La “Mamma Schiavona”, nella Madonna Nera le origini dell’androginia del culto di Cibele

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Il Santuario della Madonna di Montevergine è situato sul massiccio montuoso del Partenio, ad un’altezza di 1270 metri. Durante il mese di settembre tradizionale è infatti, nelle abitudini di larghi strati della popolazione, il pellegrinaggio a Montevergine, che negli ultimi anni sta conoscendo un’intensificazione inaspettatata. Questa meta di devozione conferma così il suo ruolo storico, che la vuole come il primo luogo di culto, dedicato a Maria, che esercitò fin dall’epoca medievale un fortissimo richiamo per i pellegrini in un’ampia area geografica. Ma quel luogo era sede di un tempio dedicato alla Dea Cibele, dove nell’equinozio di primavera, i Coribanti, sacerdoti della Dea stessa, suonavano tamburi e cantavano in un estasi orgiastica, nel corso della quale alcuni arrivavano ad evirarsi. Ce ne parla Catullo, che descrive i Coribanti come eunuchi e lo stesso Virgilio del luogo Irpino come sede del tempio.

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Infatti nel 685, San Vitaliano, Vescovo di Capua, scoprì su questo monte i ruderi di un tempio pagano, al cui posto fece costruire una prima Chiesa in onore di Maria. L’ampliamento del tempio fu poi opera di San Guglielmo da Vercelli (1085-1142); e a lui si deve l’iniziale diffusione della devozione alla Madonna di Montevergine. Nel 1135 infatti fondò una comunità doppia, di uomini e donne, con a capo la badessa con funzioni episcopali.
Tale icona è ancora oggi molto venerata, ed è conosciuta come Mamma Schiavona, brutta ma molto venerata e il nome deriva dal fatto che, a quel tempo, chi aveva la carnagione scura era considerato di ceto basso, coltivatore di campi, schiavo e dunque ‘schiavona’.
Se teniamo presente che in dialetto napoletano il termine “schiavo” significa “scuro di pelle”, emerge subito l’importanza che i fedeli danno al colore del volto della Vergine. Infatti l’effigie raffigura una Madonna nera, sulla quale infatti sovrasta la scritta: Nigra et formosa es, amica mea, parafrasi di una famosa espressione riportata nel Cantico dei Cantici . Il culto delle Vergini nere, di origine medioevale, rappresenta l’immagine concreta del principio femminile universale, in quanto la sostanza nera rappresenta il principio della Materia prima, che si trova nelle viscere della Terra. In tal senso il richiamo va oltre che alla stessa Cibele anche all’Iside egiziana, che come “Virgo paritura”, riportato come iscrizione spesso sul suo basamento, rappresentava appunto quella Materia prima, di colore nero, allo stato di minerale, come e quando viene estratta dai filoni metalliferi, che aspetta di essere fecondata dai raggi del sole. E la Vergine (Materia prima/ Madre per eccellenza) incarna l’Archetipo della fondazione dell’Esistere.

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Un altro elemento che viene continuamente esaltato nei canti è un particolare del volto della Vergine, che ha un fascino arcano a cui è difficile sottrarsi: gli occhi. “Che bell’uocchie ca tene ‘a Maronna/ che me pareno doj e stelle”: in tal senso davvero l’incontro fra il fedele e Maria è, prima che un incontro di anime, un incontro di occhi.
Un terzo elemento è la richiesta alla Vergine di consentire l’accesso alla zona sacra, mediante l’apertura del “portone”. “O Maronna mia Schiavona/ vienim’ arape stu portone./ E si nun me lo vuò rapì/ Maronna mia famme murì.” Questi versi assommano in sé tutto il senso dell’esistenza vista come Viaggio e come proiezione verso una dimensione meta-storica: questo portone rappresenta -come ha sostenuto, per casi similari, Paolo Apolito- la Porta degli Inferi. Questa però non va vista come simbolo di annientamento, ma di salvezza.

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Il 2 febbraio, che è anche la festa della Candelora, festa pagana del Fauno Luperco (Lupercali), che segnava l’inizio della Primavera (festa pagana abolita nel V sec.) e del ritorno del Sole, un intera processione di LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) si reca in pellegrinaggio sul Santuario in onore della Madonna nera (la Juta dei femminielli). La leggenda vuole che nel 1256, una coppia di amanti omosessuali, durante una bufera di neve, fosse scoperta e per lo scandalo imprigionata su un albero, con delle lastre di ghiaccio; la Vergine per intercessione, attraverso un raggio di sole, sciolse la lastra liberando i due amanti e salvandoli dal supplizio.
La Mamma Schiavona, che ‘tutto accoglie e tutto perdona’, come si dice localmente, anche le diversità, è la vera forza che integra. (C.F.)

Immagine della Madonna di Montevergine (AV) nel particolare ed intera, il santuario di Montevergine (AV) ed il cortile interno, cappella.