La Veronica, o mandylion, l’acheropita archetipica

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La più celebre reliquia della cristianità, la Veronica, è l’immagine del volto di Gesù comparsa miracolosamente sul fazzoletto di bisso (lino) con il quale una pietosa donna asciugò il volto di Gesù, mentre saliva sul Calvario (riproposto nel rito della Via Crucis).
Nei Vangeli sinottici, composti entro il I secolo, è presente il racconto di una donna anonima, definita l’emorroissa, che viene miracolosamente guarita da un flusso di sangue toccando Gesù (Mt9,20-22;Mc5,25-34;Lc8,43-48). Nell’apocrifo Vangelo di Nicodemo, scritto originariamente in greco nel II secolo e pervenutoci in diverse redazioni o recensioni, l’emorroissa ricompare durante il processo di Gesù testimoniando inutilmente a suo favore. Il nome della donna nella tradizione è Veronica, adattamento del greco “Berenice” (Βερενίκη), forma macedone corrispondente al greco classico “Ferenice” (Φερενίκη), significante “portatrice di vittoria” (φέρω = portare + νίκη = vittoria); inoltre, nel passaggio dal greco al latino l’assonanza del nome “Veronica” con vera icon (=vera icona-immagine) abbia progressivamente generato nella fantasia popolare la leggenda della “Vera icona” della “Veronica”. L’immagine venne segnalata per la prima volta a Roma nel 705.
Definito il “mandylion” (fazzoletto in siriaco) di Edessa, essendo un panno dalle limitate dimensioni, spesso confuso con la sindone di Torino di dimensioni maggiori e raffigurante l’intero corpo del Cristo. Inoltre spesso denominata “Acheropita” dal Greco bizantino ἀχειροποίητα (“ἀ-” privativo + “χείρ” = mano + “ποιείν” = fare, produrre), che significa “non fatto da mano (umana), teso a sottolineare l’origine divina non dipinta dell’immagine impressa.

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La leggenda fa la sua prima comparsa in alcuni scritti apocrifi tardi appartenenti al Ciclo di Pilato (talvolta erroneamente citato come Atti di Pilato): Guarigione di Tiberio, Vendetta del Salvatore e Morte di Pilato.
La trama dei tre apocrifi è sostanzialmente la stessa: l’imperatore Tiberio gravemente ammalato invia a Gerusalemme Volusiano che punisce i responsabili della morte di Gesù, trova una sua immagine in possesso della Veronica e la conduce a Roma e grazie ad essa l’imperatore guarisce.
Nel racconto dello storico Eusebio (265-340), nella sua Historia ecclesastica (VII, 18), egli racconta che a Cesarea di Filippo vi era la casa della miracolata emorroissa Bernike, supposta originaria di Edessa in Siria e che davanti alla porta della casa si ergeva una statua in bronzo, rappresentante una donna piegata su un ginocchio con le mani tese in atto d’implorazione, davanti a lei la statua di un uomo in piedi, avvolto in un mantello, che tende la mano alla donna; ai suoi piedi cresceva una pianta sconosciuta elevata fino al mantello e ritenuta di efficace rimedio per ogni tipo d’infermità.

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Il bisso inoltre è conosciuto come la “seta di mare”, infatti è una delle più antiche e preziose fibre utilizzate dalle antiche maestrie per la tessitura di pregevoli manufatti. Di bisso si parla già nella Bibbia, indossato dai faraoni nell’antico Egitto. Si narra inol- tre che Re Salomone non potesse farne a meno. Furono i Caldei a trasmetterne il segreto al popolo ebraico e i loro vicini Fenici a diffonderlo nel Mediterraneo. Questa preziosa arte era viva a Taurus (Taranto) e a Solki, l’antica San Antioco, città fenicia. Il bisso marino è una sostanza prodotta da una conchiglia, la nacchera (Pinna nobilis), la più grande conchiglia del Mediterraneo. Si tratta di un ciuffo di lunghi filamenti, simili alla seta, con i quali l’animale si ancora al fondale .

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Nella ricostruzione del gesuita tedesco Pfeiffer S.J., il velo della Veronica romana, un tempo era conosciuto nell’Impero Romano d’Oriente come l’Immagine di Camulia. L’immagine originaria della piccola città di Kamulia, o Kamuliane, in Cappadocia, viene traslata da Cesarea, capitale della regione, a Costantinopoli nel 574. In breve la Camuliana diventa il palladio, l’immagine protettrice della capitale: garantiva protezione alla città e vittoria agli eserciti imperiali. Si ritiene che la reliquia venisse accolta con entusiasmo a Bisanzio per sostituire il Labarum di Costantino I (280 ca.-337), andato perduto durante il regno di Giuliano l’Apostata (331-363), anche se le caratteristiche di questa insegna sono a noi tuttora ignote. Viene segnalata in Africa nella battaglia di Costantina, del 581, in quella sul fiume Arzaman, del 586, e in molti altri episodi bellici. L’imperatore Eraclio (575-641) in partenza per una campagna in Persia, nel 622, stringeva in mano uno stendardo sul quale era ricamata l’immagine di Camulia. E ancora nel 626, durante l’assedio di Costantinopoli da parte degli àvari, la santa immagine viene esposta sulle mura a difesa della città.
Nella Vita di Germano I, patriarca di Costantinopoli (715-730), si narra che questi mette in salvo l’Acheropita gettandola in mare; miracolosamente questa giunge al largo di Ostia, ove viene ripescata e portata a Roma. Dal secolo XIII si venerò in S. Pietro a Roma, una immagine del volto di Cristo, detto ‘velo della Veronica’ (che anche Dante cita nel Par. XXXI, 104), che gli studiosi identificarono per lo più con l’icona tardo bizantina attualmente lì conservata.

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Il vaticanista tedesco del Die Welt, Paul Badde, avrebbe “ritrovato” la reliquia in un ostensorio sull’altare presso la Chiesa dei Cappuccini di Manoppello (Pescara), in Abruzzo dove sarebbe finita in modo misterioso. Si trova tra due vetri un tessuto delicato, bianco, quasi trasparente, un velo sul quale solo dopo un’attenta osservazione, si individua un volto con una certa plasticità, il cui colore va dal marrone, al grigio, al roseo delle labbra.

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Essa è stata rappresentata in tantissime opere scultoree e di pittura, che ne hanno prolungata l’immagine fino ai nostri giorni, inserendola anche nei personaggi della pia pratica della Via Crucis alla sesta stazione. Il lungo itinerario iconografico che la ricorda con il celebre Santo Sudario, primo ed unico ritratto del Volto Santo, ebbe il suo culmine con la grande statua della Veronica, opera dello scultore Francesco Mocchi del secolo XVII, posta nella Basilica di S. Pietro in Vaticano.

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Santa Veronica ha un particolare culto in Francia, dove la si considera come la donna che dopo la morte del Salvatore, andata sposa a Zaccheo si reca ad evangelizzare le Gallie e sarebbe morta nell’eremitaggio di Soulac; chiamata anche s. Venice o Venisse, è patrona in Francia, dei mercanti di lino e delle lavandaie.

Fulcanelli, nelle sue Dimore Filosofali (vol.1, pag. 206) descrive una statua di legno di San Pietro con la Veronica in mano, della chiesa di Saint-Etheldreda a Londra (XVIII sec.), risaltando il valore archetipico dell’immagine della Veronica, come elemento rafforzativo della Chiave del Santo: “San Pietro, in piedi, regge una chiave e mostra la Veronica, singolarità che fa di questa notevole immagine un’opera unica, di eccezionale interesse. È certo che dal punto di vista ermetico il simbolismo vi si trovi chiaramente espresso, poiché il senso della chiave si ripete nel Santo Volto, sigillo miracoloso della nostra pietra. Per di più la Veronica ci è offerta qui come una replica velata della croce, emblema maggiore del Cristianesimo e segno dell’Arte sacra. In effetti, la parola veronica non viene, come certi autori hanno preteso, dal latino vera icona e cioè vera immagine o naturale, il che non ci insegna nulla, ma dal greco ferenikos, che produce la vittoria”.

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La Prima Chiave per l’accesso al Paradiso ed il Volto Santo, come Pietra Angolare e fondamentale della Verità. L’umile pescatore ed il Cristo-materia, come la Rosa ed il Cuore sanguinante della Croce, che parafrasando il nome della Veronica (che porta alla vittoria) ci riporta al messaggio-sogno Costantiniano “in hoc signo vinces”. Ma il senso simbolico della Veronica ci porta a riflessioni anche sulla sua natura e valenza archetipica: un’immagine del Cristo non disegnata da mani umane. L’immagine è un prodotto dell’agire psichico ed in particolare una rappresentazione visiva non solida di una realtà concreta ma anche astratta, non reale. Se l’immagine del Cristo non è prodotta da mani umane sul bisso (acheropita) anche la sua ideale rappresentazione non può essere prodotta da mente umana e come la prima nasce da un impressione del volto Santo su un bianco e puro fazzoletto di bisso così la seconda (immaginazione) può avvenire solo per “impressione” su una mente candida e pura….(C.F.)

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Immagini: Santa Veronica sostiene il velo di Mattia Preti (1613-1699);  Giorgio Vasari (1511-1574) Salita al Calvario,Basilica di Santa Croce, Firenze;  El Greco (1541-1614), Veronica, Museo de Santa Cruz, Toledo (Spagna); Lorenzo Costa, Santa Veronica, 1508 ca; Volto Santo di Manoppello;  Rogier Van der Weyden (1400-1464), Trittico della Crocifissione e particolare, Kunsthistorisches Museum, Vienna; Santa Veronica, scultura di Francesco Mochi (1629-1632), Basilica di S. Pietro; riproduzione di J. Champagne della statua di San Pietro con Veronica della chiesa di  Saint-Etheldreda; SS.Pietro e Paolo con il sudario, copertina dell’ Art Brevis Illuminati Doctoris Magistri di Raymundi Lullo, edizione del 1555, Barcelona, Biblioteca Bartomeu March, Palma de Mallorca, Spagna.

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