Ancora Inside Out

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“Noi non siamo le nostre emozioni”, qualcuno ha commentato drasticamente il riduttivismo del film, tacciandolo di semplificazione della personalità umana. Il film ha come primo compito quello di istruire i bambini nel “saper dare nome” alle emozioni, quello che appunto viene chiamata “alfabetizzazione”. E in questo, seppur con limiti quantitativi (alcune emozioni non sono state incluse, come la disperazione, la curiosità ed il senso di colpa) e qualitativi, riesce nell’intento. Molti psicologi del profondo hanno evidenziato inoltre la scarsezza della profondità dell’inconscio (dalla assenza delle figure archetipiche, a parte il pagliaccio mostruoso, fino ai non citati meccanismi di difesa) ma pochi hanno evidenziato che nella fase della tristezza la piccola rivede i suoi ricordi primari, quelli con la forte presenza di Gioa, sotto un ottica diversa, evidenziando anche aspetti di polarità emotiva opposta, che erano stati appunto “rimossi”. Questo lavoro di consapevolezza avviene proprio attraverso lo stato della tristezza ed alla sua azione “introvertita”. Scopre quindi che l’immagine di sè che si raccontava, quella “sponsorizzata” da Gioia, non era proprio congrua a quello che era il suo “senso di sè”. Ci sono già stati nella sua storia personale momenti “no” e fallimentari, coperti dall’azione protettiva dei suoi genitori. Ma soprattutto in un ottica processuale e di cambiamento, la necessità di “riappropriarsi” di quel bagaglio esperenziale rimasto latente diventa fondamentale per una nuova consapevolezza, più ampia e comprensiva di quelle emozioni “negative”, istruttive e mal autoriferite. Infine qualcuno sbeffeggia l’esaltazione della tristezza, ma non c’è nessun invito all’autocommiserazione o al crogiolarsi nella stessa. Semplicemente, quello che è il più antico messaggio del mondo, ben “simboleggiato” dalla profonda ed antica scienza alchemica, nell’immagine della “nigredo” e della sua uscita con le riflessioni che la stessa determina, la “bluedo”, che si traduce in un semplice: “bisogna perdersi per potersi ritrovare” ed ancora nel nicciano: “ciò che non ti uccide ti fortifica”, quello che oggi chiamiamo nel gergo psicologico “resilienza”.

E comunque le emozioni non sono accessori o aspetti poco qualificanti della personalità ma sono la “matrice” e la guida della nostra vita! (C.F.)

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