Musica, Emozioni e Coscienza

F7E1CB2F-4C49-42DA-A27A-2E7570A29A48Piuttosto complessa appare la relazione tra la musica e la psiche, in particolare tra la coscienza dell’uomo ed i suoi stati emotivi e le tonalità musicali che sicuramente su queste fanno leva. La musica è una forma di comunicazione sociale, sicuramente più primitiva di quella verbale, basta ad esempio ricordare quella tribale presso i primitivi e gli indigeni o precedente la scrittura come quella folk tradizionale (legata all’oralità) presso i diversi popoli indoeuropei e le loro diramazioni. Ma la musica è anche una forma di “comunicazione” interiore, cioè permette ad ognuno di “sintonizzarsi” con i propri nuclei profondi, dall’emotività fino ai sentimenti ad essi correlati, dal “sentire” musica al percepire sè e finanche i propri mostri interiori o le muse nascoste, così dal demonio all’anima, attraverso quell’effetto magico che hanno le note, le armonie complesse, le disarmonie, gli stessi riff delle chitarre rock,  le melodie sentimentali, tra cui le Arie della lirica, e naturalmente gli stessi ritmi che caratterizzano i diversi generi musicali. Ma cosa cambia dal sentire un pezzo di metal ad uno pop o finanche un brano di classica?

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(Led Zeppelin IV, capolavoro dell’Hard Rock del 1971)

Ho provato ad utilizzare un grafico con sull’ascissa il continuum emotivo che dagli istinti va alla sublimazione emotiva stessa e sempre sull’asse orizzontale ho utilizzato altre forme di “caratterizzazione” dell’energie dell’uomo come il desiderio/Eros e attrazione/separazione e finanche utilizzando figure divine del Mito per meglio caratterizzare i processi emotivi e gli archetipi che gli presiedono.

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(Tre capolavori del rock progressive: “Selling England by the Pound” dei Genesis (1973), “Aqualung” dei Jethro Tull (1971) e “In the Court of the Crimson King” dei King Crimson (1969)

Per quanto riguarda lo spettro emotivo se consideriamo le emozioni una acquisizione del mondo animale ed in particolare dei mammiferi, gli istinti sembrano avere un’origine più ancestrale (il cosiddetto cervello rettiliano) e soprattutto oltre a precedere la stessa coscienza di Sè (praticamente assente nel mondo animale) sono quasi automatici, indipendenti dalla volontà. La pulsione nel gergo analitico è già qualcosa che sa di più complesso, come una spinta su cui si può agire, e che sembra essere correlata sia con le emozioni ma anche con gli stessi istinti da cui deriva. Per motivazione entriamo sicuramente nel mondo umano, dove tale spinta si articola su aspetti più socialmente utili ma ancora riferiti all’Ego, che nella sublimazione trovano la piena trasformazione della Natura nel superamento di se stessa. Nello stesso verso possiamo vedere questo processo che va dall’indifferenzazione (Caos-Urano-Madre) verso una Nuova Congiunzione (degli opposti) passando dalla necessaria separazione (Ego-Saturno e nella veste sessuale del Diavolo) con spinta della Libido dalla tendenza autistica separativa verso la relazione oggettuale (mediata sempre dallo stesso Diavolo-Desiderio) fino al ritorno alla Seconda Madre, rappresentata dall’Anima/Sofia….Un processo che dalla Morte alla Vita chiamerei Conoscenza.

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(il Metal di Marilyn Manson nell’album “Holy Wood” del 2000)

Sull’ordinata a sinistra come a destra del grafico invece viene rappresentato quel movimento che dall’inconscio Collettivo e le sue inflazioni archetipiche si va verso la differenziazione dell’Io ed infine del Sè che comprende prima il lato Ombra (Sè individuale) ed infine il mondo Altro (comprensivo della Natura e delle sue determinanti, Archetipi formanti) in quel processo che chiamiamo Individuazione (nel gergo Junghiano) a cui corrisponde una visione delle cose e della coscienza comprensiva dell’inconscio che potremmo definire Superconscio (Consapevolezza del Sè).

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(Il primo album dei Pink Floyd, capolavoro del Rock Psichedelico, “The Piper at the Gates of Dawn” del 1967)

Naturalmente alcuni generi possono apparire “negativi” ma lo sono soltanto se sono fini a se stessi, quando sono interlocutori sono addirittura necessari. Ad esempio il rock, l’hard rock e finanche il metal, sono presenti nell’angolo basso del grafico ma lo stesso prog (progressive), che contempla gli stessi generi (vi è un rock-prog come un hard-rock Prog e finanche un Metal-Prog) ma commisti al blues (Pink Floyd) alla classica (Emerson, Lake e Palmer) finanche al folk (Jethro Tull) o a tutti e tre (Genesis) allora diventano altro, come esperienza emotiva-conoscitiva.

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(“Abbey Road” capolavoro Pop dei Beatles del 1969)

Quindi è possibile evidenziare ad esempio di come musica come il Metal sembra far leva su aspetti più istintivo-pulsionali a tratti quasi prossimi ad aspetti tanatologici (morte-caos-distruzione) o indifferenziativi (frequente questo genere ha aspetti simbolici gotici e dark) come deriva dall’hard rock e dal rock stesso dove invece (in quest’ultimi) cominciano a prevalere gli aspetti separativi ed ego-centrati e ci si proietta verso un ombra più individuale ed emotiva (rabbia e allontanamento mediata da desiderio separativo ma ancora associato ad ego-centrismo). Gli stili musicali dove prevale il ritmo sono tutti nella zona bassa del grafico con direzione verso destra, dove si evidenzia la maggiore affettività-emotività, ad esempio della musica latina rispetto al rap. Nella parte alta a sinistra ci sono quei generi musicali che allargano gli orizzonti esperenziali della percezione del Sè ma ancora su quei contenuti istintivo-pulsionali, non ancora sublimati o evoluti. Nella parte alta a destra invece queste stesse emozioni procedono verso la loro sublimazione favorendo quella consapevolezza del Sè proprio attraverso una ipotetica diagonale che dal metal fino al prog permette l’opportuna discesa negli inferi e la lenta risalita purgatoriale fino al paradiso emotivo del Superconscio. La Classica in questo sembra aver qualcosa d’inferiore al Prog pur avendo una maggiore sublimazione emotiva proprio per quella mancanza d’accesso istintuale-pulsionale del Prog in maniera non dissimile di come Jung definiva la “Sofia” uno stadio superiore alla “Maria” (nell’ambito del femminino) per quella componente sulfurea (passionale-rubedica) che la contraddistingueva.

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(Colonna sonora del film “L’ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese, l’album “Passion” di Peter Gabriel, del 1989, è considerato il capolavoro della World-Etno-Music)

Essenzialmente dunque sull’ordinata abbiamo la mente, lo spirito, la coscienza e sull’ascissa il corpo, l’anima, le emozioni.

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(Doppio live di “manolenta” Clapton, summa del blues-rock, del 1980)

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(Album eccezionale omnicomprensivo di pop, funky, blues, jazz, disco e black music, “Song in the Key of Life” di Stevie Wonder del 1976)

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(Il ritmo del cuore, il reggae di Bob Marley)

Naturalmente è un tentativo limitato e limitante come accade sempre nell’incasellare qualcosa di così complesso come la Musica e addirittura correlarlo ai processi psichici di esperienza e senso del Sè. Ma spero che serva da spunto di riflessione. (C. Ferraro)

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(Il recente album degli Opeth “Sorceress” con una interessante fenice, album metal-rock-progressive, ultima evoluzione del genere, il neo-prog)

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La natura dell’Anima e l’anima della Natura

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“Pura, Inaccessibile, Avvolta in una Eterna Ombra solitaria, Oscurità Impenetrabile, Intensa, Impervia, Immensa…ha dato vita agli Dei, nessun uomo ha mai sollevato il suo Velo” (La polvere del branco. F. Battiato)

“Io sono tutto ciò che fu, ciò che è, ciò che sarà e nessun mortale ha ancora osato sollevare il mio velo”  (De Iside et Osiride, Plutarco, iscrizione riportata sotto la statua di Iside velata a Menfi)

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Descrivere la natura dell’anima o l’anima della natura è impresa ardua e complessa, ma proviamo a dare spunti di riflessione per coglierne qualche indizio. Innanzitutto dal titolo si comprende che anima e natura potrebbero coincidere e la scelta dell’immagine e dei testi dell’incipit danno l’idea che la natura appare velata cioè l’apparenza nasconde altro che ad un occhio attento può trasparire dal suo velo. Trasparire ma non sollevare, in quanto non è concesso all’uomo o meglio non dipende dalle sue capacità e come direbbero gli alchimisti è solo una concessione divina. L’anima della natura è quindi visibile soltanto indirettamente, attraverso il suo riflesso, le sue proiezioni, ma quest’ultime non sono solo frutto dell’immagine che l’uomo può avere della stessa, nel senso che la stessa immagine non è creazione svincolata dall’oggetto ma quest’ultimo ne è a monte, nel senso che la stessa materia non è proiezione dell’uomo nella misura in cui è l’uomo stesso che ne è a sua volta “proiettato”.

“Alla proiezione aderisce sempre qualcosa dell’oggetto che se ne fa carico, e se noi cerchiamo di inserire nella nostra coscienza ciò che abbiamo riconosciuto come psichico- e vi riusciamo in una certa misura- pure inseriremo con ciò qualcosa dell’universo e della sua materialità, o piuttosto saremo noi assimilati dall’inanimato, tanto il cosmo è infinitamente più grande di noi” (Lo spirito Mercurio, p.265, C. G. Jung)

“Questa Pietra è sotto di te, quanto a obbedienza; sopra di te, quanto a dominio; dipendente da te, per la scienza; attorno a te, per ciò che ti è uguale” (Artis auriferae, Liber primus de lapidis interpretationibus)

Da ciò ne deriva che la Materia stessa (la Natura) e la nostra Anima non differiscono in quanto la prima appare come Matrix della nostra psiche che attraverso le sue proiezioni a sua volta si rivela come Anima che riflette la stessa (Natura), in quel indissolubile connubio che sono la Materia e la Psiche.

Queste considerazioni mettono in evidenza quei principi ermetici per cui il macrocosmo materiale non è dissimile dal microcosmo della psiche dell’uomo, questo passaggio che in Jung, almeno in questo caso, gli permette di ridare valore al materiale alchemico, che lungi da essere soltanto un processo proiettivo inconscio sulla materia ne rappresenta lo strumento “consapevole” della conoscenza della Natura (e di conseguenza della natura dell’uomo).

Ma quali sono i contenuti di questa anima della Natura? Sono quelli che vengono assimilati alla figura di Mercurio…

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Sappiamo che Mercurio è caratterizzato dai seguenti aspetti: è duplice in quanto rappresenta gli opposti, bene e male, infero e divino, sessualità e spiritualità, madre e figlio, padre e figlio, fratello e sorella, maschio e femmina, fuoco e acqua, etc., inoltre è materia e spirito ma anche il processo che dalla prima va al secondo e viceversa, è il diavolo tentatore come lo spirito redentore, è inganno e saggezza, è grezzo come cloaca ma anche filosofale nell’omonima pietra, rappresenta il Sè come nel processo d’individuazione ma anche l’inconscio collettivo, il singolo come l’universale, è giovane e vecchio, puer e senex, etc. etc..

Tra le sue figure abbiamo il Drago, l’ermafrodito ma anche la Grande Madre, come Iside, la stessa Venere finanche la Vergine Immacolata, passando da Diana, Athena, Sofia, ma anche Lucifero, lo stesso Saturno, Cupido, la Melusina, la femme aux serpents, Priamo, Dioniso, Pan, finanche il Bafometto, l’Anticristo come lo stesso Cristo, il Lapis Philosophorum, la Remora, lo Spirito Santo e la stessa Trinità (Uno e Trino) etc.

Tutte figure dell’Anima della Natura che rappresentano la natura della nostra Anima.

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Eppure attraverso quel velo si riesce ad intravedere forme sinuose, aggraziate, piene di vita come di eros e soprattutto Conoscenza. Ed è forse questa la qualità più grande della natura, è insito nella stessa tutta la potenzialità per ritornare al Caos come quella di trasformarsi e migliorarsi, ma nessun cambiamento è possibile se non comprende gli aspetti opposti che la natura comprende, per evitare quanto già accaduto con la razionalità che si è nutrita di odio, superbia e violenza verso ciò che gli è contrario o opposto. Ed è per questo che è insito nei meandri oscuri della Natura, nel lato oscuro quella stessa luce della conoscenza, la stessa forza biologica come quella psicologica che risiede nel “dialogo” tra gli opposti, nell’anima appunto mercuriale che la contraddistingue….(C.Ferraro)

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Immag.: Particolare della Pudicizia di A. Corradini, 1752, Cappella di San Severo, Napoli; statua di Iside velata; statua di Mercurio; Educazione di Cupido del Correggio; il Risveglio di Psiche di Guillaume Seignac; Bartholomeus Spranger, Hermes and Athena, 1585, Praga.

 

 

 

 

Ciclicità, rinnovo e congiunzione, la danza del cerchio e la nascita del Bambino Divino…

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“Egli comandò ai suoi apostoli di prendersi per mano e di formare un cerchio nel centro del quale stava Egli stesso. Gli apostoli si muovevano in cerchio mentre Cristo cantava il canto di lode: Voglio essere salvato, e voglio salvare, Amen. Voglio essere liberato, e voglio liberare, Amen. Voglio essere ferito, e voglio ferire, Amen. Voglio essere generato, e voglio generare, Amen. Voglio mangiare, ed essere mangiato. Amen. Voglio essere pensato, io che son interamente pensiero. Amen. Voglio essere lavato, e voglio lavare. Amen. Il solo numero otto inneggia con noi. Amen. Il numero dodici danza al di sopra della danza. Amen. Chi non danza non conosce quello che accade. Amen Voglio essere unificato ed unificare. Una lampada sono per te che mi vedi. Amen. Uno specchio sono per te mi riconosci. Amen. Una porta sono per te che mi bussi. Amen. Una via sono per te che sei il viandante. Ma se tu segui la mia danza, guardati in me che sono colui che parla…” (Atti di Giovanni, Vangeli Apocrifi estratto da Psicologia della Messa di C.G.Jung)

In questa bella “immagine” che questo testo evoca, come un mandala fatto di parole e significati, si coglie la perfetta simmetria dei contrari in una totalità fatta di azioni e paradossi che intorno ad un fulcro appaiono come raggi di un cerchio dal luminoso e  vitale Centro. L’incorporazione del Signore in mezzo agli apostoli, dodici come i segni zodiacali, all’interno di un otto archetipico che come doppio quattro rafforza l’idea del cerchio sovraceleste, mostra una partecipazione mistica del cosmo intero alla danza della vita, alla nascita di quell’ Anthropos del Dio fatto Uomo e dell’Uomo fatto Dio. Un’immagine che naturalmente vede l’Uno partecipare del Tutto e il Tutto confluire nell’Uno, come nel processo d’Individuazione del Sè o in quella che viene chiamata partecipation mystique….

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Insomma una Circumambulazione che riflette il Movimento del Mondo intorno al suo Centro, sempre pronto a rinnovarsi attraverso il Figlio dell’Uomo, prodotto e origine del suo stesso movimento, dove la coscienza soggettiva di ognuno si riflette e si collega ad un centro oggettivo, per dare forma a quell’Unità di umano e divino rappresentato da Cristo.

“Soltanto la coscienza soggettiva è isolata, ma quando è collegata al suo centro è integrata all’intero. Chi prende parte alla danza vede sé nel centro che riflette, non vede più sé come isolato, ma come l’uno e il dolore del singolo è quel che “vuole soffrire” colui che sta nel centro.” (Psicologia della Messa di C.G.Jung)

Senza l’oggettivazione del Sè, l’Io rimarrebbe preso in una soggettivazione senza speranza e potrebbe girare soltanto intorno a se stesso…

“Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto” (Giovanni 15.5)

Ed è per questo che la Natura si rinnova ciclicamente affinché il suo frutto sia sempre riflesso di una speranza nuova, quel centro che muove il tutto e che ne rappresenta l’origine e che prova a rendersi manifesto nei suoi rami e quando ciò non accade vi è sempre una nuova possibilità, una nuova nascita, un nuovo Bambino Divino, un nuovo Sè….(C. Ferraro)

“Il denaro striscia come il serpente, nelle città d’occidente così si celebra, ma da qualche parte un uomo nuovo sta nascendo” (Il serpente. F. Battiato)

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Immagini: Danzatori Sufi; disegno artistico di danzatore Sufi; Natività di Carlo Maratta,  1650,Roma.

Il Maschile e l’illusione “maldestra” del possesso

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Spesso gli eventi recenti di cronaca hanno messo in risalto il “gioco” del maschile con il femminile (un po’ come accade tra il gatto ed il topo), che ha assunto forme sempre più “aggressive”, dal ricatto del cyberbullismo attraverso il “materiale” videopornografico fino al femminicidio reale e non più virtuale. Eppure queste manifestazioni attuali hanno un’origine ben più antica nella storia della coscienza dell’uomo, in particolare nel suo desiderio di possesso del femminile come della sua negazione. Infatti i due termini (negazione e possesso) spesso sono intrecciati ed il possedere una donna, modo di dire molto in uso in ambito sessuale, tradisce anche la negazione della stessa come soggetto di relazione (e ne fa l’oggetto della relazione sessuale). Eppure l’atto sessuale dell’uomo adulto è proprio il riconoscimento del femminile (a differenza di quanto accade nel mondo animale dove l’accoppiamento avviene da tergo) la consapevolezza “vis a vis” quindi da parte del maschio della matrice femminile e nello stesso tempo il confronto con il suo potere trasformatore/anima (e qui tanto significato ha la Venere allo specchio tanto raffigurata nel mondo dell’arte). Potremmo dire che nel passaggio dalla posizione da tergo a quella frontale dell’accoppiamento l’uomo pone le basi per l’acquisizione della consapevolezza di sè (la Coscienza versus l’Inconscio) non meno di quanto sia stato fondamentale il bipedismo e l’opposizione del pollice per lo sviluppo delle capacità cognitive. Ma questa “opportunità” evolutiva diventa da subito anche una rivalsa del maschile (rivalsa che eredita le paure del mondo fisico, della natura ed in ambito psicologico della parte “terribile” della Grande Madre) ed una manifestazione di una presunta superiorità del raziocinio sull’emotivo (o dello spirito sul corpo bypassando l’anima).

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Ma facendo un passo indietro nel tempo, nell’epoca matriarcale, il possedere (sessualmente parlando) aveva altri significati. Intanto il termine esprime un concetto differente rimandando l’etimo della parola al pos-sedere, quindi all’azione di sedersi. Ed infatti nella storia dell’archetipo femminile (come ci illumina Neumann) le prime Dee Madri risaltavano per la steatopigia dei fianchi e del sedere, che avvicinano le stesse alla terra che simbolizzano. Questo è ancora più evidente nelle successive rappresentazioni della Dea Madre che appare seduta (inoltre come nel simbolismo della stessa dea della montagna, una base che sostiene il tutto, per cui oggi diremmo una base sicura) o ancora con un bambino sulle gambe o in grembo: “La steatopigia, l’accentuazione del sedere nelle rappresentazioni artistiche delle culture primitive della Dea Madre,  va compresa dal punto di vista del simbolismo corporeo. Questa sedentarietà, in cui il sedere è in antitesi con i piedi (movimento) rappresenta un legame particolarmente stretto con la terra ed il carattere dell’atto di sedere diviene chiaro a paragone con i termini possedere, prendere possesso, sede, etc. Nel rituale e negli usi e costumi, sedersi su qualcosa significa prendere possesso”(E. Neumann-La Grande Madre)

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Questa evoluzione figurativa nella raffigurazione della Grande Madre seduta è la forma originaria della dea troneggiante e quindi del trono stesso.
Basta osservare le Madonne con bambino e la loro origine dall’Iside con Horus e Iside con il Re che diventa comprensibile la derivazione successiva del trono ed il Re. Quindi  il trono con la Dea è l’immagine archetipica che darà spunto al Trono stesso (lo stesso nome Iside, tramite il greco Ισις (Isis) e il latino Isis, deriva dall’egizio Ist o Iset, Ast o Ueset significa “colei del trono”). Lo schienale, i braccioli, la seduta con cui indichiamo il trono sono già indicativi della raffigurazione delle parti anatomiche della Dea assisa. Dea assisa che richiama la terra, la montagna, che accoglie il Sole o che ne fa da sostegno. Ma è il trono/regno a fare il Re e non viceversa ed il Re che prende possesso della terra, la Dea Madre, lo fa sedendosi letteralmente nel suo grembo come il bambino/figlio.

” Il re giunge al potere salendo sul trono e prende posto in grembo alla Grande Dea, la terra, quando diviene suo figlio” (E. Neumann, la dea primordiale in La Grande Madre)

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Lo stesso possesso (sessuale) del maschile verso il femminile dovrebbe essere esattamente l’accoglienza, il sostegno del femminile verso il maschile (nelle rappresentazioni della Dea della montagna è la stessa che accoglie il Sole che cala sulla montagna, il Numinoso, lo Spirito). Lo spirito eleva l’uomo, si astrae dalla materia ma dalla stessa è determinato, e non può farlo se la rifiuta o la riduce ad oggetto rinnegando la “sua stessa anima”. L’illusorio fine dell’uomo, l’evoluzione della sua coscienza e conoscenza si trasforma così soltanto in un puerile ed inutile gioco di possesso fisico e frustrazione. Frustazione dell’impossibità di autonomia della coscienza dal corpo, dalle emozioni e dall’amore stesso, da cui sarà sempre agito, perché questi uomini dediti all’esercizio del possesso saranno comunque sempre “figli” e dipendenti dalla Dea Madre, su cui non regneranno mai, una Dea Madre spesso nelle vesti della madre stessa (ma questo è un altro capitolo)….

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Immagini:  Iside con Horus rappresentata nei sotterranei di Roma, Venere di Willendorf, Iside con Horus a confronto con Madonna con bambino, Iside velata e trono, Iside con il Re sulle ginocchia, nel portico del tempio di Seti I (destra dell’immagine)

Natura ambivalente, mater terribilis e figlicidio, dal mito di Medea al disturbo borderline di personalità…

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Medea: “O maledetti figli di madre odiosa, possiate morire con il padre, e tutta la casa vada in malora”. La nutrice: “Terribili sono le volontà dei potenti poiché di rado,  come che sia, sottostanno,  spesso spadroneggiano, e difficilmente elaborano le ire” (Medea di Euripide)

Il mito di Medea naturalmente rappresenta l’immagine archetipica fondamentale nel rappresentare l’omicidio più cruente della storia dell’uomo: il figlicidio o l’infanticidio (quando l’età del figlio è inferiore ad un anno o al massimo due). Come ogni funzione mitopoietica la creazione di un mito riflette aspetti della natura dell’uomo e della sua manifestazione reale (la realtà supera spesso l’immaginazione) e la “virgo cuenta” come Medea veniva chiamata da Draconzio è una forma possibile dell’essere donna. I recenti fatti di cronaca, fino all’ormai famoso caso di Cogne, ci confermano questa possibilità.

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Ma dove vi è una donna c’è sempre un uomo, nel mito di Medea infatti abbiamo Giasone. Il mito narra in breve che Medea, il cui nome rimanda ad astuzia, figlia del Re della Colchide Eeta, a sua volta figlio del Sole, Eolo e della madre Idia, ninfa di provenienza titanica o, nella variante di Diodoro Siculo, della figlia del fratello di Eeta, la maga Ecate, che sposerà lo zio Eeta, dopo aver ucciso il padre Perse. Comunque sarà nipote o sorella della maga Circe a seconda delle varianti, sottolineando comunque l’aspetto magico-terribile del femminile, che impersonerà la stessa Medea, maga egli stessa. Innamorata di Giasone che verrà nella Colchide per impossessarsi del Vello d’Oro, facilitato, dalla stessa, e con cui scapperà non prima di aver ucciso il fratello e fatto a pezzi per rallentare l’inseguimento del padre Eeta. Al ritorno in patria Giasone non otterrà quanto promesso dallo zio (il trono in cambio dell Vello dal grande potere terapeutico) ma la stessa Medea con l’inganno spingerà i figli di Pella (lo zio di Giasone) a uccidere lo stesso e insieme a Giasone scapperanno a Corinto. Qui Giasone proverà a sposare Glauce, figlia del re Creonte, per salire al suo trono. Ma Medea medita una tremenda vendetta. Fingendosi rassegnata, manda come dono nuziale un mantello alla giovane Glauce, la quale, non sapendo che il dono è intriso di veleno, lo indossa per poi morire fra dolori strazianti. Il padre Creonte, corso in aiuto, tocca anch’egli il mantello, e muore. Ma la vendetta di Medea non finisce qui. Secondo Euripide, per assicurarsi che Giasone soffra e non abbia discendenza, dopo un’angosciosa incertezza vince la sua natura di madre e uccide i loro figli (Mermero e Fere) avuti da lui. Secondo Diodoro Siculo i figli che Medea aveva avuto da Giasone erano addirittura tre. Fuggita ad Atene, a bordo del carro del Sole trainato da draghi alati, Medea sposa Egeo, dal quale ha un figlio, Medo; Egeo aveva precedentemente concepito con Etra un figlio, Teseo. Medea vuole lasciare il trono di Atene a Medo, ma Teseo giunge in città. Egeo ignora che Teseo sia suo figlio, e Medea, che vede ostacolati i suoi piani per Medo, suggerisce al marito di uccidere il nuovo venuto durante un banchetto. Ma all’ultimo istante Egeo riconosce Teseo come suo figlio e Medea è costretta a fuggire di nuovo. Torna nella Colchide, dove si ricongiunge e si riappacifica con il padre Eeta.

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Appare evidente che il Mito evidenzia più la Femmina tradita che la Madre disonorevole, i figli uccisi sono più un attacco al marito che a se stessa, non è la maternità che viene rinnegata, o meglio questo sempre più un effetto secondario rispetto all’abbandono subito dalla donna, vero movente. Sta di fatto che l’abbandono è primario rispetto alla maternità. Ma una donna può essere madre se prima non è sposa o ancor prima figlia? Proviamo ad usare il linguaggio del mito per rispondere…

Innanzitutto nel mondo mitico ci s’imbatte in padri che uccidono figli, madri figlie, figli che uccidono padri, o mariti spose e viceversa. E’ tutto possibile perché la Natura esprime la sua totipotenzialità, non emergono morali, leggi, leggi del logos quindi la civiltà. Ci troviamo nel mondo delle pulsioni, l’emotività, l’istinto, nel mondo naturale dove forze contrapposte si attraggono, respingono, formano miscele esplosive non meno pericolose di quelle di un vulcano in eruzione o di una tempesta nel mese di agosto. Questa è la terra di mezzo, dove regna la Materia, l’Inconscio, l’Inconscio collettivo (che aspetta di essere trasformato-decodificato…)

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Ed in effetti quello che vediamo in questi casi di cronaca sono manifestazioni di comportamenti atavici, ancestrali, che possiedono le vittime umane, fragili Io che sono posseduti da demoni naturali dell’ inconscio collettivo, che trovano spazio nel loro inconscio individuale…ma lo stesso inconscio collettivo della somma di tanti “storici” inconsci individuali ne è madre e figlia (perché l’inconscio è femmina). La Natura nel Mito dunque mostra tutta la sua ambivalenza, bene e male sembrano solo etichette superficiali di significati che etica non hanno, ma quali sono questi significati?? Sono riconducibili a due moti essenziali attrazione e repulsione, legame e contrasto,  Eros ed Eris, utilizzando le stesse figure del Mito, in ultima analisi amore e potere.

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Ma spesso il potere di un mare in piena che travalica gli scogli o di un leone che ferocemente assale uno gnu risponde a dinamiche di armonie che sfuggono all’osservazione dell’evento in sé, ma sono per quanto occulte presenti lo stesso. In questo gioco delle parti comunque ci sono delle vittime, che rendono inevitabilmente la Natura terribile e ambivalente. E vittime ci sono in questi fatti di cronaca, dove gli eventi crudeli tralaltro non sono tanto “naturali” come quelli succitati ma appartengono comunque alla natura dell’uomo. E la Natura dell’uomo non è solo amore filiale, istinto materno, ma anche potere sull’altro, inganno, gelosia, ira e vendetta. Provando a rispondere alla domanda di cui sopra è possibile la maternità senza che sia preceduta dalla felice coniugalità o ancor prima dall’essere stati amabili figli? Sembrerebbe di no, il Mito stesso traduce queste genealogie fatte da tradimenti, rinnegamenti, amori disillusi, gelosie tra padri e figli, madre e figlie, senza scomodare l’Edipo Freudiano. E’ il lato Oscuro delle Forza diremmo utilizzando il gergo di un famoso film di fantascienza e utilizzando lo stesso diremmo che occorre portare equilibrio tra i due lati, per non incorrere nell’enantiodromia (Junghianamente parlando). Riprendiamo un linguaggio più moderno, psicologico, sappiamo di come figli abusati saranno essi stessi agenti di abuso o figli non amati incapaci di amare. La teoria dell’attaccamento ci mostra forme disorganizzate, insicure ed evitanti come risposta a prime relazioni genitoriali non efficienti che si ripetono nel tempo da adulti, come vere trasmissioni transgenerazionali di codici comportamentali. Spesso questo bagaglio maldestro affettivo può trovare risposte funzionali in relazioni adulte d’amore efficaci, ma spesso accade il contrario e si perpetua e soprattutto rende irrisolto un’amabilità così precaria come così dipendente dall’altro, a volte con modalità anche aggressive. E torniamo alla nostra Medea, l’immagine del Mito ci dà la forma di una donna magica quindi persuasiva, manipolatoria, mistificatrice ma alla ricerca dell’amore perduto (e qui il padre ha la sua valenza). Ma incapace di tollerare l’abbandono che la trasforma in una furia vendicativa, dove non vi può essere spazio nemmeno per i suoi figli, in quanto figli dell’Altro. Oggi diremmo che rivediamo in Medea un profilo di Disturbo Borderline, ed infatti spesso le madri infanticide hanno questo profilo, ma esistono anche altre forme di personalità da non escludere (narcisistiche, antisociale e istrioniche), ma non è la nosografia che c’interessa.

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Sono quasi sempre le madri che commettono l’Infanticidio perché sono le madri che hanno potere sui figli piccoli ed è il potere la causa del loro male, perché dove vi è il potere non vi può essere l’amore (cito Jung). Eppure il Mito può insegnarci anche altro, a volte bisogna saper attendere, aspettare che la stessa maternità trasformi una pietra grezza e piena di difetti in oro, perché l’amore qualunque esso sia (materno, coniugale, filiale) risponde ad un fine soltanto, l’evoluzione dell’uomo e la sublimazione della sua stessa natura e come l’Aurora dell’ultimo Maleficient della Disney anche la donna tradita (dal padre, dal marito, dall’uomo in genere) può trasformarsi grazie all’amore della figlia, da strega cattiva, mater terribilis a Mater Venerabilis. Quindi non tutto è perduto, la risposta alla domanda se esiste adeguata maternità non preceduta da una buona filialità e coniugalità: è possibile! (C.Ferraro)

Maria Callas in Pier Paolo Pasolini 'Medea'

 

Medea, un dipinto di Henri Klagmann, Nancy, Musée des Beaux-Arts; Giasone e Medea, opera di John William Waterhouse, 1907; Charles André van Loo – Jason and Medea, 1759; Medea, opera di Anthony Frederick Augustus Sandys, 1866-68; Medea di George Romney; la Medea di Lars Von Trier (1988); Maria Callas nella Medea di Pier Paolo Pasolini (1969).

Perché il Caos è femmina…e l’ordine pure? Medusa e Atena, simboli dell’Anima, insegnano…

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Due immagini mitologiche così diverse eppure affini le troviamo in quelle di Athena e Medusa, un affinità che si evince nella funzione primaria che le caratterizza, seppure nei due versi opposti, l’intelletto e la sua perversione….tra l’altro la prima ha pure la testa della seconda sul suo scudo fatto di pelle di capra (l’Egida). Infatti se Medusa è una delle tre Gorgoni che vivono ai margini del Caos (le Esperidi) nella fattispecie quella che rappresenta la perversione dell’intelletto, Athena rappresenta all’inverso la Dea guerriera della conoscenza. Se Medusa si associa al Caos e con il suo aspetto “rettiliano” riconduce inevitabilmente al Drago, Athena nella sua esaltante ed austera bellezza richiama naturalmente la Grazia “vincente” della Natura stessa. Ma perché sono femmina entrambi?? Un esempio di questo accostamento lo troviamo nell’iconografia medioevale e rinascimentale dove spesso al Drago (rappresentante del Caos) si associa la fanciulla “graziosa” prigioniera che aspetta di essere liberata dal prode Cavaliere, qui però abbiamo una situazione inversa (il Drago “trattiene” la Grazia) a quella precedente dove la Dea guerriera ha invece sul suo scudo la testa del “Drago” vinto.

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Ma ritorniamo alla domanda, perchè sono femmina il Caos e la stessa Grazia. La tradizione Alchemica ribadisce che nulla puoi senza il Mercurio pur se lo stesso non “entra” nella costruzione della Pietra. Sappiamo che il Mercurio è femmina e se la Materia Prima è quello stesso Mercurio/Caos che poi diverrà filosofale, ma non è la Pietra, allora la Pietra è il soggetto dell’opera, non il suo prodotto, il Cavaliere. Cosa accade dunque all’Alchimista/Cavaliere, si trasforma egli stesso??

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Un esempio interessante e calzante è quello dell’Artista o dell’Architetto (non a caso le cattedrali gotiche sono dei veri testi in pietra ideati dagli stessi). L’Architetto, l’Artista opera sulla Materia Prima, che in senso concreto può essere tutto ciò di cui abbisogna, dalla calce ai mattoni, finanche ai fogli di carta su cui svilupperà il suo disegno, o ad esempio all’argilla di una statua o le sue stesse idee, cercando di costruire ora un edificio armonioso, utile e ben inquadrato nell’ambiente in cui va ad inserirsi o un opera d’arte di indubbia armonia. Al termine della sua Opera comunque si vedrà alla luce qualcosa di totalmente diverso, utile, necessario, significativo e/o visibilmente armonioso, frutto della perfetta sintonia tra le sue parti, ben diverso dalla materia “caotica” presente in origine. E’ questa la Pietra Filosofale?? No questa è la fanciulla del quadro, la Grazia delle sue parti, l’Opera ma anche l’Anima proiettata dell’Artista nella sua stessa Opera, il riflesso del suo agire. La Pietra è dunque il Cavaliere, il suo mutamento ottenuto attraverso il suo agire, il costruire quell’Opera che mentre viene fuori “modella” il suo stesso autore. Athena rappresenta il riflesso di quest’azione perfetta, vincente, figlia di quell’armonia (Venere?) che la determina ed è insito nella stessa Natura, il mercurio reso filosofale.  Allora il caos è femmina come l’ordine e la grazia in quanto materia prima, strumento, contesto dell’azione, nonché il riflesso del suo agire (il suo stesso significato), agire che naturalmente è maschile. E quando l’Azione è perfetta, l’Agens ( il maschile) attraverso il suo Patients (il femminile) ha reso se stesso quella Pietra filosofale, che è strumento di redenzione del mondo stesso.

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Per avvalorare la tesi invertiamo gli “addendi”, utilizziamo la proprietà commutativa. Nella cultura orientale abbiamo un’inversione di questi significati, ad esempio il Drago è maschile, associato alla luce, allo Yang ma pur associato all’acqua, elemento femminile per eccellenza, questo perché mentre nel mondo occidentale si ha il primato dell’azione sul pensiero, in quell’orientale accade il contrario. Se l’uomo è ordinatore, la sua azione è attiva, quindi maschile, coagulante e agisce sul mondo, l’ambiente, la materia, che è invece di natura femminile, dissolvente. Nel mondo orientale cambia solo la polarità del verso per cui è l’ambiente, il Drago ad agire sull’uomo. Ne deriva che l’uomo è agito dall’ordine quando riesce a “sintonizzarsi” con esso (primato del pensiero sull’azione, della meditazione consapevole, dell’attenzione sull’impulso). Traslato in ambito psicologico questo determina nel mondo occidentale il rafforzamento della Coscienza nei confronti dell’Inconscio (che ben rappresenta il nostro Drago del Caos, il femminile ed il mare magnum delle tenebre) dove nel mondo Orientale al contrario un Ego poco definito e poco volitivo (apparentemente) trova senso e forza in un ordine che lo sovrasta e lo determina e di cui si sente appendice (il maschile?). Che poi ciò abbia determinato nel mondo Occidentale il progresso scientifico e tecnologico che sappiamo, ma a spese spesso dello spirito/pensiero e attraverso la violenza sulla Natura stessa, dove il progresso spirituale del mondo Orientale ha avuto la meglio, ma senza quella concretezza e utilità del primo, questo è deducibile.

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L’alchimista dunque redime la Materia compiendo l’Opera ma è quest’ultima che alla fine redime lo stesso (Pietra Filosofale), l’operatore che (ri)trova la sua Anima attraverso la sua azione, che tra l’altro non può prescindere appunto da quel femminile (Caos-Grazia) da cui si separa per poi ricongiungersi, che sia la sua Opera, il suo Inconscio, la sua donna questo è relativo, perché è il processo che conta ed è questo che alfine lo rende filosofale (il nostro Cavaliere). (C.Ferraro)

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Immagini: Scudo di Atena con Medusa; San Giorgio e il drago di Paolo Uccello (1456); Cadmo uccide il drago di Hendrick Goltzius (1617); Drago cinese; Atena di Rembrandt (1655); Pallade Atena (Pallas Athene) di Gustav Klimt (1898) da notare l’immagine della Medusa sull’armatura a scaglie e una piccola Nike nella mano destra.

 

 

 

 

Il recupero del femminino e del mondo emotivo

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“Quando farete dei due uno, e quando farete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l’uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno.”  (Vangelo di Tommaso)

La lunga tradizione esoterica-alchemica inevitabilmente ha sempre sottolineato la necessità della rivalutazione di quella Materia Prima, deplorevole e apparentemente di poco conto, presente dovunque ma dovunque mal considerata, che ha spinto tutti a ricercarla. Ma tralasciando considerazioni tra la metafora e la realtà fisica della stessa, è facile trovare parallelismo tra queste affermazioni ed il percorso religioso di quelle correnti spirituali che si insediarono tra le terre del Nilo ed il mondo ebraico. In particolare senza affondare in ricerche storiche di queste radici religiose, è con l’avvento del Cristianesimo che tale diramazioni si fanno più consistenti. In particolare si assiste a tutte quelle correnti parallele che troviamo riscontro nel cosiddetto Gnosticismo, dove la figura femminile e le correlazioni con la Materia (Maria Maddalena, Serpente, Sofia Oscura, etc.) acquistano un valore conoscitivo-esperenziale che verrà totalmente “amputato” nel percorso ufficiale Cristiano. Un movimento che riapparirà nell’Alto medioevo, con le figure dei Catari, Bogomili ed il culto del Femminino Sacro.

Ma le Cattedrali medioevali continuavano ad essere innalzate a suo nome e mantenere quelle conoscenze “simboliche” che a tale movimento si riferivano, sotto gli occhi della Chiesa stessa. Un “apparente” movimento pagano che conservava però segreti “orfici” e “dionisiaci” che a quella Materia deplorevole si riferiva. Le figure che si affacciano in quel periodo, come il Bafometto o il Diavolo stesso, assumono per coloro che “sanno” ben altri significati, sono il riscatto di quel mondo emotivo che racchiude il “tesoro” di ogni cercatore, la conoscenza o la pietra filosofale.

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La nostra conoscenza psicologica d’altronde conferma la validità di queste intuizioni religiosi, traslato infatti nel nostro linguaggio psicologico, la psicologia analitica prima e finanche il cognitivismo post-razionalista ha dimostrato che è il mondo emotivo a determinare il pensiero e sempre attraverso questo stesso mondo emotivo che l’uomo può migliorarsi e finanche curare i suoi disturbi, fisici o psichici. Il primato della razionalità si è estinto e l’inconscio sembra essere anche l’unica vera risorsa di miglioramento psicologico e spirituale dell’uomo. Non è l’Es Freudiano ma la Matrice di ogni contenuto, quelle forme formanti archetipiche che possono essere veicolo di trasformazione e benessere e non solo energia pulsionale incontrollata.

Un percorso può unire due punti opposti, ma un uomo non può andare verso entrambi allo stesso tempo. Questo significa che l’uso della razionalità esclude necessariamente quello dell’emotività e viceversa, l’unico modo per farli “coincidere” è accorciare il percorso che li unisce, avvicinarli e lo strumento adatto sembra essere l’immaginazione, un’immaginazione consapevole, attiva e finalizzata e la tecnica il “Solve et Coagula” degli alchimisti. I due poli possono provare a coincidere come è possibile cogliere la simultaneità di bene e male o spirito e materia nella stessa ambivalenza del mondo naturale, ma un dialogo resta sempre comunque necessario, per quella tensione benevola che permette il movimento vitale e l’energia, che gli analisti chiamano libido ed i cognitivisti conoscenza.

Ma dove troviamo questo “materiale” di accrescimento da congiungere alla nostra azione consapevole e logica? Le nostre reazioni emotive, il nostro sentire, il sentire che non gradiamo e attribuiamo all’altro, le nostre fantasie, i nostri sogni, finanche i nostri istinti,                                        la nostra immaginazione, tutte quelle forme di “conoscenza tacita” che rappresentano informazioni ed energia vitale su di noi, l’altro ed il mondo stesso in cui abitiamo e ci abita:

“La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la maestra pietra d’angolo su cui poggia tutta la struttura dell’edificio” (Amyraut in “Il Mistero delle cattedrali” di Fulcanelli)

“…andate, segretamente e minuziosamente in gran silenzio e avvicinatevi alla parte posteriore del mondo e udrete rimbombare il tuono, sentirete soffiare vento e vedrete la grandine e la pioggia cadere sulla terra. Quella è la cosa che voi cercate, la cui fine è la coltura e la fertilità della terra, nella quale il nostro escremento, per azione della natura, muovendo ogni cosa circolarmente, riappare nel nostro nutrimento e da questo viene l’accrescimento del nostro corpo. O quanto questo è ammirevole e salutare per l’uomo che sa” (Theatrum chemicum, 1661)

Nella “Psicologia della traslazione” Jung ci mostra di come il rapporto con il mondo emotivo predilige soprattutto l’Eros e quindi l’Altro/a, in un complesso di relazioni (quaternio) conscio-conscio, conscio-proprio inconscio, conscio-inconscio dell’altro ed inconscio-inconscio che permette il perfetto coincidere di libido e conoscenza, intrapsichica ed interpsichica, trama di vita dell’essere uomo e della necessità dell’altro per la sua individuazione, vedi schema:

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Insomma è la Materia, il rapporto dell’uomo con la sua Natura, ed il suo stesso “dominio” emotivo a rappresentarlo, il luogo di trasmutazione d’elezione ed è solo in questa “casa”, la casa dell’Anima, che gli attori possono cambiare copione…(C. Ferraro)

“Benedetta sia la dea dell’Aurora scintillante
Freyja, la Bellissima,
La piu Appassionata delle Regine.

Insegnami i misteri dell’autentica passione del cuore.
Mostrami i segreti del wyrd.
Cammina con me nella luce delle stelle.
Io accendo questa candela
in una ardente offerta a Te,
Freyja, dea del fuoco etereo”

Immagine in alto: “Le lacrime di Freyja”, dea della fertilità, della guerra, della seduzione e dell’amore, divinità della mitologia nordica, la religione tradizionale pre-cristiana dei popoli della Scandinavia. L’opera erroneamente attribuita a Gustav Klimt, è invece di Anne Marie Zilberman, pittrice contemporanea francese. Al centro la possibile Maria Maddalena nel disegno di Leonardo, ufficialmente la testa di S. Giovanni Evangelista al museo di Strasburgo.

 

Prossimità e lontananza, contatto e distacco, Dioniso ed Apollo

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Apollo

“Il signore, cui appartiene l’oracolo che sta a Delfi, non dice né nasconde ma accenna” (Eraclito)

Spesso si sente dire che occorre allontanarsi per poter vedere meglio le cose, allontanarsi da casa, da un amore confuso, prendere le distanze per “realizzare” meglio quelle che sono le nostre sensazioni, percezioni, affetti e finanche idee. D’altronde appare necessario spesso allontanarsi dalle figure significative, come i genitori, per conoscersi meglio, ed è dunque la conoscenza stessa che necessità di distanziamento. Da cosa ci distanziamo e come avviene la conoscenza di ciò che ci appare confuso ed indistinto, compreso noi stessi?

Nel mito greco il Dio della conoscenza (e del sole, che ne è una metafora) è Apollo, tant’è che nel suo tempio a Delfi era presente il celebre motto: conosci te stesso (γνῶθι σαυτόν, gnōthi sautón; o anche γνῶθι σεαυτόν, in latino “nosce te ipsum”). L’Apollo Delfico viene spesso rappresentato come il Dio della lontananza, suoi strumenti preferiti infatti sono l’arco e la lira, apparentemente così dissimili, ma entrambi finalizzati a raggiungere un bersaglio lontano come “centrare” l’ascoltatore o il bersaglio. Il Dio Apollo rappresenta tutto ciò che giusto e armonico, come anche il suo bell’aspetto, ed è inevitabilmente distante e lontano dalle faccende umane, ma la sua funzione è quella di rappresentarne l’ideale perfetto del suo agire, a tal punto che possiamo identificarlo con lo stesso Sole, luce distante ma necessaria per l’uomo stesso ed il mondo che abita. Egli quindi rappresenta il giusto principio, la forma universale, lo Spirito Divino. Ma l’umanità è fatta di individui, non di idee, di singoli prima ancora che di collettivo. E chi si cala nel nostro agire e nel nostro esperire, se non il Dio del contatto, Dioniso??

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Paradossalmente l’ebbrezza e la liberazione dei sensi, quindi la necessità del contatto, l’attaccamento e la prossimità necessaria sono praticamente l’antitesi delle “aspirazioni” Apollinee, eppure lo stesso Dioniso, che rappresenta la forza vitale, l’energia libidica, inevitabilmente a quello stesso Dio si rifà, della conoscenza, come nei misteri Eleusini. Il processo di distanziamento a cui ci si riferiva prima, quello che permette di avere una giusta visione delle cose appare, dunque, in netto contrasto con il coinvolgimento emotivo-sensoriale Dionisiaco, eppure l’uno necessita dell’altro. Nessuna conoscenza, infatti, può avvenire senza il contatto, e questo non può prescindere dai suoi strumenti, che sono la corporeità, i cinque sensi ed il mondo emotivo. Il primo passo della conoscenza è sempre fisico, come un neonato che quando viene al mondo  piange alla nascita, al primo “contatto” con il nuovo mondo, ed è attraverso questo contatto che sente la sua prima emozione, la paura, che lo guiderà nella realtà. I due principi dunque, contatto e distacco, sono l’uno funzionale all’altro, in alcuni casi dobbiamo immergerci nella realtà fisica, in altri prenderne le distanze, astrarre e riordinare le idee, senza ricercare mai l’uno escludendo l’altro, rendere il nostro mondo né una iperestesia costante né un’astrazione utopica. Se Dioniso dissolve, mettendo in contatto l’uomo con tutto ciò che lo circonda annullando il principium individuationis e proponendo una modalità di relazione con la realtà non-mediata e quindi diretta, Apollo coagula, mette a fuoco, spinge all’individuazione, prende le distanze, ma come Caos e Ordine, emozione e ragione, sono entrambi necessari. Questo ci rende, incarnando le due nature, inevitabilmente peccatori e santi, come è giusto che sia, immersi nella Natura ma redentori della nostra stessa di natura, verso l’unica certezza, quella di essere uomini prima e, possibilmente poi, uomini giusti.

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Immag.: Apollo e la Musa Urania, di Charles Meynier; Il Trionfo di Bacco di Diego Velázquez; Apollo e Dioniso.

Karma, Materia, redenzione ed evoluzione…

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Assunzione vetrata

“Come un orefice prende la materia di un gioiello e con essa foggia un disegno nuovo e più bello, allo stesso modo questo ātman scrollandosi via il corpo e rendendolo insensibile, ne foggia una forma nuova e più bella, quella di uno dei padri (piṭr) o di un gandharva o di un deva o di Prajāpati o di Brahmā o di altri esseri”  (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad)

Si sente parlare spesso di Karma, Karma familiare e costellazioni varie, ma vi è un destino legato non necessariamente a chi ci ha preceduto ma agli elementi che ci compongono (che tralaltro lo costituiscono comunque) paradossalmente un Karma molto più antico dei nostri stessi avi. Ad esempio quell’insieme di “coordinate” astrali che costellano la nostra nascita o forse anche il concepimento. Non è un tempo longitudinale, quello di chi ci ha preceduto ma ciclico e trasversale, ma non per questo meno antico, anzi. A dir il vero esiste già una “scienza” o presunta tale che si occupa di ciò, si chiama astrologia, anche Jung se ne interessò. Ma questo Karma “prenatale” lo troviamo anche nei meandri non solo del tempo trasversale, ma dell’effetto dello stesso con quello longitudinale, se presupponiamo che la materia di cui siamo composti interagisca nel tempo con tutto ciò che la costella (nel caso umano si chiama selezione ed adattamento). Quindi i diversi aspetti biologici che ci costituiscono, che variano nel tempo trasmettendosi per generazioni a generazioni, effetti di queste stesse interazioni “tra la Materia stessa”. Un esempio, in ambito psichico, sono i cosiddetti temperamenti (ha il carattere del Nonno, è irritabile, da quando è nato…) mai riconosciuti dalla scienza ma sempre ipotizzati (quest’ultimi poi essendo ereditari, come sembra, sono inevitabilmente compresi anche nelle vicissitudini dei nostri avi, rafforzando il peso di una eredità biologica e psicologica, tra loro intricati). E’ comunque il Karma dell’uomo e del suo rapporto filiale con Madre Natura, è il peso della Materia e del suo rapporto con tutto ciò che ci circonda, un disegno biologico che comprende dal codice genetico all’influsso degli astri, dall’istinto finanche ai movimenti rotatori del globo terrestre. Di questo “debito” biologico che ci costituisce, l’uomo cosa ne deve fare? L’Alchimia dice di provarlo a riscattarlo, e di trasformare questo piombo “Saturnino” in oro filosofale, dare al nostro Karma “naturale” una direzione migliore, fare della nostra natura quindi una Natura migliore. Pagare il nostro debito biologico affinché possa diventare un credito per le future generazioni….

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Lo strumento è la conciliazione degli Opposti, il fine la Redenzione della Materia…

“Il mysterium coniunctionis simboleggiato in svariate maniere, ma in particolare come «matrimonio alchemico», si esprime fondamentalmente per mezzo di paradossi, cosicché è la massima contraddizione a garantire la conciliazione degli opposti” (B. Nante, Guida alla lettura del LR, Cap.6)

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“Ora, tutte queste immagini mitiche rappresentano un dramma dell’anima umana al di là della nostra coscienza, in cui l’uomo è o colui che dev’esser redento o colui che redime. La prima for­mulazione è cristiana, la seconda alchimistica. Nel primo caso l’uomo attribuisce a sé stesso il bisogno di esser redento, e trasferisce sulla figura divina autonoma l’opera di redenzione, il vero e proprio “opus”; nel secondo caso egli si assume il dovere di com­piere l’“opus” liberatore, attribuendo lo stato di sofferenza, e dun­que il bisogno di redenzione, all’anima mundi imprigionata nella materia (Psicologia e alchimia, cap. 3, L’opera di redenzione. C.G. Jung)

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La redenzione assimila la Materia/il Male/il Femminile/l’Inconscio dunque e ne permette l’evoluzione….

“L’alchimista lavora alla imperfezione di questa realtà permettendone la sua rivelazione e realizzandola completa la sua funzione, liberando il Dio la redime, e redimendola la fa risorgere” (estratto da Jung in Mysterium Coniunctionis).

Ed appunto in questo processo di morte e rinascita trova spazio il movimento ed il tempo (essendo appunto un processo), un processo di eternità, fatto di errori, conoscenza, redenzione,  ed evoluzione, la Natura vince sempre la Natura….(C. Ferraro)

Immag.: Particolare vetrata Duomo di Siena con Assunzione della Vergine; Durante Alberti (Sansepolcro, 1556 – Roma, 1613) Assunzione della Vergine; il vertiginoso e mandalico “L’Assunzione della Vergine”, di Correggio, databile al 1524-1530 circa e situato nella cupola sopra l’altare maggiore del Duomo di Parma; immagine del Libro Rosso di Jung