono il nostro vivere, mossi da interessi più svariati (ma alla fine sintetizzabili in uno solo: l’ego) sono multiformi e ambivalenti, dove lo spazio “ecologico”, che è sempre lo spazio dell’Altro,  non è più contemplato e tantomeno  quell’attesa e desiderio, che rappresentava la forza motrice della vita, trova più spazio. Il costrutto di cui sopra, tutte le cose si muovono verso il loro fine, però resta comunque valido perché è insito nella forza della natura, e quando si assiste a questi tristi epiloghi narrativi di episodi di vita dell’uomo, è facile comprendere che il fine di questo movimento è la sua stessa Fine.

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E’ tempo di provare a far sbocciare nuove Rose, è tempo di trovare terra vergine, è tempo di cercare l’Uno. Ma questo simbolo dell’Unità, simbolo dei simboli, come riferisce Eliade, o come Cristo, figlio della Vergine, non potrà mai fiorire se si continuerà a nuocere….(C.F.)

“Flos est filius Virginis” (Il fiore è figlio della Vergine, Bernardo di Chiaravalle, Sermone “De Adventu Domini”)

“Quando la convergenza degli archetipi all’Unità è offuscata, la mente fantastica, quando è chiara, viceversa, l’immaginazione si attiene all’ordine immaginale, che assume in Occidente la forma suprema di una rosa palpitante, mentre in Oriente appare come l’anelito d’un loto sulle acque” (M. Eliade, Archetipi)

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Immagini: Dodicesima figura delle “Dodici chiavi della filosofia” di B. valentino;  “lo Spirito della Rosa” di John William Waterhouse (1903); Rosa canina bianca e rossa, a cinque petali.

 

 

 

Eros ed Eris, il potere del desiderio ed il desiderio del potere…

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“Totus mundus in maligno positus est” ma “Transit Eros in Eris” (Le dimore filosofali. Fulcanelli)

L’antica conoscenza ermetica ci trasmette una paradossale informazione, quando si parla di energia vitale, di Fuoco, dello stesso Solfo, come di quello che causa movimento, di ciò che fa fiorire un fiore o ancora come quello che causa un terremoto, oppure di ciò che spinge un uomo a vivere come quello che ne causa la sua stessa distruzione, la stessa conoscenza non fa particolare differenza. Ossia la causa di un “movimento” prescinde dalla sua finalità o meglio la sua finalità prescinde dalla sua causalità (per rafforzare il significato di due aspetti slegati tra loro) ma questo almeno ad un esame apparente. Il fiore fiorisce perché è nella sua natura ma non certo per mostrarsi bello alla nostra osservazione né tantomeno per nutrire api o altri insetti, ma questo accade comunque. La terra trema non certo per danneggiare i suoi abitanti, ma perché è nella sua natura e tantomeno l’uomo cresce e vive per costruire una famiglia o compiere grandi imprese ma semplicemente perché è mosso da una spinta o energia che ne determina il movimento, che aiuta le cellule a collaborare tra loro, a costruire un “macroorganismo” complesso ed articolato, che desidera vivere. La terra gira intorno al Sole per lo stesso motivo, non certo per noi, perché lo stesso fanno anche Giove, Saturno e Marte ed il Sole brucia finché gli sarà possibile, perché è nella loro natura. In ambito psicologico ed umano questo “impulso” a vivere è stato chiamato anche libido, kundalini, spirito vitale, etere, energia orgonica fino alla “forza” della nota serie cinematografica di Star Wars. Eppure una differenziazione intelligente questa forza sembra averla, sembra mossa da un principio “attrattivo” più che etico, un movimento che la natura ricerca, dettato da una mancanza, una necessità. Questa è sempre dettato dalla presenza dell’Altro, almeno come appare ai nostri occhi, un Altro che spinge ad essere cercato. Che sia l’energia gravitazionale o l’elettromagnetismo, la polarità di un legame ionico come la complementarietà di un legame covalente, come l’attaccamento di un piccolo verso un genitore o di un uomo verso una donna. Mancanza diventa desiderio. Questo “movimento vitale”, che dandogli un connotato psichico definiremo conoscenza oppure fisico chiamandolo Eros, è quella potenza del desiderio che sembra muovere tutto dal mondo inanimato fino a quello organico o umano. Tutto ciò che ne consegue sembra essere più un effetto “collaterale” anche se nel caso dell’uomo prende il nome di evoluzione. Ma cosa accade quando i desideri si contrastano tra loro? Nasce l’altra faccia di questo potere, la conflittualità tra desideri.

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Ed allora il desiderio ambisce al potere sull’altro ed Eros diventa Eris, discordia e conflitto. Non vi è più mancanza ma necessità d’impedire la necessità dell’Altro a vantaggio della propria, diventa prioritario l’ostacolare il movimento dell’altro più che favorire il proprio. Questo è frutto della competizione, sempre presente nel mondo naturale non solo in quello umano. Una variante ed un effetto di questa conflittualità è il disordine o il Caos. Ma il potere, anche il potere del caos, è al servizio della necessità, nel mondo naturale e non viceversa. Eris è al servizio di Eros, a dir il vero di Ares, di cui è sorella, ma Ares serve a sua volta Eros, di cui è padre e questo è quello che un buon psicoterapeuta può trasmettere ad un suo paziente, cioè utilizzare la forza dell’Io per trovare il giusto spazio nel mondo del Sè, d’altronde anche il leone, perfetto esempio del potere, contribuisce all’omeostasi dell’ambiente. Ma quando accade il contrario, ossia quando l’ambiente è al servizio dell’Io, la natura si rivolta, in tutte le sue forme, individuali, collettive e persino all’interno dello stesso Io, Eros distrugge se stesso…..Quindi il movimento, per essere tale, è mosso da un fine, certo attrattivo, ma un attrazione che contempla la compartecipazione di tutti i suoi stessi componenti, in quel fine comune che si chiama Mondo, il suo equilibrio e la sua stessa evoluzione, che in ultima analisi è la sua stessa conoscenza…..
Quando vi è un conflitto, uno scontro di interessi, dentro o fuori di se stessi “transit Eros in Eris” e le cose appariranno più chiare e nel loro giusto verso naturale. (C.F.)

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Immagini: Notte o Nix, madre di Eris, di Michelangelo, 1524 circa; Albero genealogico di Eris figlia di Nix e Eris ed i suoi figli; Eris ed Eros, con una certa somiglianza…