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“Ma come né l’oro filosofico, né il Lapis Philosophorum sono mai stati fabbricati nella realtà, così mai nessuno è riuscito a raccontare fino in fondo la storia di un tale processo, perché non tanto il narratore quanto la morte pronuncia il consummatum est” (C. G. Jung, Empiria del processo d’individuazione)

Perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore!”(Cantico dei Cantici 8,6).

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Nel parallelo tra il Lapis e Cristo, tra l’individuazione del Sé e il percorso dell’agire del Cristo, è possibile intravedere una comparazione tutt’altro che veicolata da metafora, ma da segni equivalenti e processi ben delineati. Soffermandoci su quelli finali, la morte dell’Io e la rinascita del Sé, un ruolo fondamentale è quello della Redenzione. Redimere equivale alla necessità di “prendere” il Male (che non è soltanto privazione di bene ma ha il suo motivo di essere) e trasformarlo in Bene. Questo processo prevede una morte ed una resurrezione.  Nel caso del Cristo è egli che compie questo processo per noi ed il Cristiano ne beneficia, nel processo alchemico-psicologico è l’alchimista. Ma egli non sostituisce il Cristo ma lo fa la sua opera o meglio il suo prodotto (il Lapis). Un moto insito nella Natura, dove l’esempio del Cristo è rivelazione dello stesso, atto a indicare la “scintilla divina” che presiede alla sua costituzione (della Natura). L’alchimista lavora alla imperfezione di questa realtà permettendone la sua rivelazione e realizzandola completa la sua funzione, liberando il Dio la redime, e redimendola la fa risorgere. In questo processo di morte e rinascita trova spazio il movimento ed il tempo (essendo appunto un processo), un processo di eternità.

La redenzione quindi dell’uomo da parte del Cristo trova nell’azione dell’alchimista e la sua “redenzione” della materia (la Pietra Filosofale) la sua equivalenza, come sottolinea lo stesso Jung. Ma l’azione dello stesso, benché sia un agire consapevole, avviene per ispirazione divina (e non ad opera del divino). La sua opera di salvazione cosmica non sarebbe possibile però senza l’esempio del Cristo. Allora le ultime parole di Gesù sulla croce assumono un significato più ampio: Τετέλεσται – Consummatum est– Tutto è compiuto.

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La locuzione latina consummatum est, tradotta letteralmente, significa tutto è finito, compiuto (vangelo di Giovanni, XIX, 30), ed è la traduzione latina della Vulgata, dall’originale greco Τετέλεσται, delle ultime parole del Redentore sulla croce. Ma nel greco neotestamentario, “tetelestai” è al tempo perfetto. Questo è importante perché il tempo perfetto si usa per esprimere un’azione che è stata completata in passato con risultati che continuano a manifestarsi nel presente e nel futuro. Se il tempo passato denota un evento già accaduto, il tempo perfetto reca in sé l’idea di “ciò che è avvenuto ed è ancora oggi in vigore.” Gesù gridando “Tutto è compiuto”, intendeva dire “è compiuto in passato, è ancora compiuto nel presente, e continuerà ad essere compiuto nel futuro”, come conferma John R. W. Stott, noto studioso e commentatore evangelico. “Tetelestai” è dunque il finale grido di vittoria del Salvatore.


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Il rinnovamento della Natura dunque (INRI, Igne Natura Renovatur Integra) è esso stesso un processo di morte e rinascita, un processo che avviene attraverso il Fuoco, in alchimia viene chiamato “Rincrudazione”, rendere crudo ciò che era maturo, portarlo ad uno stato precedente, dove si “uccide il vivo per rianimare il morto”. Ciò’ che si ottiene è il Mercurio filosofico, il Rebis, l’umido radicale, il sale dei saggi. Il Re si ringiovanisce, perde la sua corona ma ne acquista una infinitamente più nobile della prima: “e quando quest’oro, perfettamente calcinato ed esaltato sino alla nettezza e al biancore della neve, ha acquisito col magistero una simpatia naturale con l’oro astrale di cui è visibilmente diventato il vero magnete, attira e concentra in se stesso una quantità così grande di oro astrale e di particelle solari…da trovarsi nella disposizione prossima ad essere l’Oro vivo dei Filosofi, infinitamente più nobile e prezioso dell’oro metallico, che è un corpo senza anima” (Trionfo Ermetico di Limojon de Saint-Didier)

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Lo stesso “Rosarium Philosophorum” si conclude con l’immagine di Cristo che mostra le tre dita nel segno di aver concluso la Grande opera di passione, morte e trasformazione. Una trasformazione di quel fuoco vitale (libido) destinato apparentemente alla sua estinzione (morte) in consapevolezza, comprensione e conoscenza (del Sè) per permettere alla Materia stessa di ascendere dal mondo finito, purificata, al luogo della sua origine (Assunzione di Maria).

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Con la Pasqua quindi il ciclo si chiude, lo Spirito risorge e l’Opera è compiuta. La frase del Cristo è pronunciata sulla Croce, all’atto della sua morte, non alla sua resurrezione, ma si sa, con la Passione il grosso è fatto, il resto è gioco da bambini (ludus puerorum).

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Immagini: “Resurrezione di Cristo” di Pieter Paul Rubens – scena centrale del trittico dipinto dal grande pittore fiammingo Rubens tra 1611 e 1612, nella Cattedrale di Nostra Signora di Anversa; “Resurrezione”scena centrale del “Polittico Averoldi”, dipinto da Tiziano attorno al 1520-1522 e collocato nella Collegiata dei Santi Nazaro e Celso a Brescia; la “Resurrezione” di Matthias Grünewald, Altare di Issenheim, seconda faccia, 1512-1516 (notare il prevalere del rosso e dell’oro nell’immagine del Cristo); Carl Heinrich Bloch, La Resurrezione, XIX sec., Cappella, Palazzo di Frederiksborg, Copenhagen; “Resurrezione e Noli me tangere” di Giotto, due temi associati, con la Maddalena in rosso, quasi ad indicare il desiderio della Materia di afferrare la luce della Vita. Una passione innocente o una libido sublimata, come strada e viatico di accesso allo Spirito ed all’Immortalità. L’affresco fa parte della Cappella degli Scrovegni a Padova realizzato tra 1303 e 1305; in basso la Resurrezione di Chagall.

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“Noi siamo qui attraverso quelli che ci hanno preceduti e per quelli che verranno, per condurci (chi ci precede, chi ci segue e noi stessi) dove siamo partiti, che coincide a dove siamo destinati. In questo tragitto cercheremo quello di cui abbiamo bisogno dove lo abbiamo smarrito e dove lo abbiamo smarrito è il luogo da cui siamo partiti e dove saremo quando lo abbiamo ritrovato. Un’indizio? Il riflesso, con un solo strumento, l’altro, una sola azione, la conoscenza, un solo contesto, la realtà, un solo obiettivo, vincere la morte, un solo motto, l’amore ed un tempo infinito.” (Ciro Ferraro)

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