L’alchimia, tra psiche e magia

11870635_1659750257593592_8350608260110530927_n
 “La natura gode della natura, la natura vince la natura,
la natura domina la natura” (Ostane)
  Il mondo alchemico nell’ottica Junghiana è un mondo “di proiezione” della nostra psiche incoscia, individuale e soprattutto collettiva, in maniera non molto differente di quanto avviene nella “costruzione” del Mito. In particolare nel laboratorio alchemico il Mito stesso finisce per essere substrato e veicolo dell’informazione alchemica, che dal mito però si differenzia per l’aspetto operativo.
L’alchimista non “subisce” il Mito ma lo articola e lo “dirige” lungo il suo filo conduttore, che resta sempre “ben orientato” ad una meta finale. In poche parole l’alchimista studia il Mito e ne costruisce un “puzzle” che “proverà” su egli stesso e la cui “immagine” finale ricomposta è la stessa che ne ha determinato l’origine e disseminato i tasselli nel tempo e nello spazio. Le origini del mito, la sua mitopoiesi diventa quindi la “rivelazione” del procedimento operativo dell’Opera, in maniera non dissimile di quanto un analista Junghiano, utilizzando le “immagini archetipiche” che il paziente porterà in terapia, traccia le origini del suo disturbo e di quello che necessita per curarlo. Quindi un “codice simbolico” universale, mezzo e fine del lavoro alchemico. Ma l’alchimia “vedeva” una informazione supplementare che Jung non poteva “includere” nel suo percorso di studio, vedeva “la Magia”. Dov’è la magia? È al di là del meccanismo proiettivo degli archetipi dell’alchimista o forse gli stessi celano un segreto “operativo” la cui simbologia ne è soltanto una sua crittografia?
La magia è uno strumento “trasformativo”, opera sull’improbabile fino all’impossibile, o sulla casualità indotta, quindi lavora sul Caos.
image
“Quello che dobbiamo capire, accettare e ricordare, è che non ci troviamo di fronte a giochi verbali, o a concetti risultanti da profonde meditazioni o raffinati ragionamenti. Non sono nemmeno immagini, seppure splendide, apparse in momenti estatici di ricchezza interiore quando, come talvolta avviene ad anime elette, appare alla mente incantata tutta la meraviglia delle epifanie archetipe. I Maestri ci stanno parlando di qualcosa che hanno visto, udito, toccato, annusato, assaggiato. Tutti e cinque i sensi partecipano alla conoscenza metafisica nella cosmogonia vissuta dall’Artista del Fuoco.
Nel luogo giusto, nel momento giusto, se tutte le condizioni esteriori e interiori sono state rispettate, é avvenuto il fenomeno inspiegabile.
L’arcano si è manifestato. Il simbolo che sino a un attimo prima era ipotesi, disegno, frase, pittura, icona, immagine mentale, insegnamento magistrale, è diventato realtà, ha assunto un “corpo”, si è mostrato a tutti i sensi in tutta la bellezza della sapienza. Il significato ha eliminato tutti i significanti, tutte le intermediazioni. Diana si è mostrata nuda ad Atteone, che ne resta incantato. (Commento di Paolo Lucarelli a “La Turba dei Filosofi” di Arisleo, pag. 113-114, ed. Mediterranee)

Avere a disposizione tutti i pezzi di un puzzle e saperli mettere al proprio posto significa avere una certa totipotenzialità, ma nei limiti che quella immagine consente ma se invece l’immagine non è definita e la si “concorre a creare” proprio potendo disporre quei tasselli nella maniera voluta, conoscendo gli unici “vincoli” che la Natura necessita, allora quella “totipotenzialità” diventa più assoluta.
image
 Quindi il materiale proiettivo del Mito e del linguaggio alchemico oltre ad essere appunto proiezione della Mente umana è dotato di “potere e significato proprio”, come d’altronde la stessa Mente umana. La Mente proietta ma a sua volta riflette, è essa stessa proiezione d’altro, di quei segreti della stessa Natura, quelle forze magiche che l’Alchimista sapeva e cercava ai margini del Caos dove egli stesso operava, quel Caos dal colore rosso bruno del Rame. (C.F.)
image
Il rame è stato associato alla dea Venere nella mitologia e nell’alchimia per via del suo aspetto lucente, del suo uso nella produzione di specchi e per la sua principale zona estrattiva, l’isola di Cipro. Il simbolo usato dagli alchimisti per rappresentare il rame è identico a quello impiegato dagli astrologi per rappresentare il pianeta Venere.
Il rame è il metallo che l’umanità usa da più tempo: sono stati ritrovati oggetti in rame datati 8700 a. Il nome italiano deriva dal latino parlato aramen (parola già attestata nel 950), più tardi viene sostituito (Plinio) dalla parola cuprum, da cui deriva il simbolo chimico dell’elemento. In epoca romana la maggior parte del rame era estratta dall’isola di Cipro, realtà che veniva sottolineata con il termine aes Cyprium, “rame o bronzo di Cipro”. L’uso del bronzo, lega di rame e stagno, è stato talmente diffuso nella storia da dare il nome ad uno stadio dell’evoluzione della civiltà umana: l’età del bronzo. Il periodo di transizione tra il precedente neolitico e l’età del bronzo è chiamato calcolitico ed è contraddistinto dalla compresenza di utensili in pietra ed utensili in rame.
image
Immag.: G.B. Castiglione: Circe con i compagni di Ulisse trasformati in animali, 1655 circa; Marte e Venere in alcova osservati dagli Dei e Marte e Venere, sorpresi da Vulcano, entrambi di Joachim Wtewael (Utrecht 1566-1638) olio su rame; Rame; Ouroboros.
Annunci