Serendipità e sincronicità, quando la Natura naturans si rivela…

81832472-ABED-411D-9105-0CA68D001251Il termine serendipità fu coniato da Horace Walpole, autore del primo romanzo gotico “Il castello di Otranto”, in una lettera ad un amico, nel 1754, dove indicava quella “qualità per cui si fanno, per incidente o per sagacia, continue scoperte di cose che non si cercavano”, estraendo il termine dalla favola di alcuni principi fortunati, dal titolo “The three princes of Serendip“, Serendip che a sua volta era l’antico nome dell’isola di Ceylon, l’odierno Srī Lanka. Alcuni esempi di serendipità sono ad esempio la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo che cercava le Indie, oppure la penicillina da parte di Alexander Fleming, a causa di una errata disinfezione di un provino, o ancora il ruolo del pancreas nel diabete mellito da parte di Joseph von Mering e Oscar Minkowsky che in realtà cercavano di individuare il compito dell’organo sulla digestione. Altri esempi di serendipità sono la scoperta dei riflessi condizionati dei cani di Pavlov, che stava conducendo ricerche sulla salivazione di questi animali come quella dei neuroni specchio, scoperti casualmente dal neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, mentre mangiava una banana davanti a una scimmia, osservando che i neuroni motori del macaco “sparavano” impulsi elettrici, senza che l’animale compiesse nessun gesto. O ancora I raggi X, scoperti da Wilhelm Conrad Röntgen, mentre eseguiva al buio esperimenti sulla produzione dei raggi catodici.

La sincronicità, invece, fu evidenziata da Carl Gustav Jung, che ne fece un vero e proprio piccolo trattato, per spiegarne l’evidenzia e le sue possibili interpretazioni, in particolare di quel fenomeno per cui eventi mentali e fisici erano correlati tra loro, senza rapporto di causa ed effetto (che sono legati sempre allo spazio fisico), in un breve lasso temporale quasi coincidenziale, per senso e significato. Quindi eventi associati apparentemente in maniera casuale tra loro, mai causali, ma correlati per significato: “Voglio dire per sincronicità le coincidenze, che non sono infrequenti, di stati soggettivi e fatti oggettivi che non si possono spiegare causalmente, almeno con le nostre risorse attuali. Il fenomeno della sincronicità è quindi la risultante di due fattori: 1) un’immagine inconscia si presenta direttamente (letteralmente) o indirettamente (simboleggiata o accennata) alla coscienza come sogno, idea improvvisa o presentimento; 2) un dato di fatto obiettivo coincide con questo contenuto”. Esempi sono quelli riportati dallo stesso Jung come il caso di una sua paziente e del sogno di quest’ultima riguardante una volpe, per cui si imbatté lo stesso psicoanalista realmente in una volpe, o ancora come corrispondenza tra uno stato d’animo interiore, ed un avvenimento esterno, come quello occorso a Jung in occasione della rottura con Freud, quando provò una rabbia crescente, dovuta al modo sprezzante con cui Freud irrideva le sue teorie, alla quale seguirono due terribili schianti nella libreria dove si trovavano. Un altro esempio fornito da Jung è una correlazione tra il sogno di un paziente di un coleottero d’oro, e la contemporanea presenza, reale, di uno scarabeo, che battè alla finestra durante la terapia. Terapia, tralaltro, che era stagnante, per cui l’archetipo eccitato era, secondo Jung, in relazione al tema della rinascita di cui era simbolo presso i Faraoni.

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Cosa accade in questi eventi casuali che non hanno causa diretta riconoscibile, almeno nei limiti della nostra conoscenza, sono soltanto coincidenze fortuite e fortunate (almeno nella serendipità) o sono “spinti” ad accadere dal nostro agire o intenzione? Oppure siamo noi ad essere “spinti” a nostra insaputa verso una direzione che non comprendiamo?

Immaginiamo di essere protagonisti di un racconto che qualcuno ha scritto per noi, gli imprevisti di cui siamo vittima sono determinati dall’autore in modo tale che la trama e gli intrecci si riveleranno al momento opportuno. L’autore sarebbe il fato, il destino o la provvidenza manzoniana. Quindi qualcosa “a priori” (le intenzioni dell’autore) determina le nostre scelte e quello che ci sorprende (sincronicità), le coincidenze significative forse sono soltanto sensazioni o intuizioni della trama ardita a nostre spese, quasi come se avessimo potuto sbirciare un attimo prima l’evoluzione del nostro racconto e colto i suoi segni rivelatori, che il fato sta scrivendo per noi. Nella serendipità invece la nostra intenzione è invece una messa in atto di un’azione per un fine, che attribuiamo ad una nostra scelta, essendo “mascherata” a noi stessi, ma diretta verso altro scopo (un po come le pedine di una scacchiera il cui obiettivo apparentemente per le stesse sembra essere quello finalizzato nella mossa, ma la stessa è soltanto propedeutica a quella successiva ed ancora l’altra, fino al vero scopo di vincere la partita).

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In ambito psicologico ad esempio nel nostro agire abbiamo una volontà diretta ad un fine ma spesso cogliamo il senso che la stessa è molto più complessa, che nasconde altro, come se altre forze in gioco vogliono farci sbagliare, misurare, manifestare, punire, e quant’altro, a nostra insaputa, ma che si riveleranno soltanto a posteriori, ad una nostra rivalutazione. Se non siamo padroni in casa nostra, come dice un motto analitico, questo in scala universale vale anche per tutti gli individui. E se queste forze di tutti “coincidono” allora sembrerà che il mondo si muoverà come una trama occulta alle volontà individuali ma che coinvolge tutti, verso una meta ignota che dovrebbe quanto meno avere un significato “collettivo”, benevolo o malevolo che si voglia. E questo ci introduce al termine magico di anima del mondo o del Unus Mundus di Dornaeus ripreso da Jung stesso. D’altronde se la conoscenza non è soltanto nella nostra mente ma insita nella materia stessa, per cui una cellula sa cosa fare, come nel suo modo di essere lo sa anche un vegetale o un minerale, questo è qualcosa di aprioristico e insito nella natura stessa, in tutte le sue forme.

Ed allora il libero arbitrio? Se esiste ma il disegno occulto ne è a monte possiamo fare accadere gli eventi, come in un rituale magico, renderli propizi, catalizzarli e queste corrispondenze tra pensiero e realtà possono aiutarci a modificare la trama della nostra vita e di quella degli altri? Zolla afferma che sapiente è colui che sa riconoscere l’agire della natura, in particolare delle forme formanti, che attraverso essa si manifestano. Chiama punti di germinazione quei luoghi di manifestazione dell’altro Mondo in questo, luoghi dove il tempo è immanente perché sono fuori dallo spazio stesso (come noi lo conosciamo) e chi vede le Forme in procinto d’incarnarsi, cessa di esercitare la volontà e si abbandona all’intreccio. Il metallo ucciso in certo modo dall’alchimista si può far rigerminare, poiché la sua forma sussiste ancora nel tempo delle materie che gli furono sepolcro. Molto simile all’idea della rigenerazione di Jung quando parla della rinascita (terapeutica) del Sé o ancora del nuovo ordine delle cose successivo all’azione del Caos negli esperimenti di Prigogine. La natura naturans è all’opera e l’uomo il suo adepto nel favorirla, permetterla, è questo il libero arbitrio, la partecipazione alla trama della vita. La serendipità è quella contingenza favorevole, che le nostre azioni favoriscono, quando sono mosse sempre dal moto Browniano della conoscenza come la sincronicità, segnali dell’agire sincronistico della natura, come se la stessa amasse celarsi e farsi riconoscere allo stesso tempo, o almeno da quelli che “osano” connettersi con la stessa. Ma infine risponde tutto ad un senso comune, quello della “partecipazione” e “simpateia” o corrispondenza divina. Ne parlava già Giordano Bruno, lo stesso Leibniz, un armonia tra le parti, come la fisica nell’entanglement, dove le distanze non contano in quanto questo mondo corrisponde ad un altro fuori dalle “mura” della materia. Gli orientali lo chiamano Tao, Jung ne svela l’azione nella sincronicità, gli alchimisti lo osservano nelle azioni della Natura all’opera (“naturans”) e le stesse parole di Jung ci tracciono un filo indicativo: “La causalità è solo un principio, e la psicologia non può venir esaurita soltanto con metodi causali, perché lo spirito (la psiche) vive ugualmente di fini” e come direbbe Benedetto Croce: “un unico Spirito eternamente individuantesi”. 

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