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In questi giorni assistiamo alle imprese sportive degli atleti olimpionici, e più o meno siamo coinvolti dai loro gesti tecnici, dalla competizione e tutto il mondo emotivo che li accompagna. Sorrisi, pianti, gioie e quant’altro mentre il tifo per la propria bandiera ci rende inoltre partecipi della gara stessa. Ma c’è dell’altro….Certo vi è anche la bellezza estetica del gesto tecnico che suscita la nostra ammirazione, ma quello che ci tocca dentro sono i pianti dei vincitori (e non solo quelli che vincono la medaglia “aurea”, d’altronde ognuno ha il suo obiettivo…). Qualcuno dirà che quelli sono pianti di gioia, ma la gioia fa solo sorridere. C’è qualcosa di più profondo in quelle lacrime, certo la storia dei protagonisti, le proprie sofferenze, motivazioni, sacrifici e fallimenti, illusioni e aspettative dei propri cari e tutti i significati, più o meno espliciti, che attribuiscono a quei trionfi.

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Ma ancora altro si può scorgere. Lo spirito e la sua sagacia, la forza dell’uomo, l’abnegazione e la sua stessa sublimazione. Attraverso i limiti della Materia (corpo) la mente prova a migliorarsi, ad elevarsi, a superare le difficoltà delle leggi fisiche per compiere il gesto più difficile e soprattutto a ricongiungersi con la sua matrice, a toccare soltanto per un attimo la sua nobile origine. Come un rituale esoterico l’atleta sublima il suo spirito, affinché il suo Solfo si ricongiungi con la sua sposa e quando ciò avviene, gioisce, con le lacrime, per un nostalgico sentimento di ritorno alle origini, giusto un attimo di ricongiunzione tra gli opposti, un attimo di eternità (e di commozione) che merita il suo pianto …(C.F.)

“Poichè ricordate, sono stata con voi fin dal principio, e sono ciò che si ottiene alla fine del desiderio” (Nag Hammadi, II-III sec.d.c.)

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