La pietra grezza e la mente incarnata: “l’Embodied Cognition”

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Negli ultimi anni è emerso all’interno della scienza cognitiva (ossia, la scienza che si occupa dei processi cognitivi umani) una nuova prospettiva teorica, che ha sottolineato come i nostri processi cognitivi dipendano dall’interazione tra la mente e il nostro corpo: si tratta della cosiddetta Embodied Cognition (Cognizione Incarnata). Una delle tesi sostenute dalla Embodied Cognition è quella che potremmo definire “teoria simulativa della comprensione linguistica”, secondo la quale noi comprendiamo le espressioni del linguaggio naturale grazie alla riattivazione di aree cerebrali dedicate principalmente alla percezione, ai movimenti e alle emozioni.
Per fare un esempio, quando sentiamo la parola ‘tavolo’ noi la capiamo – ossia ne comprendiamo il significato – riattivando le aree del cervello che riguardano l’esperienza percettiva di un tavolo.
Questo ha fatto supporre che comprendere il significato di una qualsiasi espressione del linguaggio sia una sorta di simulazione delle esperienze percettive, motorie ed emotive che abbiamo avuto in passato. Cogliamo quindi il significato di un termine linguistico simulando l’esperienza degli oggetti o degli eventi cui tali termini si riferiscono.
Dai lavori di Maturana prima e Varela et al. poi si è partito dall’assunto che l’esperienza necessariamente anticipa e corrobora la ricerca. Per sconfiggere la “circolarità fondamentale” è necessaria una spiegazione circa il modo in cui le esperienze vissute costituiscono il fondamento per la descrizione della mente, del mondo (come esperito) e della relazione/i tra questi. L’ostacolo corrente ad una tale spiegazione è la annosa dissertazione filosofica sul problema mente-corpo.
Varela et al. ridefinisce l’obiettivo di questo dibattito con il dire “… la questione mente-corpo non deve essere: Qual è la relazione ontologica tra mente e corpo, senza riferimento all’esperienza di alcuno? – ma piuttosto, Quali sono le relazioni di corpo e mente nell’esperienza effettiva… in che modo tali relazioni sviluppano, (e) quali forme possono prendere”. Queste relazioni devono essere distinte rispetto al corso dell’enaction esperenziale perché “…la relazione tra corpo e mente è conosciuta nei termini di ciò che essa può fare”.
Mantenere l’obiettivo sull’esperienza come azione permette un’ispezione ed una riflessione sul modo in cui “mente” e “corpo” si ingaggino l’un l’altra nel compimento dell’esperienza.
Gli autori rigettano il dualismo Cartesiano che ha costretto i filosofi occidentali a scegliere o la mente o il corpo, l’uno come il fondamento per l’altro, prima di rivolgersi all’esperienza. Essi chiamano questo malessere ansia cartesiana: un opprimente desiderio per qualche punto di riferimento ontologico fisso, ed un corrispondente terrore per il caos che si presuppone sia l’unica alternativa possibile. Questo feticcio della fissità giustifica l’accettazione di ogni “fondamento” per filosofeggiare, sia esso il mondo o un modello che lo rifletta oggettivamente (realismo), oppure la coscienza interna del soggetto (idealismo). Un tale assolutismo binario rappresenta il dilemma delle scienze cognitive: questi estremi “…entrambi assumono la rappresentazione come la loro nozione centrale: in un caso (realismo) la rappresentazione è utilizzata per appropriarsi di ciò che è esterno; nell’altro caso (idealismo) è usata per proiettare ciò che è interno.”
Varela, Thompson e Rosch delineano quindi ciò che ad essi appaiono essere le posizioni evidenziate nel paradigma dominante delle scienze cognitive (cognitivismo) ed il crescente interesse per il connessionismo. Essi propongono quindi la loro prospettiva enactive come una terza alternativa, in contrasto con le altre due. Una comparazione sommaria degli estremi delle scienze cognitive è la seguente: la mente da calcolatore digitale a inseparabile dal mondo e dall’esperienza, la cognizione da elaborazione simbolica a continua interazione con il medium, il Mondo da separato, oggettivo a impegnato, “brought forth” presentabile attraverso l’azione e mente/corpo da separati a “enacted” nella storia delle interazioni.
Come risultato, Varela, Thompson e Rosch, suggeriscono la creazione di una scienza cognitiva enactive fondata su tre principi:
Rivolgersi all’azione del senso comune mediante “…il trattamento del Know-how dipendente dal contesto, non come un antefatto residuo che può essere progressivamente eliminato dalla scoperta di regole più sofisticate, ma come, in verità, l’essenza effettiva della cognizione creativa.”
Abbracciare il punto di vista ermeneutico per cui “…la conoscenza dipende dall’essere in un mondo che è inseparabile dai nostri corpi, dal nostro linguaggio e dalla nostra storia sociale: in breve, dal nostro embodiment.”
Portare avanti l’idea della teoria autopoietica della cognizione come interazione/accoppiamento, in cui “…la conoscenza è il risultato di una continua interpretazione che emerge dalle nostre capacità di capire… radicata nelle strutture del nostro embodiment biologico ma… vissuta ed esperita dentro un dominio di azione consensuale e di storia culturale”. L’idea di una mente non separata dalla vita è praticamente indispensabile.
Naturalmente è possibile notare il parallelismo con alcuni concetti alchemici di base, come l’imprescindibilità della Materia Prima (il corpo e l’esperienza) come punto di partenza e sede del lavoro dell’alchimista, di come la Pietra grezza ci suggerisce l’incarnazione della nostra Mente e di come attraverso la stessa (Pietra) la Mente aspiri alla conoscenza “Filosofale” della realtà (fisica e non) e di come la stessa conoscenza modifichi la Pietra stessa (Elixir). Ma queste sono solo suggestioni….

Immagine: Caos da Utriusque cosmi di Robert Fludd