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“Le feste carnevalesche diffuse presso i popoli indoeuropei, mesopotamici e anche in altre civiltà racchiudono una valenza purificatoria e dimostrano il bisogno profondo di rigenerarsi periodicamente, abolendo il tempo trascorso e riattualizzando la Cosmogonia”. (M. Eliade)

Dai saturnali degli antichi Romani, dove i servi comandavano ai padroni, alla “festa dell’asino” e la “festa dei folli” del Medioevo, dove la parodia e il sacrilegio la faceva da padrone, e l’asino stesso, simbolo del male, veniva condotto sull’altare, sembra che il nostro Carnevale abbia origini antiche e “molto” significative:

“L’orgia connessa ai riti Saturnali è una regressione nell’oscuro, una restaurazione del caos primordiale che, in quanto tale, precede ogni creazione e l’anno nuovo corrisponde sostanzialmente a una nuova creazione”. (Mircea Eliade).
Il ‘dies principis’ dei Saturnali infatti corrispondeva al solstizio d’inverno. L’usanza d’invertire l’ordine sociale, per cui gli schiavi venivano assunti a ruolo di re e principi e viceversa i loro padroni, mostravano la necessità di introdurre disordine e caos per dare nuova forza al prosieguo dell’anno nuovo. Le modalità orgiastiche di queste feste sembrano poi confermare l’affermazione di Eliade per cui a livello cosmologico l’orgia corrisponde al Caos stesso.

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“C’era la Festa dei Pazzi – o dei Saggi, – kermesse ermetica processionale che partiva dalla chiesa col suo papa, i suoi dignitari, i suoi fedeli, il suo popolo – il popolo del medioevo, rumoroso, malizioso, scherzoso, pieno di traboccante vitalità, di entusiasmo e di foga – e si riversava in città… Ilare satira d’un clero ignorante, sottoposto all’autorità della Scienza nascosta, schiacciato sotto il peso d’una indiscutibile superiorità. Ah! La Festa dei Pazzi, col suo carro del Trionfo di Bacco, trainato da un centauro e una centauressa, ambedue nudi come il dio, che era accompagnato dal grande Pan; carnevale osceno che s’impossessava delle navate ogivali! Ninfe e naiadi uscenti dal bagno; divinità dell’Olimpo, senza nubi e senza tutù: Giunone, Diana, Venere, Latona si davano appuntamento alla cattedrale per sentire la messa! E quale messa! Composta dall’iniziato Pierre de Corbeil, arcivescovo di Sens, secondo un rituale pagano, e durante la quale le fedeli dell’anno 1220 gridavano il grido di gioia dei baccanali: Evohè! Evohè! E gli scolari rispondevano con entusiasmo delirante:
Haec est darà dies clararum darà dierum!
Haec est festa dies fesTarum festa dierum!
(Questo giorno è celebre tra Ì giorni celebri! Questo giorno è giorno di festa tra i giorni dì festa!)
C’era anche la Festa dell’Asino, quasi altrettanto fastosa della precedente, con l’ingresso trionfale, sotto i sacri archetti, di Mastro Aliboron, il cui zoccolo, un tempo, calpestava la pavimentazione giudea di Gerusalemme. Si celebrava il nostro glorioso Cristoforo, con una funzione speciale con cui si esaltava, dopo l’epistola, quella potenza asinina che ha procurato alla Chiesa l’oro dell’Arabia, l’incenso e la mirra del paese di Saba. Era questa una parodia grottesca che il prete, incapace di comprendere, accettava in silenzio, con la fronte china sotto il peso del ridicolo sparso in abbondanza, da quei mistificatori del paese di Saba, o Caba, icabalisti in persona! È lo scalpello degli imaigiers (Letteralmente fabbricanti d’immagini. N.d.T.) del tempo, che ci da la conferma di quelle strane feste. Infatti, scrive il Witkowski descrivendo la navata di Notre-Dame de Strasbourg, “il bassorilievo di uno dei capitelli dei gran di pilastri riproduce una processione satirica nella quale si distingue un maialetto che porta un’acquasantiera, seguito da alcuni asini vestiti in abiti sacerdotali e da scimmie che portano diversi attributi della religione ed anche da una volpe chiusa in gabbia. È’ la processione della Volpe o della festa dell’Asino”. (Il Mistero delle Cattedrali, p. 61-62, Fulcanelli).

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“Si vede da tali esempi che vi è sempre, nelle feste di questo genere, un elemento «sinistro» e anche «satanico», ed è da notare in modo del tutto particolare che proprio questo elemento piace al volgo ed eccita la sua allegria: è infatti qualcosa di molto adatto, anzi più adatto di ogni altra cosa, a dar soddisfazione alle tendenze dell’uomo decaduto, in quanto queste tendenze lo spingono a sviluppare soprattutto le possibilità meno elevate del suo essere. Ora, proprio in ciò risiede la vera ragione delle feste in questione: si tratta insomma di «canalizzare» in qualche maniera tali tendenze e di renderle il più possibile inoffensive, dandogli l’occasione di manifestarsi, ma solo per periodi brevissimi e in circostanze ben determinate, e assegnando così a questa manifestazione degli stretti limiti che non le è permesso oltrepassare. Se infatti queste tendenze non potessero ricevere quel minimo di soddisfazione richiesto dall’attuale stato dell’umanità, rischierebbero, per così dire, di esplodere [Alla fine del Medioevo, quando le feste grottesche di cui abbiamo parlato furono soppresse o caddero in disuso, si produsse un’espansione della stregoneria senza alcuna proporzione con quel che s’era visto nei secoli precedenti; fra questi due fatti esiste un rapporto abbastanza diretto, per quanto in genere inavvertito, il che d’altronde è tanto più sorprendente in quanto vi sono alcune somiglianze abbastanza singolari fra tali feste e il sabba degli stregoni, ove pure tutto si faceva «alla rovescia»], e di estendere i loro effetti all’intera esistenza, sia dell’individuo sia della collettività, provocando un disordine ben altrimenti grave di quello che si produce soltanto per qualche giorno riservato particolarmente a questo scopo. Tale disordine è d’altra parte tanto meno temibile in quanto viene quasi «regolarizzato», poiché, da un lato, questi giorni sono come avulsi dal corso normale delle cose, in modo da non esercitare su di esso alcuna influenza apprezzabile, e comunque, dall’altro lato, il fatto che non vi sia niente di imprevisto «normalizza» in qualche modo il disordine stesso e lo integra nell’ordine totale”. (Simboli della scienza sacra; Sul significato delle feste carnevalesche, René Guénon).

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Quindi uno spazio legittimo dissacrante, dove l’uomo manifesta la sua ombra e rimescola le carte per un nuovo inizio, assorbendo simbolicamente quell’energia caotica indispensabile per dare forza ad un nuovo ordine. Ma il Carnevale è anche una disidentificazione dalla Persona (persona in latino, derivandolo dal greco pròsopon, significa maschera) quella maschera di relazione tra l’Io e il mondo, che tradisce a sua volta un’archetipo o un suo segmento dell’inconscio collettivo:
“L’uomo invasato da un archetipo diventa una semplice figura collettiva, una specie di maschera, dietro la quale l’uomo non si può più sviluppare e progressivamente intristisce” (C. G. Jung, L’io e l’inconscio in Opere, vol. 7)

“Se analizziamo la Persona, stacchiamo la maschera e scopriamo che ciò che pareva individuale è, in fondo, collettivo” (C. G. Jung, La struttura dell’inconscio in Opere, vol. 7).

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Quindi affinché non sia la maschera a determinare l’uomo ma viceversa, affinché non ci si identifichi col ruolo sociale, necessario bagaglio archetipico di un processo evolutivo di specie ma limite stesso alla conoscenza ed individuazione del Sè, che si manifesti il Caos e ci si indossi la maschera più idonea all’emergere della propria individualità, anche se la stessa potrà probabilmente non piacere a tutti, almeno per un giorno, tanto si sa a Carnevale ogni scherzo (e maschera) vale…..(C.F.)

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