La magica donna nera di Abraxas

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“Eravamo di fronte a lui e cominciammo a gelare dentro per lo sforzo. Abbiamo interrogato il dipinto, lo abbiamo vituperato, fatto l’amore con lui, pregato: lo abbiamo chiamato madre, lo abbiamo chiamato puttana e sgualdrina, lo abbiamo chiamato nostro amato, lo abbiamo chiamato Abraxas…” (da “Damian” di Herman Hesse)

“Black Magic Woman” è il secondo brano del secondo album di Carlos Santana, del 1970, che ne decretò anche il successo, benché lo stesso brano fu scritto due anni prima dai Fleetwood Mac. Il titolo dell’album è Abraxas, figura demone/divina della corrente gnostica del secondo-terzo secolo D.C., oggetto di studio dello stesso C.G.Jung (vedesi Il Libro Rosso e l’appendice su i suoi Sette Sermoni ai morti). Un brano diventato un cult, per la bellezza dei suoi ritmi latini mescolati al rock, con largo uso di percussioni varie ed il delicato suono della chitarra dell’autore.

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Le rappresentazioni di Abraxas risalenti al culto gnostico, con la sua testa di gallo, piedi di serpenti ed armato di scudo e scudiscio sono la “trasfigurazione” del suo significato, dell’effettività degli opposti, la loro copresenza, che in ultima analisi sono il regno dell’uomo, tal da rappresentare il suo Dio e lui stesso “Se non sono composto dall’unione del superiore e dell’inferiore, mi disgrego in tre pezzi: il serpente, e sotto questa o altre forme animali io vago e vivo la natura demonicamente, suscitando paura e desiderio; l’anima umana, ciò che vive sempre con te; l’anima celeste, con la quale poi indugio tra gli Dei, lontano da te e a te ignoto, presentandomi sotto forma di uccello. Ciascuna di queste tre parti è autonoma” (Sulla cosmologia dei Septem sermones ad mortuos, C.G.Jung)

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Ma ritorniamo alla bellissima copertina (immagine in alto) dell’album di Santana, “L’annunciazione”, di Mati Klarwein, del 1961. Come si evince dal titolo, è un annunciazione piuttosto singolare. Abbiamo una Madonna nera, piuttosto disinibita e sensuale a cui fa da contrasto la colomba bianca davanti ai suoi genitali, mentre un angelo “infuocato”, con un tamburo “fallico” tra le gambe, indica la prima lettera dell’alfabeto ebraico, Alef (Aleph).

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Il rimando alla Vergine Nera, tanto citata in alchimia, appare piuttosto evidente ed i suoi “legami” ad Iside ed alla Grande Madre Cibele sottintesi (quella “pietra nera” meteoritica di Pessinunte, immagine aniconica della dea, “fatta cadere dalla stessa Dea dal cielo”, e venerata come antica divinità nazionale dai Troiani prima ancora dei romani).  D’altronde l’angelo di fuoco sembra indicare l’inizio del tutto, il primo Adamo, la prima Materia. E da quest’ultima la Materia Prima. Ma l’Iside Nera, la santa e la peccatrice, la disonorata e vergine, del famoso Inno a Iside o il Tuono, la Mente perfetta, dei codici di Nag Hammadi, sembra accettare questo ruolo, d’iniziazione alla vita fisica “umana” ma anche del suo possibile prodotto migliore, il Cristo. Ma il particolare della Colomba Bianca (lo Spirito Santo) all’ingresso del suo pube indica sia il mezzo che il fine, in un frammisto di Eros e Spiritualità, dove il fallo/tamburo di un arcangelo Michele infuocato sembra dover dirigersi. “Al di là di me c’è la Madre celeste. Il suo opposto è il fallo, la cui madre è la terra e la cui meta è la Madre celeste” (Sulla cosmologia dei Septem sermones ad mortuos, C.G.Jung)…dalla Materia Prima alla Materia Filosofale!

Ma ascoltiamo il brano, che merita, dove il ritmo (vitalità) è al servizio della melodia (armonia) in una perfetta “coincidentia oppositorum”….

o attraverso questa bella danza del ventre…