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“C’è una quantita’ di persone che non sono ancora nate. Sembra che siano qui e che camminano ma, di fatto, non sono ancora nate perché si trovano al di la di un muro di vetro, sono ancora nell’utero. Non hanno ancora creato un collegamento con questo mondo… sono sospesi per aria” (C.G. Jung. La psicologia del kundalini yoga)

I disturbi del comportamento alimentare sono la patologia psichiatrica dove il confine mente-corpo è più indistinto e paradossalmente dove la loro contrapposizione è più feroce. Nella maggior parte dei disturbi psichici il corpo rappresenta un’appendice del soggetto, dove lo spazio maggiore è occupato dal pensiero ed al massimo dal correlato fisico dell’emozioni stesse. Nei disturbi a spettro ansioso-fobico il corpo assume però già una valenza maggiore sia come espressione dell’ansia stessa (ansia somatizzata, attacchi di panico) che come correlato “immaginativo” della sicurezza e protezione del paziente (ipocondria, disturbi somatoformi), quindi diventa rappresentativo della sua stessa presunta vulnerabilità. Nei disturbi da conversione (isteria) naturalmente è il corpo il vero teatro d’azione della psiche, il pensiero e le emozioni sono soltanto il correlato occulto  di questa “rappresentazione”. Nei disturbi del comportamento alimentare invece il corpo non rappresenta la salute e la vulnerabilità individuale (anzi paradossalmente il corpo emaciato e fragile dell’anoressica contrasta con la forza ed energia soggettiva che la stessa ne ricava dalla sua immagine)  ma lo “strumento” privilegiato di relazione ed accettazione nel mondo.

Il corpo in effetti è la nostra presenza nel mondo, ed è essenzialmente un mondo fisico fatto di relazioni soprattutto in ambito adolescenziale, e che permette alla nostra psiche di interagire con l’altro. In queste ragazze quindi il corpo e la sua immagine sono misura e metro dell’autostima personale e quindi della possibilità di confronto con l’Altro.

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Cosa può dirci di più la tradizione alchemica a riguardo?

Mente e corpo riprendono una conflittualità antica che risale a quella dualità della visione dell’uomo (bene e male) e del contrasto tra Psiche/Spirito e Materia che è spesso oggetto delle nostre osservazioni. Naturalmente il corpo/materia è quel luogo privilegiato, in senso anche simbolico, dove il desiderio, il piacere, la dipendenza che ne deriva e l’attaccamento che ne consegue hanno il loro massimo trionfo (anche se sappiamo bene che biologicamente questo avviene innanzitutto nel cervello, e poi attraverso gli organi di senso, ed in particolare attraverso il mediatore per eccellenza del piacere che è la Dopamina). Quindi è la sede del trionfo del “Male”. Diremmo oggi un male necessario, necessario alla concretezza dello Spirito in questo mondo, quello spazio d’interazione tra due mondi così lontani, di cui uno nobile (il pensiero, con le sue possibili astrazioni e capacità di logica) ed un altro meno (il corpo, con i suoi bisogni e necessità), uniti da quella forza vitale che si chiama Anima.

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Ma cosa accade all’Anima di queste ragazze? Perché lo Spirito va in contrasto con il corpo, fino a “torturarlo” contrastando le sue stesse biologiche necessità (fame, desiderio, sensorialità)?

Il corpo paga il prezzo di essere il vero “mediatore” tra l’Io e l’Altro, rappresenta quindi il “simulacro” concreto della propria identità (o semplicemente usando una metafora più semplice il proprio biglietto da visita). Questa funzione sembra essere preminente rispetto ad altre del corpo stesso, come veicolo di contatto, informazione, sensazione ed emozione (e naturalmente desiderio sessuale) oltre che reale luogo fisico dove agisce la stessa mente. In breve il corpo diventa il proprio “logo”, quello che “rappresenta” la paziente stessa. Un investimento di significati che negano o contrastano le funzioni stesse che ne determinano la sua necessaria presenza. Come se di un automobile più che la sua funzione di trasporto-movimento, le sue prestazioni e capacità, interessasse più il suo status-symbol legato al prestigio dell’auto in questione (cosa che oggi accade traltro spesso)…ma un automobile, per quanto prestigiosa e di valore, se non circola serve a poco. E’ queste ragazze non circolano, si lustrano l’auto fino a rovinarne la superficie, ma non la utilizzano, non scendono in campo (in strada è più appropriato)…

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Questa sospensione, questo preservarsi all’affrontare le strade impervie della vita, sostenuto da un accanimento perfezionistico all’immagine di esposizione del proprio mezzo (tralaltro fino a danneggiarlo) nasconde un inevitabile timore di non essere in grado di confrontarsi con l’altro, proprio evitando quella necessità di conoscenza di tale capacità ed accrescerla, che avviene proprio attraverso quello strumento (il corpo esperenziale) “amputato” di tale funzione. Sappiamo che l’emotività è il nostro modo di essere al mondo, l’emotività non esisterebbe se non avessimo bisogno di nutrirci, di attenzioni, di desiderare e quant’altro, che sono la misura del nostro rapporto con l’ambiente. La negazione dell’emotività è naturalmente contro natura e tralaltro impossibile, ma è possibile controllarla, fare in modo che non ci determini o condizioni, il controllo dell’emotività è il controllo delle relazioni tra noi ed il mondo, tra lo spirito ed il corpo, è il controllo di quello spazio “transizionale” che in alchimia è occupato dall’ anima o se preferite dal nostro Mercurio.

L’anima spinge in verso opposto, vuole arricchirsi, vuole, utilizzando un termine caro a queste ragazze, “riempirsi”. Ma ci si oppone a questa necessità, si coltiva il vuoto, o nella variante bulimiche, un vuoto ad intermittenza, dopo aver assaggiato (o simulato) il senso della vita. L’importante comunque è “arricchire il vuoto sentendosi pieni”, illudere l’anima di sentirsi appagati. Queste ragazze paradossalmente sono ai margini di una “nigredo” (vuoto reale per un vero inizio) che non avverrà mai, nell’illusione di una “albedo” percepità ma mai realizzata, sono in un “limbo” Dantesco mentre sono convinti di essere in paradiso, sono “sante” che non hanno conosciuto la santità perché non “comprendono” il peccato. Sono anime sospese, parafrasando Jung….

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Ma l”Antagonista”, il Diavolo, il male trova sempre come raggirare i tentativi di eluderlo. Loro coltivano la “sospensione”, il vuoto “affettivo”, la rinuncia e la stessa le incatena in una necessità ossessiva, “dipendente”, di perseguire questa stessa condizione, una immagine di sé narcisisticamente legata ad una magrezza utopica. Il piacere che nasce dal rifiuto del piacere, dal controllo sulla perdita di controllo, è pur sempre piacere… e dove c’è piacere c’è dipendenza e dove c’è dipendenza c’è il male, l’Antagonista, il Diavolo…

Come in ogni processo alchemico anche in questo caso occorre conciliare gli opposti, occorre separare per ricongiungere, occorre conoscenza. Il paradosso in questa visione è che il vuoto coltivato non è tale ma è lo spazio occupato dalla compulsione, quella coazione a ripetere (digiuno eventualmente abbuffate ed eliminazione) sostenuto da quell’idea ossessiva prima effetto poi causa di quei meccanismi prima evidenziati. Quando si parla di queste ragazze molti psicopatologi evidenziano il senso di vuoto che le caratterizza, la necessità di amore che le sostiene, il desiderio di approvazione che fa da trama e soprattutto quel concetto di anima fragile, insicurezza e ipersensibilità al giudizio altrui. Tutto esatto ma a monte c’è una mente disincarnata o quantomeno che tenta di esserlo, c’è una sospensione dell’affettività, c’è un’anima che non vuole individualizzarsi, diremmo oggi un Solfo che non brucia (o se preferite una libido anestetizzata).

Ma il Solfo brucia comunque (non potrebbe essere diversamente) ma brucia proprio quello che dovrebbe alimentarlo, il desiderio. In una specie di cortocircuito, come accade in molte compulsioni e dipendenze, si nutre dell’effimero per non alimentarsi, surrogati di desiderio che non hanno mete necessarie, se non il ritiro dalla vita. Ma l’uomo senza colpa  (i sensi di colpa così presenti in queste pazienti sono artefizi di deviazioni da colpe necessarie) non va da nessuna parte. Jung nell’analizzare la crocifissione del Cristo tra i due ladroni intravede la conoscenza dell’Ombra, poiché chiunque vede la luce e l’ombra simultaneamente vede se stesso fra due lati e si situa così nel mezzo, sperimenta il Sè. Uno dei due ladri è destinato al cielo, l’altro all’inferno, la stessa Ombra è reprimibile ma anche prerequisito di una maggiore consapevolezza: “l’uomo colpevole è adatto a divenire la sede dell’incarnazione progressiva, ed è perciò che non viene scelto l’uomo innocente che si rifiuta di pagare alla vita il suo giusto tributo; in quest’ultimo, il Dio oscuro non troverebbe lo spazio di cui ha bisogno” (Jung, 1925, p.441)

Una “coniunctio” così difficile quanto necessaria, una mancata separazione che determina una impossibile “riconciliazione” tra mente e corpo, che necessita invece di attraversare le strade dell’emotività, dell’affettività…nei teatri dell’Anima. (C.F.)

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“E io vi dico, padre mio, e dicovelo nel cospetto di Dio, che in tutti quanti e’ modi ch’io ò potuti tenere, sempre mi son sforzata, una volta o due al dì di prendere el cibo; e o pregato continovamente e prego Dio e pregarò che mi dia graita, che in questo atto del mangiare io viva come l’altre creature, s’egli è sua volontà….”
(Santa Caterina da Siena quando Raimondo da Capua la esortava ad assumere quel cibo che lei, invece, rifiutava; in alto Santa Chiara, le sante anoressiche, nel mezzo scultura di Alberto Giacometti)

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