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“La luna decresce per poi ricolmare gli elementi, e questo è un gran mistero. Le ha fatto questo dono Colui che a tutti ha donato la grazia. Egli l’annientò perché ricolmasse, perché anch’egli si annientò per colmare ogni cosa: si annientò infatti per discendere fino a noi, e discese fino a noi per ascendere in favore di tutte le cose. Quindi la luna ha proclamato il mistero di Cristo” (Sant’Ambrogio, Exameron, IV. 8, 32)

La Kenosis è una parola greca, che significa letteralmente “svuotamento” o “svuotarsi”, ed è storicamente utilizzata quasi esclusivamente per indicare un concetto legato alle teologie e alle mistiche delle religioni cristiane. Essa corrisponde all’antica parola greca κένωσις, kénōsis, in italiano “kenosi” o “chenosi”, che deriva dal sostantivo κενός, kenós, che significa “vuoto”.
Nella sua Lettera ai Filippesi, Paolo di Tarso scrisse: «Cristo svuotò se stesso (ἐκένωσε, ekénōse)» (Flp 2, 7, Bibbia di Gerusalemme), facendo uso del verbo κενόω, kenóō, che, appunto, significa “svuotare”.

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Jung nel suo “Mysterium Coniunctionis” (p.38 e seguenti)” evidenzia di come la mutevolezza della luna è messa in parallelo con la trasformazione del Cristo, che da figura divina diventa umana, con lo svuotamento della sua divinità (Kenosis) in favore dell’umana sorte (a cui si asserve), e che si compie all’atto della sua Morte in croce. Quindi la Luna (e la Chiesa stessa) riproduce la stessa Kenosis dello sposo attraverso il suo crescersi e spegnersi nel Sole. In particolare Jung osserva che quanto più la Luna si avvicina al Sole tanto più si oscura (in quanto si colloca tra lo stesso e la terra) cosicchè nella congiunzione di luna nuova è totalmente oscurata, quindi la sua luce è totalmente svuotata nel Sole (Cristo). Questa apparente aporia della luna per cui più si avvicina al Sole e più si oscura trova correlazione con la morte dell’uomo esteriore e la crescita di quello interiore, in quanto più l’uomo si approssima al sole più si annienta l’uomo esteriore.

Ma la Kenosi ci parla del Vuoto, o quantomeno della sua necessità, in un ottica di movimento e vita. A dir il vero oltre alla Kenosi esistono altre modalità di realizzare il Vuoto, come ad esempio ritirando la propria presenza dalla Materia, da parte del Dio. Nello Tzimtzum (antica parola ebraica (צמצום) che significa letteralmente “ritrazione” o “contrazione” ed utilizzata originariamente dai cabalisti in riferimento all’idea di una “autolimitazione” di Dio che si “ritrae” nell’atto della creazione del mondo), si indica il processo della Creazione “attraverso la contrazione” della sua Luce infinita per permettere che si producesse uno “spazio concettuale” dove reami finiti e apparentemente indipendenti potessero esistere: ” Solo in futuro sarà possibile comprendere lo Tzimtzum che ha portato in essere lo ‘Spazio Vuoto’, poiché di ciò dobbiamo dire due cose contraddittorie. Lo Spazio Vuoto è avvenuto mediante lo Tzimtzum, in cui, per così dire, Egli ha ‘limitato’ la Sua Divinità e l’ha ritirata da lì, ed è come se in quel luogo non vi sia il Divino…ma la verità assoluta è che il Divino deve tuttavia esservi presente, perché certamente nulla può esistere senza il Suo dargli vita”.
(Likkutei Moharan I, 64:1)

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Prima della Creazione Dio “riempiva” ogni spazio con la propria presenza e con la propria luce; in seguito, secondo questa concezione, Dio dispose un “vuoto” in rapporto a Sé, atto che, definito tzimtzum, sembra indicare metaforicamente una sua autolimitazione, argomento che concerne anche la coesistenza, già discussa nella Guida dei perplessi di Maimonide, tra cambiamento nella materia, nello spazio e nel tempo della Creazione e la Perfezione e l’Immutabilità nell’Unità di Dio: l’immagine dello tzimtzum va quindi sempre intesa come metafora di quanto avvenne ai primordi della Creazione. Quindi il Divenire necessità del Vuoto come dell’Essere che comunque in quel vuoto non è mai assente: “La Divina forza vitale che porta all’esistenza tutte le creature deve essere costantemente presente dentro di loro … se questa forza vitale abbandonasse qualsiasi essere creato anche per un solo istante, esso tornerebbe ad uno stato di nulla assoluto, come prima della creazione…” (Yosef Wineberg, “Commentario del Tanya”)

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Nell’Atalanta fugiens di M. Maier abbiamo due immagini che si collegano al nostro discorso, quella dell’Emblema V, dove un Rospo viene posto sul petto della donna, la cui chiave è quella di nutrire il rospo fino alla morte della donna (e del rospo) che gli cede il suo latte, quindi fino a “svuotarsi” per lo stesso e l’Emblema L dove è il Drago che si avvinghia alla donna nel tumulo funebre fino alla morte di entrambi. In entrambi abbiamo un rappresentante maschile, il rospo ed il drago (il drago in questo caso ha valenza maschile a differenza di altre immagini alchemiche), ed uno femminile, la donna, che sembra sacrificarsi nel nutrire o farsi divorare dal maschile, in un idillio funebre. Infatti nel primo emblema la morte della donna viene indicata come fine necessario (“Poni un rospo sul seno della donna perché lo allatti, e muoia la donna e sia gonfio di latte il rospo”) nell’altro viene suggerito dall’immagine ma anche riportato nella chiave dell’emblema (“Il drago uccide la donna e la donna il drago, e insieme sono cosparsi di sangue”). La morte comunque dell’uno determina quello dell’altro, affinché nessuno possa prevalere, come nel processo enantiodromico….

“Questo fenomeno caratteristico [l’enantiodromia] si verifica quasi universalmente là dove una direttiva completamente unilaterale domina la vita cosciente, così che col tempo si forma una contrapposizione inconscia altrettanto forte, che dapprima si manifesta con un’inibizione delle prestazioni della coscienza e in seguito con un’interruzione dell’indirizzo cosciente”
(Carl Gustav Jung, Dizionario di Psicologia Analitica)

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Siamo difronte al più grande mistero della Vita, queste immagini risaltano la congiunzione degli opposti (maschile e femminile, terra ed acqua e aria e fuoco) non in un idilliaco matrimonio mistico ma nel processo di vita e morte (Nigredo) e dell’essere e divenire, dove lo Spirito immutabile (a dir il vero con modalità aggressiva, un solfo nero, diabolico, Saturnino) imprigionato nella Materia stessa crea quel vuoto necessario al movimento della vita ma che vuoto non è mai realmente. Il fisso (terra) con il suo volatile insito (fuoco, rospo, drago: diavolo, desiderio) trattiene il volatile (aria) con il suo fisso nascosto (acqua). Ed è quest”ultima che dispensa vita….Un “Aqua permanens” che ben risalta questo processo enantriodomico, dove i due poli si riversano l’uno nell’altro, in un immagine che richiama alla mente lo Yin e lo Yang, come lo stesso Uroboro, o ancora il processo chimico distillatorio dei laboratori alchemici come quello di diluizione dei tenaci omeopati. Quello che noi chiamiamo più semplicemente il nostro Mercurio, l’Anima Mundi….(C.F.)

Immagine in alto tratta da “Il libro rosso” di Jung

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