Natura ambivalente, mater terribilis e figlicidio, dal mito di Medea al disturbo borderline di personalità…

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Medea: “O maledetti figli di madre odiosa, possiate morire con il padre, e tutta la casa vada in malora”. La nutrice: “Terribili sono le volontà dei potenti poiché di rado,  come che sia, sottostanno,  spesso spadroneggiano, e difficilmente elaborano le ire” (Medea di Euripide)

Il mito di Medea naturalmente rappresenta l’immagine archetipica fondamentale nel rappresentare l’omicidio più cruente della storia dell’uomo: il figlicidio o l’infanticidio (quando l’età del figlio è inferiore ad un anno o al massimo due). Come ogni funzione mitopoietica la creazione di un mito riflette aspetti della natura dell’uomo e della sua manifestazione reale (la realtà supera spesso l’immaginazione) e la “virgo cuenta” come Medea veniva chiamata da Draconzio è una forma possibile dell’essere donna. I recenti fatti di cronaca, fino all’ormai famoso caso di Cogne, ci confermano questa possibilità.

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Ma dove vi è una donna c’è sempre un uomo, nel mito di Medea infatti abbiamo Giasone. Il mito narra in breve che Medea, il cui nome rimanda ad astuzia, figlia del Re della Colchide Eeta, a sua volta figlio del Sole, Eolo e della madre Idia, ninfa di provenienza titanica o, nella variante di Diodoro Siculo, della figlia del fratello di Eeta, la maga Ecate, che sposerà lo zio Eeta, dopo aver ucciso il padre Perse. Comunque sarà nipote o sorella della maga Circe a seconda delle varianti, sottolineando comunque l’aspetto magico-terribile del femminile, che impersonerà la stessa Medea, maga egli stessa. Innamorata di Giasone che verrà nella Colchide per impossessarsi del Vello d’Oro, facilitato, dalla stessa, e con cui scapperà non prima di aver ucciso il fratello e fatto a pezzi per rallentare l’inseguimento del padre Eeta. Al ritorno in patria Giasone non otterrà quanto promesso dallo zio (il trono in cambio dell Vello dal grande potere terapeutico) ma la stessa Medea con l’inganno spingerà i figli di Pella (lo zio di Giasone) a uccidere lo stesso e insieme a Giasone scapperanno a Corinto. Qui Giasone proverà a sposare Glauce, figlia del re Creonte, per salire al suo trono. Ma Medea medita una tremenda vendetta. Fingendosi rassegnata, manda come dono nuziale un mantello alla giovane Glauce, la quale, non sapendo che il dono è intriso di veleno, lo indossa per poi morire fra dolori strazianti. Il padre Creonte, corso in aiuto, tocca anch’egli il mantello, e muore. Ma la vendetta di Medea non finisce qui. Secondo Euripide, per assicurarsi che Giasone soffra e non abbia discendenza, dopo un’angosciosa incertezza vince la sua natura di madre e uccide i loro figli (Mermero e Fere) avuti da lui. Secondo Diodoro Siculo i figli che Medea aveva avuto da Giasone erano addirittura tre. Fuggita ad Atene, a bordo del carro del Sole trainato da draghi alati, Medea sposa Egeo, dal quale ha un figlio, Medo; Egeo aveva precedentemente concepito con Etra un figlio, Teseo. Medea vuole lasciare il trono di Atene a Medo, ma Teseo giunge in città. Egeo ignora che Teseo sia suo figlio, e Medea, che vede ostacolati i suoi piani per Medo, suggerisce al marito di uccidere il nuovo venuto durante un banchetto. Ma all’ultimo istante Egeo riconosce Teseo come suo figlio e Medea è costretta a fuggire di nuovo. Torna nella Colchide, dove si ricongiunge e si riappacifica con il padre Eeta.

Jason and Medea, 1759 (oil on canvas)

XIR182676 Jason and Medea, 1759 (oil on canvas) by Loo, Carle van (1705-65); 63×79 cm; Musee des Beaux-Arts, Pau, France; (add.info.: murdered her own children when Jason left her;); Giraudon; French, out of copyright

Appare evidente che il Mito evidenzia più la Femmina tradita che la Madre disonorevole, i figli uccisi sono più un attacco al marito che a se stessa, non è la maternità che viene rinnegata, o meglio questo sempre più un effetto secondario rispetto all’abbandono subito dalla donna, vero movente. Sta di fatto che l’abbandono è primario rispetto alla maternità. Ma una donna può essere madre se prima non è sposa o ancor prima figlia? Proviamo ad usare il linguaggio del mito per rispondere…

Innanzitutto nel mondo mitico ci s’imbatte in padri che uccidono figli, madri figlie, figli che uccidono padri, o mariti spose e viceversa. E’ tutto possibile perché la Natura esprime la sua totipotenzialità, non emergono morali, leggi, leggi del logos quindi la civiltà. Ci troviamo nel mondo delle pulsioni, l’emotività, l’istinto, nel mondo naturale dove forze contrapposte si attraggono, respingono, formano miscele esplosive non meno pericolose di quelle di un vulcano in eruzione o di una tempesta nel mese di agosto. Questa è la terra di mezzo, dove regna la Materia, l’Inconscio, l’Inconscio collettivo (che aspetta di essere trasformato-decodificato…)

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Ed in effetti quello che vediamo in questi casi di cronaca sono manifestazioni di comportamenti atavici, ancestrali, che possiedono le vittime umane, fragili Io che sono posseduti da demoni naturali dell’ inconscio collettivo, che trovano spazio nel loro inconscio individuale…ma lo stesso inconscio collettivo della somma di tanti “storici” inconsci individuali ne è madre e figlia (perché l’inconscio è femmina). La Natura nel Mito dunque mostra tutta la sua ambivalenza, bene e male sembrano solo etichette superficiali di significati che etica non hanno, ma quali sono questi significati?? Sono riconducibili a due moti essenziali attrazione e repulsione, legame e contrasto,  Eros ed Eris, utilizzando le stesse figure del Mito, in ultima analisi amore e potere.

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Ma spesso il potere di un mare in piena che travalica gli scogli o di un leone che ferocemente assale uno gnu risponde a dinamiche di armonie che sfuggono all’osservazione dell’evento in sé, ma sono per quanto occulte presenti lo stesso. In questo gioco delle parti comunque ci sono delle vittime, che rendono inevitabilmente la Natura terribile e ambivalente. E vittime ci sono in questi fatti di cronaca, dove gli eventi crudeli tralaltro non sono tanto “naturali” come quelli succitati ma appartengono comunque alla natura dell’uomo. E la Natura dell’uomo non è solo amore filiale, istinto materno, ma anche potere sull’altro, inganno, gelosia, ira e vendetta. Provando a rispondere alla domanda di cui sopra è possibile la maternità senza che sia preceduta dalla felice coniugalità o ancor prima dall’essere stati amabili figli? Sembrerebbe di no, il Mito stesso traduce queste genealogie fatte da tradimenti, rinnegamenti, amori disillusi, gelosie tra padri e figli, madre e figlie, senza scomodare l’Edipo Freudiano. E’ il lato Oscuro delle Forza diremmo utilizzando il gergo di un famoso film di fantascienza e utilizzando lo stesso diremmo che occorre portare equilibrio tra i due lati, per non incorrere nell’enantiodromia (Junghianamente parlando). Riprendiamo un linguaggio più moderno, psicologico, sappiamo di come figli abusati saranno essi stessi agenti di abuso o figli non amati incapaci di amare. La teoria dell’attaccamento ci mostra forme disorganizzate, insicure ed evitanti come risposta a prime relazioni genitoriali non efficienti che si ripetono nel tempo da adulti, come vere trasmissioni transgenerazionali di codici comportamentali. Spesso questo bagaglio maldestro affettivo può trovare risposte funzionali in relazioni adulte d’amore efficaci, ma spesso accade il contrario e si perpetua e soprattutto rende irrisolto un’amabilità così precaria come così dipendente dall’altro, a volte con modalità anche aggressive. E torniamo alla nostra Medea, l’immagine del Mito ci dà la forma di una donna magica quindi persuasiva, manipolatoria, mistificatrice ma alla ricerca dell’amore perduto (e qui il padre ha la sua valenza). Ma incapace di tollerare l’abbandono che la trasforma in una furia vendicativa, dove non vi può essere spazio nemmeno per i suoi figli, in quanto figli dell’Altro. Oggi diremmo che rivediamo in Medea un profilo di Disturbo Borderline, ed infatti spesso le madri infanticide hanno questo profilo, ma esistono anche altre forme di personalità da non escludere (narcisistiche, antisociale e istrioniche), ma non è la nosografia che c’interessa.

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Sono quasi sempre le madri che commettono l’Infanticidio perché sono le madri che hanno potere sui figli piccoli ed è il potere la causa del loro male, perché dove vi è il potere non vi può essere l’amore (cito Jung). Eppure il Mito può insegnarci anche altro, a volte bisogna saper attendere, aspettare che la stessa maternità trasformi una pietra grezza e piena di difetti in oro, perché l’amore qualunque esso sia (materno, coniugale, filiale) risponde ad un fine soltanto, l’evoluzione dell’uomo e la sublimazione della sua stessa natura e come l’Aurora dell’ultimo Maleficient della Disney anche la donna tradita (dal padre, dal marito, dall’uomo in genere) può trasformarsi grazie all’amore della figlia, da strega cattiva, mater terribilis a Mater Venerabilis. Quindi non tutto è perduto, la risposta alla domanda se esiste adeguata maternità non preceduta da una buona filialità e coniugalità: è possibile! (C.Ferraro)

Maria Callas in Pier Paolo Pasolini 'Medea'

Maria Callas in Pier Paolo Pasolini ‘Medea’

Medea, un dipinto di Henri Klagmann, Nancy, Musée des Beaux-Arts; Giasone e Medea, opera di John William Waterhouse, 1907; Charles André van Loo – Jason and Medea, 1759; Medea, opera di Anthony Frederick Augustus Sandys, 1866-68; Medea di George Romney; la Medea di Lars Von Trier (1988); Maria Callas nella Medea di Pier Paolo Pasolini (1969).