La Mater Matuta, Aurora e la Seconda Madre…

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“Così a un’ora fissa Matuta soffonde con la rosea luce
dell’aurora le rive dell’etere e spande la luce…
è fama che dalle alte vette dell’Ida si assista
a questi fuochi sparsi quando sorge la luce,
poi al loro riunirsi come in un unico globo
formando il disco del sole e della luna” (Lucrezio. De rerum natura)

Il culto della Grande Madre ha avuto tante forme nella cultura preistorica matriarcale ed in quelle civiltà mediterranee che da essi originano. Una forma singolare, che tralaltro appare strettamente nostrana, Italica, pre-romana e successivamente adottata nella stessa civiltà romana, è il culto della Mater Matuta. La madre del mattino, o l’aurora, come veniva definita, associa alla fecondità del culto della grande madre qualcosa di diverso, come di una evoluzione della stessa.

L’origine del culto appare ignota, potrebbe essere etrusca-italica o di derivazione greca, sicuramente appare in stretta connessione con la Grande Madre preistorica e con le derive anatoliche (Cibele) ed egiziane (Iside). Inoltre il culto della Mater Matuta nel mondo romano si assimila, con i vari templi che erano presenti a Foro Boario, nell’odierna area di Sant’Omobono e nella città di Satricum a quello greco di Aurora ed Ino.

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Il mito di Ino, figlia di Cadmo ed Armonia, quest’ultima a sua volta figlia di Afrodite ed Ares, narra che la stessa chiese a suo marito Atamante, di poter adottare il figlio avuto da Zeus della sorella Semele, uccisa dallo stesso Zeus, Dioniso. Naturalmente con grande disappunto della moglie di Zeus, Era, che per vendicarsi del tradimento, fece impazzire Atamante che, incontrati la moglie e i figli (Learco e Melicerte), li scambiò per cervi e li assalì, uccise Learco scagliandolo contro uno scoglio e lanciò Melicerte in mare.
Nel tentativo di salvarlo, Ino si gettò a sua volta in mare, e per volere di Afrodite, la nonna, i due furono trasformati in divinità marine,  protettrici dei marinai: Leucotea, la dea bianca, la dea del cielo coperto di neve, o la dea che corre sulla bianca spuma e Palemone. Ed è Ino-Leucotea che viene identificata con la Mater Matuta.

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armonia

Ma anche la stessa Aurora-Eos, viene associata alla Mater Matuta romana, forse ad un mito più antico di quello di Ino. Eos-Aurora è figlia del Titano Iperione, insieme ai suoi fratelli Elio (il Sole) e Selene (la Luna), generati da Iperione con Teia, sua sorella e moglie. Tra i figli di Eos (che Omero chiama “la dea dalle rosee dita” per l’effetto che si vede nel cielo all’alba) abbiamo Ersa (o Erse), dea della rugiada, avuta con Zeus, altrove ritenuta figlia del padre degli dei e di Selene, sorella di Eos e Phosphoros o Eosforo, dio della luce e personificazione della luce. avuto con il titano Astreo, con il quale inoltre la stessa Eos aveva già generato i quattro venti Zefiro, Borea, Noto ed Apeliote, Phosphoro che nella cultura romana diventerà Lucifero, cioè “Portatore di luce”.

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Anche le modalità del rito romano ha i suoi significati. La festa della Mater Matuta (Matralia) veniva celebrata l’11 giugno, a questo culto erano ammesse solo le donne vergini o sposate una sola volta, il cui marito era ancora vivo, mentre le donne schiave ne erano severamente escluse. Per l’occasione venivano offerti alla dea cibi cotti in vasi di terra.
Le Univirae, cioè le donne sposate una sola volta, in quel giorno potevano chiedere grazie per i nipoti, i figli delle sorelle. L’Univira entrava nel tempio accompagnata da una schiava che, dopo aver spazzato, veniva cacciata a frustate. La festa quindi esaltava il ruolo della seconda madre, come era denominata la zia che trova corrispondenze, come abbiamo visto, sia nel mito di Ino che chiede a Zeus di adottare Dioniso (figlio della sorella) o ancora nel mito di Eos, dove la figlia Ersa sembra essere della sorella Selene più che la sua. Gli aspetti votivi di molte di queste statue rappresentano quindi anche il ringraziamento per le nuove nascite, che sembrano richieste quindi non dalle madri stesse ma dalle sorelle delle madri. Inoltre l’accesso alle donne vergini o sposate una sola volta, mostra che in questo mito, sono le donne giovani a rappresentarlo.

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Ed infatti nelle matres matutae appare evidente la raffinatezza dei lineamenti o ancora delle forme delle stesse donne, ben diverse dalle rappresentazioni della grande madre, sono immagini di giovani madre, in alcuni casi con tentativi di renderle più seducenti.

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I manufatti esposti a Capua, inoltre, furono trovati nei pressi dei resti di un tempio che ospitava anche un’altra statua diversa da tutte le altre: una donna seduta su di un trono che reggeva nelle mani un melograno e una colomba. Questo dettaglio forse da ulteriori indicazioni al senso della Mater Matuta, il rapporto della Madre con la Figlia, e non la sorella (ma come sorella in presenza di un fratello…) appunto la Seconda Madre figlia della Prima, quale il mito di Persefone (Kore) e Demetra o nella variante latina Proserpina e Cerere: Persefone era figlia di Demetra e Zeus, o, secondo un’altra leggenda, di Zeus e della dea omonima del fiume infernale Stige. Venne rapita dallo zio Ade, dio dell’oltretomba, il Plutone latino, che la portò negli inferi per sposarla ancora fanciulla contro la sua volontà. Una volta negli inferi le venne offerta della frutta, ed ella mangiò senza appetito solo sei semi di melograno. Persefone ignorava però che chi mangia i frutti degli inferi è costretto a rimanervi per l’eternità. Per questo motivo era costretto a restare sei mesi nell’Ade (quelli autunno-invernali) ed i successivi (primavera-estate) sulla terra, portando fioritura e fertilità della terra. Il significato poi del melograno, frutto pieno di semi e dal color vermiglio/rosso sangue, è che matura alle porte dell’inverno, in autunno, prima del buio, e resistente al freddo stesso, rimanda inoltre al matrimonio e alla fertilità. Infatti associato ai culti di Cibele ed Ishtar (quindi anatolici e mesopotamici) lo si ritrova poi in quello greco di Persefone e Demetra e nella stessa Chiesa ortodossa greca, dove nella Presentazione di Maria, ricorrenza tradizionale in alcune regioni della Grecia, si  è solito preparare la tavola con la polysporia, anche nota con l’antico nome di panspermia, il melograno. Un frutto che quindi si associa a Persefone ed al rapporto tra Inferi e terra.

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Quindi con il mito di Persefone e del melograno, che per sei mesi all’anno vive negli Inferi (autunno-inverno) e gli altri sulla terra viene ad essere rinforzato il senso dell’alba, del nuovo giorno che viene dalla notte. Ma soprattutto appare evidente il rapporto tra la Madre e la Figlia, tra la generatrice e la rigeneratrice, la seconda che attraverso il buio della notte e degli inferi, prepara il nuovo giorno. Il senso della Seconda Madre viene ad indentificarsi in ambito esoterico con l’Eros salvifico del femminino sacro e soprattutto con la congiunzione degli opposti. Quella seconda madre che il Cristianesimo ha amputato ma che altre forme religiose hanno preservato, come nella Sophia gnostica (e la versione terrena di Maria Maddalena). Quindi la seconda Madre, nubile e giovane, che seduce il Dio degli Inferi e che dopo sei mesi porta la luce dal buio, ci rammenta il secondo Mercurio degli alchimisti e l’immagine di Anima nell’ottica Junghiana…

“Benché hanno egualmente il nome di Mercurio, esiste dunque un altra Madre, figlia della prima, e la distinzione di questi due Mercuri, uno agente di rinnovamento l’altro di procreazione, è il compito più arduo per il neofito della Scienza. Tra i tanti nomi utili che hanno descritto l’unione dello zolfo e questo mercurio, oltre ai soliti (madre e padre, sole e luna) sono da rilevare il “vegliardo e la giovane vergine” e “fratello e sorella”, perchè essi derivano da una madre comune e la loro diversità deriva dalla differenza d’età e d’evoluzione più che dalle loro affinità (estratto da Le Dimore Filosofali, il mito alchemico di Adamo ed Eva, di Fulcanelli).

“La madre versa dell’acqua da un bacile all’altro (che scoprirà in seguito appartenere alla sorella del sognatore). Quando il sognatore ha ricordato più tardi ci dà la possibilità di riconoscere che sia qui l’origine della fonte di vita: è la sorella. La madre è partecipe di un ordine superiore al figlio, la sorella invece fa parte del suo stesso ordine. La degradazione dell’intelletto libera così il sognatore dal dominio dell’inconscio, e quindi dell’infantilismo. E’ vero che anche la sorella è un residuo del passato; ma dai sogni successivi sapremo definitivamente che essa è la portatrice dell’immagine dell’Anima. Per questa ragione ci è lecito supporre che il trasferire l’acqua di vita sulla sorella significa in fondo che la madre è stata sostituita dall’Anima” (Sogno 15, Sogni iniziali; p.73-75; Psicologia e Alchimia di C.G.Jung)

Quindi la Mater Matuta, la madre del mattino, in perfetta analogia con la Venere stella del mattino e lo stesso Phosporo, rappresenta appunto il nuovo inizio, la seconda madre, la rigenerazione, l’Anima da ritrovare, la fase alchimistica dell’Albedo, l’alba, ma soprattutto l’Alba di un nuovo giorno che segue la notte.

“Dobbiamo fare il salto oltre la psicoanalisi. Essi non sanno della rigenerazione, ma soltanto della generazione. La terapia dev’essere rinascita; ma la psicoanalisi non crede che l’uomo possa rinascere”
(C.G. Jung)

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La collezione di Matres Matutae conservata al Museo Provinciale Campano di Capua, in provincia di Caserta, è tra le più importanti collezioni al mondo, alcune delle immagini delle stesse sono rappresentate nell’articolo. Al centro dell’articolo: Leucotea, scultura di Jean Jules Allasseur, facciata sud del Cour Carrée al palazzo del Louvre, Parigi; Armonia, raffigurata insieme al marito Cadmo tramutato in serpente di Evelyn De Morgan; Eos, L’Aurora (1881), di William-Adolphe Bouguereau. Verso il basso Proserpina di  Dante Gabriel Rossetti (1874); Particolare della Madonna della melagrana di Sandro Botticelli, ca. 1487 (Galleria degli Uffizi, Firenze). C.Ferraro