Simboli alchemici nel mito della Magna Mater. Cibele, Agdistis e Attis

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“Chi è dunque la Madre degli Dei? È la sorgente degli dei intelligenti e demiurghi che governano le cose visibili, la genitrice e allo stesso tempo la sposa del grande Zeus, grande dea venuta all’esistenza subito dopo e insieme al grande demiurgo.
È la signora di ogni vita, causa di ogni generazione, che (oziosamente) porta a compimento nella quiete ciò che è fatto, partorisce senza dolore ed è demiurga col padre di ciò che esiste, è la vergine senza madre, il cui trono è in comune con quello di Zeus, ed è effettivamente la madre di tutti gli dei.
Infatti avendo ricevuto in sè le cause di tutti gli dei intelligibili sovracosmici, divenne la fonte degli dei intelligenti. Questa dea….è anche provvidenza”. (Inno alla Madre degli dei. Giuliano Imperatore detto l’Apostata, 331-363 d.c.).
Agdistis, Cibele e Attis, nelle origini del Mito, sono le tre figure che si accavallano in una sequenza poco chiara di rappresentazione della grande madre (Magna Mater) e del suo amore “filiale” Attis. Cibele (greco: Κυβέλη – Kybelē; latino: Cibelis) è un’antica divinità anatolica, preellenica, venerata come Grande Madre Idea, dal monte Ida presso Troia, dea della natura, degli animali (potnia theron) e dei luoghi selvatici. Il centro principale del suo culto era Pessinunte, nella Frigia, per poi diffondersi in Grecia, identificata con Rea. Il culto di Cibele sarà portato nell’antica Roma nel 201 d.c. ai fini scaramantici contro la minaccia di Annibale, durante le guerre puniche e diventerà uno dei culti maggiori per l’intero Impero Romano. A Roma il culto di Cibele, soprannominata Magna Mater, arrivò per suggerimento dei libri sibyllini; per concessione di Attalo, re di Pergamo, fu trasportata a Roma la “pietra nera” meteoritica di Pessinunte, immagine aniconica della dea, “fatta cadere dalla stessa Dea dal cielo”, e venerata come antica divinità nazionale in quanto dea dei Troiani da cui i Romani affermavano di discendere. Il culto fu riservato sempre a sacerdoti frigi; i cittadini romani potevano partecipare solo ai ludi Megalenses che si celebravano dal 4 al 10 aprile ogni anno e consistevano in grandi giochi scenici. La statua venne eretta nel tempio di Vittoria sul colle palatino, uno dei luoghi più sacri della città. Oltre alla pietra nera, anche un trono venne portato a Roma, ma venne poi distrutto due volte durante gli incendi del 111 a.C. e del 3 d.C. Venne restaurato due volte, nel secondo caso dall’imperatore Augusto che diede particolare impulso al culto di Cibele. La Dea era sempre rappresentata, nelle monete e in generale nei rilievi, seduta in trono fra due leoni col timpano in mano e la corona murale in capo. Agdistis ermafrodito, raccontato spesso come demone, invece sarebbe stato generato dal seme di Zeus, a sua volta desideroso di accoppiarsi con la stessa Cibele, la nascita del Dio androgino sarebbe l’effetto dell’azione del seme di Zeus su di una pietra, fecondata, rappresentante la stessa Cibele, spessa associata ad un Lapis Niger.

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In altre trasposizioni del mito le figure di Cibele e Agdistis spesso coincidono, in altre l’una precede l’altra. Agdistis comunque fu evirato dagli altri dei (secondo altri da Dioniso) diventando una donna; dal suo membro perduto nacque una pianta di mandorlo (o di melograno secondo altri). La pianta quando crebbe attirò l’attenzione di Sangaride o in altri miti di Nana, figlia del dio fluviale Sangario, la quale prese una mandorla e la nascose nel suo corpo, rimanendo incinta. Da questa gravidanza nacque Attis, ragazzo di indubbia bellezza che fece innamorare diverse donne fra cui l’ignara Agdistis e la stessa Cibele. Attis (spesso associato alla figura di Adone) veniva rappresentato con il cappello frigio, richiamo al significato etimologico del suo nome, capra; infatti la particolare forma del berretto nasce da quella della pelle di capretto aperta ed alla sua preparazione, che diventerà poi caratteristica, comunque, della sua origine anatolica (cappello ripreso poi dagli alchimisti medioevali e dagli stessi giacobini nella rivoluzione francese). Alla vigilia delle nozze di Attis, a Pessinunte, dove si era recato per sposare la figlia del re Mida, Agdistis si presentò facendo impazzire suo “figlio” che si evirò, all’ombra di un pino; la Dea si disperò così tanto che gli dei concessero al suo corpo l’incorruttibilità, mentre la stessa Cibele seppellì il suo corpo. Dal suo sangue nacquero delle viole, mentre Agdistis ebbe in premio che il corpo del defunto non solo non si corrompesse mai, ma anche che i suoi capelli continuassero a crescere.

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Un mito complesso e spesso confuso dove i forti richiami alchemici, oltre quelli soteriologici, sembrano piuttosto evidenti. Il “Lapis Niger” (di origine cosmica ?), simbolo della Dea Cibele, che ben richiama quella Materia Prima dell’Opera, oggetto poi del culto delle stesse Vergini nere. La sua origine orientale e la sua identificazione con l’eterna e misteriosa potenza generatrice della terra spiegano tralaltro i caratteri orgiastici e sanguinosi del suo culto. Inoltre la morte all’ombra del pino o la trasformazione di Attis ad opera della Dea in Pino, rimanda al simbolo alchemico della pigna, con cui la stessa Dea veniva rappresentata in alcuni rituali religiosi di ascesa al cielo. Dalla pietra all’androgino della figura di Agdistis, perno centrale del mito ed alla sua stessa funzione creatrice rappresentata dalla “mandorla”, simbolo dell'”uovo cosmico”, matrice di crescita e generazione di nuova vita, di protezione e segreti, oltre che del primo albero, mandorlo, che sboccia in primavera. L’aspetto diabolico di Agdistis e la sua “punizione” da parte degli Dei dell’Olimpo richiamano l’immagine “androgina” del diavolo della lama dei tarocchi. Ma lo stesso Agdistis androgino ci riporta anche all’immagine dell’Adamo primordiale (Prima Materia) indifferenziato, che attraverso l’evirazione dà origine all’albero della vita, sia l’androgino ultimo, quello della “congiunzione degli opposti”, meglio rappresentato poi dalla figura di Attis e successiva evirazione.

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Quest’ultimo richiama naturalmente quel “Lapis Philosophorum” evidenziato dal mito stesso dell’immortalità del suo corpo, al ciclo di morte e rinascita, infatti la morte di Attis era solo un passaggio, la sua resurrezione veniva annunciata la notte del 25 marzo, e a quelle stesse “violette” generate dal Dio, simbolo del mercurio dei filosofi o “Rebis”, prodotto e “primo fiore che il saggio vede fiorire nella primavera dell’opera” (Fulcanelli). Inoltre lo stesso mito di Attis vede condividere profonde analogie con altri miti analoghi come quello di Osiride e dello stesso Cristo, con cui li accomuna la data di nascita (25 dicembre), la nascita da una vergine, la ninfa Nana, la discesa nel mondo sotterraneo e la stessa resurrezione, dopo tre giorni, il 25 Marzo (come la tradizione tralaltro sosteneva per Gesù). Inoltre era considerato un salvatore (sebbene in congiunzione con la Dea Cibele) ed i suoi sacerdoti (coribanti e galli) erano casti perché eunuchi, come i sacerdoti cattolici sono casti per voto. Qualcuno potrà evidenziare, inoltre, una certa processualità nel mito, delle vere fasi dinamiche, che possono ricordare alcuni step delle tre parti dell’Opera….e per concludere infine non dimentichiamo il berretto frigio di Attis. (C.F.)

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Immag.: Agdistis e Attis, Cibele nel Museo Archeologico di Napoli, Statue ermafrodite della civiltà greca; Attis con indosso il berretto frigio: Thymiaterion di terracotta da Tarso, I o II secolo a.C., Louvre; ancora Attis e il berretto frigio.

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