La calotta cranica, la coscienza e il diadema

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“Non è tanto la Materia “oggettiva” ad essere trasmutata, da poter divenire filosofale, quanto il suo Operatore che, come un forte miope, comincerà a “ridefinire” l’immagine lontana di un drago sputafuoco in quella di una nobildonna dalle movenze gentili e aggraziate….se saprà adeguare le diottrie della sua lente all’entità del proprio deficit visivo” (C.F.)

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“Stronchiamo il chiacchierio mentale, eliminiamo il fantasticare, accogliamo cielo, terra e mare, cessiamo di rammentare, non ce ne facciamo niente dei nostri ricordi: perdiamo la testa” (Discesa all’Ade e resurrezione. E. Zolla)
“Il famoso alchimista van Helmont osò sottoporre la punta della lingua a una delle più famos erbe delle streghe, aconitum napellus. La testa gli si tramortì, e dal cuore cominciarono a sgorgare pensieri e sensazioni. Aveva perso la testa e trovato il proprio cuore, e con lui incredibile chiarezza, intensità e pace” (The art of losing one’s head. E. Zolla)

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La vittoria sulla personalità mortale è caratterizzata da un lato dall’esistenza personale, dall’altro dall’astrazione dell’Io. Già Nicodemo nella chiesa ortodossa Bizantina veniva rappresentato con in mano la sua calotta cranica e gli altri santi con la testa piatta. Se, nella raffigurazione dell’uomo, separiamo simbolicamente questa calotta cranica, lasciamo sussistere soltanto l’Uomo Divino, l’Uomo Adamico (Kadmon) prima della sua caduta nella natura, perché dopo la sua caduta si troverà in costante opposizione (Adamo maschio ed Eva femmina) e dovrà perciò nascere e morire; non potrà comprendere più nulla per fusione (identificazione) con l’Unità creatrice, ma solo per confronto di complementi (coscienza psichica).

Questa parte doppia di cervello è quella che controlla la vita di relazione determinando l’intelligenza cerebrale, quella che richiede il confronto, in opposizione all’intelligenza del cuore che fornisce il concetto diretto senza un confronto con opposizione. I due lobi sono separati da una lamina, prolungamento della dura madre, a forma di falce, la falce di Maat, simbolo del giudizio e della giustizia. Ogni nozione è coscienza di una definizione per opposizione di due possibilità: una affermativa e l’altra negativa. Il fatto constatato è il polo affermativo e all’estremo la sua negazione lo rende comprensibile e crea la facoltà di ragionamento. Attraverso quest’organo non possiamo comprendere che per eliminazioni successive e per scelta selettiva finale, e questa per l’uomo è normalmente la sola possibilità per aumentare la propria scienza. La falce di Maat perciò separa effettivamente gli organi dell’intelligenza cerebrale creando la coscienza psichica, grazie alla scissione della coscienza in affermazione e negazione. Staccando la calotta, gli egizi separano l’organo simbolo della caduta dell’intelligenza diretta e divina nella Natura transitoria, questo doppio cervello (destra e sinistra) diventa quindi il principio della sessualità e dell’intelligenza del mondo creato.

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La raffigurazione dell’uomo prenaturale senza questa parte del cervello rappresenta quindi il principio divino del Neter, suscettibile di vivere e di agire, come esecutore di un impulso che riceverà da altrove, senza nessun discernimento né giudizio personale. Invece l’uomo naturale si servirà dello strumento cerebrale come mezzo di sofferenza della Natura (sofferenza come esperienza profonda per conflitto di coscienza). Lo utilizzerà come strumento del suo sapere e delle sue azioni, liberamente decise, che saranno in accordo o in contraddizione con l’armonia naturale. Quando con la sua esperienza avrà sviluppato la coscienza sino all’ultima perfezione, questo strumento cerebrale non gli sarà più necessario per acquisirla ma unicamente per agire in questa incarnazione.
La vita di questo superuomo sarà di nuovo quella dell’Uomo divino, ma in coscienza, cioè non più come Neter cieco, ma come un essere che porta in sé tutta la conoscenza. Perciò l’uomo senza calotta cranica rappresenta sia l’Uomo Adamico prenaturale che l’Uomo che è sopravvissuto alla Natura. Tra i due si colloca l’Uomo terrestre, che subisce nascita e morte.
Quando l’uomo ubbidisce al pensiero cosmico senza essere distolto dal proprio pensare mostra la sua coscienza innata, sopprime volontariamente la sua calotta cranica. Questo è il senso della benda regale egizia, il “Diadema” (da diadeo, io cingo).

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Il Re porta sulla fronte il cobra d’Egitto ritto e la testa di avvoltoio, simboli delle due funzioni principali, organicamente caratterizzate dall’ipofisi e dall’epifisi (il terzo occhio raffigurato presso i Buddisti dal rubino o diamante). Le due ghiandole indipendenti dall’encefalo e dunque dal giudizio psichico. Quando il Diadema è diventato corona rimpiazzerà la calotta personale significando che il Re ha acquisito il Dono di astrazione o di padronanza dell’Io. (Liberamente estratto da Il Tempio dell’Uomo di Schwhaller de Lubicz)

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Immag.: Diadema di Tuthankhamon; Meditazione” di Francesco Hayez (1791-1882); Maat; Diademi egizi.