Vita e conoscenza, tra autopoiesi e riflesso della Natura, il “solve et coagula” degli antichi alchimisti.

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“Due impulsi contrari che tendono in direzioni opposte, sono qui costretti, a per così dire, a procedere sotto un solo giogo. L’impulso che vuole la conoscenza è costretto senza posa ad abbandonare il terreno su cui vive l’uomo ed ad avventurarsi nell’incertezza, mentre l’impulso che vuole la vita si vede costretto a cercare senza posa, a tentoni, un nuovo luogo abbastanza sicuro in cui stabilirsi. Quella lotta tra il vivere e il conoscere diventa tanto più violenta quanto più possenti sono i due impulsi, cioè quanto più piena e fiorente è la vita, e quanto più insaziabile, d’altro canto è il conoscere, che si spinge con più forte desiderio verso tutte le avventure.” (Nietzsche , Frammenti postumi)

L’apparente distinzione tra le due forze sottoposte però allo stesso gioco, come descritte dal filosofo tedesco, trovano invece una sintesi perfetta nell’equivalenza postulata dall’epistemologo contemporaneo Maturana dove la vita equivale al conoscere (“vivere è conoscere”). Ma la distinzione e l’equivalenza non si contraddicono, ad un esame attento di queste affermazioni e potremmo espandere questa riflessione anche ai principi che queste stesse forze rappresentano, l’essere e il divenire. La correlazione tra l’essere e il divenire è perfettamente rappresentato nello sviluppo dell’uomo, nel suo percorso di sviluppo psico-fisico.
Ma come avviene la conoscenza e il divenire senza scuotere troppo l’essere e il suo equilibrio?

“In un ottica empirista la conoscenza è la copia di un ordine esterno, per cui l’organismo si adatta sintonizzandosi sostanzialmente sulle caratteristiche dell’ambiente, in un ottica autorganizzativa l”adattamento appare esattamente il contrario. Infatti un organismo o, meglio, un sistema autorganizzantesi si adatta nella misura in cui è capace di trasformare l’ambiente in un suo ordine interno irreversibile; appare il sistema quindi come un creatore del suo ordine. Un sistema autorganizzativo come quello umano non corrisponde a un ordine esterno ma ha la finalità di corrispondere a se stesso e di assimilare continuamente l’esperienza, in modo da confermare, sviluppare e portare avanti il proprio tipo di coerenza interna. Questo sistema autorganizzativo in tutto il ciclo di vita va infatti incontro a trasformazioni continue del suo senso di sé e lotta continuamente per mantenere la sua coerenza. Non è possibile identificare in nessun momento di vita un qualcosa che assomigli ad uno stato ottimale di maturità ultima e definitiva, perché è un sistema in incessante trasformazione. E ogni trasformazione personale non è mai indolore: ogni qualvolta un sistema entra in una fase metastabile, dovuto ad un aumento critico della complessità interna, va incontro a una riorganizzazione di significato, senso di sé, imprevedibile non solo dall’osservatore esterno ma anche per il sistema stesso che lo sta sperimentando. Questi processi di intensa attivazione emotiva, presenti nelle vari fasi di vita individuale (infanzia, fanciullezza, adolescenza) ma anche nell’adultità stessa, possono durare anche anni e determinano comunque riorganizzazioni del sistema e possono esitare in una necessaria crescita individuale attraverso l’assimilazione dei contenuti emotivi che promuovono la autoconsapevolezza del sistema stesso…” (Vittorio Guidano)

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Quindi lo strumento di assimilazione di nuove informazioni, necessari per il cambiamento e l’adattamento dell’essere nel suo sviluppo e rapporto con l’ambiente è il mondo emotivo. La capacità epistemica delle nostre emozioni rappresenta un sistema di conoscenza più diretto e immediato, rispetto alla concettualizzazione. Quando sentiamo una cosa, quando entriamo in rapporto con qualcuno attraverso il sentire, quasi sempre la percezione è più diretta, più immediata, più vera di quando invece “capiamo”.

“L’esperienza immediata (l’Io) caratterizza un primo livello di esperienza della realtà, immediato e per lo più inconsapevole: essa è costituita da ciò che si prova (sensazioni, percezioni, immagini scarsamente consapevoli e poco elaborate), e da come lo si prova (emozioni), nello stesso momento in cui l’esperienza è vissuta dall’individuo. Questo continuo fluire dell’esperienza immediata è connesso strettamente con il processo di ordinamento e interpretazione della realtà, viene riferito dal soggetto all’esterno e vissuto come se fosse un’esperienza “oggettiva” universalmente condivisa e valida. La spiegazione dell’esperienza (il Me) rappresenta invece un secondo livello di esperienza, più elaborato e complesso: essa costituisce una elaborazione logico-razionale dell’esperienza immediata appena vissuta che viene elaborata dall’individuo in modo da renderla coerente con altre esperienza precedentemente vissute (immagazzinate nella memoria) e quindi con il senso di sé e del mondo che il soggetto si è costruito. Essa corrisponde alla spiegazione che il soggetto si dà circa il perché è accaduta, si è fatta o si è detta qualche cosa, spiegazione che tuttavia non è esente da pattern di autoinganno che hanno lo scopo di mantenere accettabile il livello di autostima del soggetto e la coerenza con il proprio senso di sé”
(La complessità del Sé. Vittorio Guidano)

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Ed ecco avvenire una prima separazione tra il mondo interno autorganizzato ed il mondo esterno con le sue informazioni, separazione necessaria per il mantenimento della coerenza del sistema, del suo equilibrio, del suo essere (autostima). Ma il mondo emotivo, riflesso pregno di informazioni di correlazione tra l’Io e l’esterno, non modifica i suoi contenuti, anche se non sono assimilabili dal soggetto, che quindi può negare gli stessi, mistificarli fino a proiettarli all’esterno, nell’altro. Ma il nostro Sé implica sempre un senso dell’altro, del mondo stesso e quindi viene riferito all’altro ciò che ci appartiene attraverso la non assimilazione di quei contenuti emotivi informativi non tollerabili. Ed ecco che gli opposti si separano, il processo vitale dell’essere si contrappone a quello della conoscenza e del suo divenire, si crea un impasse, una stasi, una nevrosi…

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Se è vero che lo strumento di conoscenza della realtà è proprio l’immagine, quella interna però costruita su riflesso di quella esterna ma coerente con il proprio equilibrio, adattata ad esso, è questo lo spazio dove la vita e la conoscenza, quindi l’essere e il divenire possono rimediare al distanziamento creato e necessario apparentemente per l’omeostasi del sistema-uomo.

“Tutto è immagine e solo in questa forma è conoscibile” (Damasio)

“Il concetto di imaginatio è sicuramente una delle chiavi importanti, forse la più importante per comprendere l’opus, l’imaginatio, come la intendevano gli alchimisti, è in effetti una chiave che apre le porte del segreto dell’opus. 
Il luogo o il mezzo della realizzazione non sono nè la materia nè lo spirito, bensì quel regno intermedio di realtà sottile che può essere sufficientemente espressa soltanto dal simbolo. Il simbolo non è nè astratto nè concreto, nè razionale nè irrazionale, nè reale nè irreale, esso è sempre l’uno e l’altro”. 
(Psicologia e alchimia. C.G.Jung)

Nelle figure del mito questo rapporto tra lo Spirito e l’Anima, tra il Solfo ed il Mercurio, tra la Conoscenza e la Vita lo troviamo nelle “immagini” seguenti:

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Evoluzioni e variazioni dello stesso significato: Marte e Venere, lo Spirito che incalza e la bellezza dell’anima che appaga, accoglie; Adone e Venere, la bellezza della forza e la Vita che prova a sedurla; Eros e Psiche, lo Spirito, il desiderio che seduce sedotto dall’Anima stessa. Principi maschili di conoscenza e femminili di vita, di divenire ed essere intrecciati tra loro, dove l’uno continua nell’altro senza più margini di differenziazione.
Dove il lavoro sapiente dell’Alchimista di dissolvere e poi coagulare, ripetutamente, permette ai due di diventare tre (il senso di sé arricchito dal loro incontro) ed infine Uno, dove gli opposti tornano ad unirsi, nella trama di significato che giustifica tutto il processo di separazione e congiunzione: “Per gli antichi greci la bellezza non era, come per noi, una categoria estetica, ma un’espressione geometrica. Essa risultava dall’ordine che tiene insieme cielo e terra, uomini e dei, perciò il cosmo è bello, e bella è l’anima  (psychè) che sa cogliere l’armonia del cosmo, la giusta proporzione in cui si mescolano il limite e l’illimitato” (U. Galimberti, 1984).

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La conoscenza dunque separa quello che la vita unisce, lo Spirito crea quello che l’Anima realizza, il divenire sostiene l’essere nella misura in cui lo stesso lo consente ma soprattutto l’uno confluisce nell’altro in un disegno armonico, riflesso nella stessa nostra Natura, per cui vivere è conoscere. (C.F.)

Immag.: Peccato originale e cacciata dal paradiso terrestre, Michelangelo; Vittorio Guidano ed Humberto Maturana; Albero della Vita e della Conoscenza; La creazione di Adamo, Michelangelo; Venere e Marte, Venere e Adone e Eros e Psiche di Antonio Canova;  Botticelli Filipepi detto (Firenze 1445-1510), Venere e Marte, 1483 ca. Londra, National Gallery.

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